Sono miracolosamente scampato alla deportazione…il racconto di Filippo Conte

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conteLe chiamano giornate della memoria, rappresentano un patrimonio di atrocità che hanno segnato per sempre spaccati di storia della nostra amata terra. Fotografie raccapriccianti dove una preziosa minoranza di gente è riuscita a sopravvivere e ha potuto raccontare le atrocità di cui è capace un uomo. Giornate della memoria per ricordare e rendere omaggio a chi ha perso la propria vita e quella dei priopri cari per il fanatismo e la voglia di supremazia dell’esaltato di turno. Ancora oggi i negazionisti minimizzano o addirittura negano che siano accadute atrocità come i campi di steminio nazista eppure è grazie al coraggio di parlare di chi è riuscito a sopravvivere che è bene ricordare quella violenza, commemorare le vittime innocenti e ascoltare i racconti vissuti su pelle di chi ce l’ha fatta. Quello che vi raccontiamo è un episodio accaduto al nostro concittadino Filippo Conte, delegato dell’arte a Ladispoli. “Tanti sono stati i sopravvissuti ai campi di concentramento, ai bombardamenti e quelli scampati ai rastrellamenti e alla deportazione. Nell’ultima guerra abbiamo sofferto e subito tantissimo. Racconta Filippo Salvatore Conte, Filippo Conte per tutti. Miracolosamente scampato alla deportazione, sono nato a Minturno (LT) ultimo paese del Lazio, una bellissima cittadina che si affaccia sul mare, e proprio sulla città di Gaeta, con il suo magnifico porto. La mia famiglia era composta da nostro padre Pietro Conte, da nostra madre Rosina Iannitti, da mio fratello Pietro nato nel 1931, da mio fratello Benito nato nel 1934, dal sottoscritto Filippo nato nel 1937 e da Umberto nato nel 1940, quattro figli maschi. A quei tempi dai 4 agli 11 anni quando ci fu l’invasione dei tedeschi il primo ad essere prelevato fu nostro padre, di lui si persero le tracce, e con lui non tornarono più tanti altri padri di famiglia. Sul nostro paese cadevano le bombe, si sparava, si uccidevano esseri umani, si trovavano morti e feriti dappertutto. Nostra madre, donna robusta e coraggiosa, con un gruppo di partigiani uomini e donne facevano volontariato, gli misero al braccio la fascia della Croce Rossa, ripulivano le strade da morti e feriti. Un lavoro che non fu mai premiato! Quando nostra madre usciva per esercitare quel lavoro pericoloso e senza remunerazione, ci chiudeva dentro casa, eravamo quattro figli, a Pietro primo genito, gli raccomandava di non uscire da casa e di non fare rumori. Ci diceva di stare zitti altrimenti i tedeschi sentivano e sarebbero stati guai, purtroppo la nostra casa era a pochi metri dalla piazzetta antistante la chiesa di San Pietro, chiesa principale. Un bel giorno nostra madre ci lasciò con la solita raccomandazione e noi zitti, spesso si sentivano i passi sotto casa e noi restavamo senza respirare per non farci sentire, ma i nostri sforzi non servirono. Un giorno sentimmo rumori di camion con i motori accesi, sentimmo urla, strilli, pianti che provenivano dalla vicina piazza, ricordo che noi quattro ci stringemmo l’uno all’altro come sardine, piangevamo dalla paura, eravamo terrorizzati, ad un tratto pesanti passi si avvicinarono alla nostra porta, erano i tedeschi. Strillavano. Buttarono giù il portone, per noi fu la fine, ci portarono via, ci caricarono su uno dei due camion e chiusero la sponda posteriore pronti a partire, si attendeva solo l’arrivo di altri italiani per completare il carico del secondo camion. Solo il rumore del motore in moto ci terrorizzava, c’era poco da strillare o piangere eravamo tutti rassegnati a morire. Ma è proprio vero, bisogna sempre sperare ed aver fiducia in Dio, fortunatamente nostra madre operava nelle vicinanze e qualcuno le riferì dell’accaduto, che ci avevano preso i tedeschi, come un fulmine si precipitò a casa, nessuno la capiva, lei mostrava con la mano la fascia della Croce Rossa, si buttò addosso al giovane tedesco gli scansò il mitra cercando di farsi capire mentre ci scaricava dal camion tutti e quattro. I due tedeschi rimasero scioccati e stettero buoni, non reagirono, così nostra madre ci portò in salvo, e salvò anche altri due giovani tra cui uno di quelli che aveva portato i tedeschi a casa nostra. Mia madre non comprendeva bene il tedesco ma uno dei due soldati ci fece capire chi aveva fatto la segnalzione. Indicava a mia madre che quell’uomo era una spia. Lui spia, diceva. Il giovane, scoperto per il malfatto chiese perdono a nostra madre che lo portò via in salvo. Mia madre lo perdonò nonostante avesse messo in pericolo di vita i suoi quattro figli. In paese eravamo tutti terrorizzati; non c’era più sicurezza, così nostra madre prima che succedesse il peggio, passò da casa prese qualche indumento e ci portò via di lì. Si scappò giù per la montagna, e poi per le campagne fino ad arrivare a casa della nostra nonna. Il giorno ci nascondevamo sotto i cumuli di paglia, la notte si dormiva sotto la legnaia vicino il forno aspettando tempi migliori. Questo racconto è stato possibile grazie al coraggio di nostra madre. Purtroppo quel giorno è ancora nella mia memoria, la parola Guerra va cancellata dal vocabolario. Parliamo solo di Pace, pace, pace sempre e solo pace. La nostra storia non è finita qui.Ma per parlare di pace è bene non dimenticare il passato…

Filippo Conte