I soldati in missione e le loro famiglie

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Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Quando pensiamo ai soldati in missione probabilmente i primi pensieri sono “ecco dove vanno i nostri soldi”, “chissà quanto vengono retribuiti”, “lo stato dovrebbe fare altri investimenti”. Alcuni pensano ai pericoli a cui possono andare incontro i militari anche se vanno in missione “di pace”. Difficilmente si pensa cosa effettivamente provano sia i militari che le loro famiglie. “quando torno mi devo riadattare”. “quando torna lui ci dobbiamo riadattare”. “tante cose non posso dire a mia moglie per non farla preoccupare”. “tante cose non gli posso dire perché sennò lo carico troppo”. Molte e troppe sono le cose non dette nelle famiglie dei militari in missione. Si parla molto spesso di disturbo post traumatico da stress (ptsd) al ritorno di ogni missione (“mi danno fastidio, anche se non sobbalzo più, le ante che sbattono”) oppure di depressione. I militari raccontano che fanno dei training per controllare le emozioni ma, “ci sono alcuni miei colleghi che hanno un’alopecia atipica, a chiazze”. La mente non è un interruttore “on-off”: sei a casa e ti comporti in un modo, sei in missione e sei diverso. O meglio, quotidianamente ed apparentemente i militari e le loro famiglie vivono così, devono fare così, ma la loro mente fa proprio veramente ed automaticamente questo switch? Cosa succede dentro di loro (militari e famiglie) che nessuno sa? Ripeto, oltre al ptsd citato prima, emergono quasi delle vite parellele, difesa necessaria per la sopravvivenza di entrambi. “quando sono in missione con i miei compagni si forma un legame che è inspiegabile e che si scioglie fuori dalla missione stessa”. “quando lui è in missione, io e i figli facciamo una vita diversa…”. Immaginiamo un padre di famiglia con moglie e figli: va in posti “pericolosi” (anche se non caldi) per sei mesi (se va tutto bene). Cosa succede in lui? Innanzitutto, deve anestetizzare questo distacco per affievolire il dolore ed affrontare ciò che potrebbe succedere. Arriva in loco: si forma (o si ritrova) un legame forte e sincero con i propri compagni. Lui e gli altri sono in allarme continuo. Il tempo, lo spazio e i ritmi della vita cambiano: si sveglia ad orari assurdi e si addormenta ad orari assurdi. Dorme a natale e a pasqua: sceglie di non festeggiare. Soffre visceralmente se un militare, di cui conosce solo il nome, viene ucciso: porta la sua stessa divisa. Lì in missione succede questo. Adesso pensiamo alla famiglia del militare: moglie e figli. Lei non vuole sentire il tg, troppo pesante, rischia di agitarsi. Si rafforza il legame tra lei, i figli e, probabilmente, con la sua famiglia di origine; come ogni donna lavoratrice organizza la quotidianità famigliare, ma alla sera il marito la chiama da quel posto lontano e pericoloso. Cerca di non preoccupare il marito “va tutto bene”. Il marito cerca di non preoccupare la moglie, “va tutto bene”. Ma sono tante le cose non dette. Ritorno: i figli hanno 6 mesi in più, sono cresciuti e lui ha la sensazione di avere perso quei 6 mesi della sua vita e della sua famiglia. La vita di coppia cambia, non è come prima sia nella quotidianità sia nell’intimità. Spesso si litiga per rendere più semplici la difficoltà di adattamento e il futuro nuovo distacco. E lui riparte. Oltre a ciò lui porta con sé i vissuti di ogni missione. Lei ha con sé i vissuti della quotidianità. Entrambi non detti.