“Sarò il Pomata in Febbre da cavallo al Sistina”

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Andrea Perroni ci racconta la sua ascesa come comico ed imitatore

di Felicia Caggianelli

Attore, imitatore, show man, musicista. Un cocktail artistico che rappresenta  Andrea Perroni, comico di punta nel panorama italiano, noto al grande pubblico per celebri performance in programmi come Domenica In, Colorado caffè, Guida al campionato. Celeberrime sono le sue imitazioni di Sandro Piccinini e dei cuochi di MasterChef, Carlo Cracco, Joe Bastianich, Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri. Un cabarettista di spessore che abbiamo incontrato in occasione di una sua performance nel nostro comprensorio.

A sedici anni hai iniziato a lavorare come animatore. Sin da bambino il tuo sogno era essere nel mondo dello spettacolo?

“Non ho avuto molte vocazioni. Questa è stata da sempre quella che ha dominato. All’inizio avevo altri orizzonti. Amavo il mestiere del  tranviere perché era il lavoro di mio padre. E credo che non potrei fare altro. Anche a casa non saprei nemmeno attaccare un chiodo”.

Undici anni fa entrasti a far parte della squadra Colorado Cafè Live, spopolando con la famosa imitazione di Sandro Piccinini. Possiamo dire che è stato quello il vero trampolino di lancio?

“Sì. Quello è stato un  buon inizio in quanto Colorado erano una squadra e un meccanismo ormai collaudato. Colorado, dopo  Zelig, è stato forse il primo programma che ha messo insieme dei comici. Ancor prima Antonio Ricci lo aveva fatto negli anni 80 con Drive In. La Colorado Film con Abatantuono e Maurizio Totti ebbero la voglia di mettere insieme dei comici non per fare concorrenza a Zalig bensì per creare un format che era molto genuino e autentico. Non a caso all’inizio si recitava nelle salumerie di Milano. Io invece arrivai al teatro delle erbe a Milano e il palco era di legno. C’erano gli Schiantos come band da contorno al programma non c’erano ballerini, non era un varietà  era di fatto un programma di comicità genuino fatto in un teatrino senza molte pretese e su un palco di legno”.

Max Giusti e Lino Banfi sono stati tra i primi ad avere fiducia nelle tue capacità artistiche. Come definiresti il tuo rapporto con questi big?

“Max Giusti è stato molto carino con me perché a 19 anni io mi presentai per fare un provino di una  sua commedia. Risultai troppo giovane ma Max si appassionò molto a questa mia voglia di fare a questo mio entusiasmo  e visto che gli serviva una voce fuori campo in questo Grande sfracello, che era un po’ la parodia della prima edizione del Grande fratello che aveva riscosso un grande successo e mi si portò dietro in tournee. Quindi sì, in un certo senso è uno che ha creduto in me. Con Lino Banfi c’è un’amicizia che  scinde dal lavoro. Molti l’hanno confusa con il lavoro ma io con Banfi non ho quasi fatto nulla se non delle apparizioni in alcuni suoi lavori. È ancora un bel rapporto di amicizia con lui e la sua famiglia. Ci lega anche il fatto di essere pugliesi. Mia mamma ha origini pugliesi quindi nonostante la Puglia è un po’ come la Sicilia, non appena ti sposti anche di pochi kilometri cambiano i dialetti e conservano certe scaramucce che si  perpetuano nel tempo da Trani a Bari da Cerignola a Foggia dal Gargano all’alto Salento. Il fatto di avere origini pugliesi ha inciso perché dopotutto i taralli sono taralli a Bari ed anche a Foggia”.

L’Ortica ebbe il piacere di intervistarti quattro anni fa in occasione di un tuo show a Cerveteri. Quanto è cresciuto in questo periodo artisticamente Andrea Perroni?

“Tanto. Perché in questi quattro anni sono arrivate tre edizioni di Zelig e più di tutti è arrivata la radio.  È un appuntamento fisso e continuo ad andare in onda tutti i giorni su Radio 2 con Luca Barbarossa co-conducendo con lui un programma intitolato Radio 2 social club. Ho avuto la possibilità di esibirmi al teatro Sistina con un mio spettacolo e devo dire che arrivare al Sistina è emozionante con qualsiasi forma si arrivi. Io ho avuto la fortuna di metterci piede da solo poi a marzo avrò la fortuna di approdarci con una compagnia con lo spettacolo Febbre da cavallo, ovvero il remake che è la trasposizione del film che ha avuto tanto successo. Ma se devo essere sincero di tutte le esperienze che sono accadute in questi anni, la radio è stata quella più formativa perché continuo giorno dopo giorno informazioni e a imparare costantemente cosa vuol dire l’ascolto. L’ascolto dell’interlocutore non solo dell’ospite che viene a trovarti. Un ascolto che cerco di portarmi anche nella vita privata, che è una cosa difficile da fare. Noi siamo pieni di ego. Abbiamo il vizio di parlare di noi e del nostro lavoro ovunque ci troviamo. Non sappiamo scindere delle volte la vita privata da quella artistica e quindi la radio mi sta dando  la possibilità di ascoltare”.

Progetti futuri?

“Attualmente c’è la radio fino a giugno, dal 15 marzo sono al Teatro Sistina con il remake di Febbre da Cavallo. E poi tutto quello che viene bisogna valutarlo con tanta attenzione e rispetto che merita senza buttarci a capofitto in dei progetti che in questo momento non sono salutari per noi. Dico noi perché in fin dei conti siamo una squadra. Cerchiamo di lavorare sempre in sintonia e di confrontarci su quello che facciamo”.

Quale sarà il tuo ruolo in Febbre da cavallo?

“Nello spettacolo di marzo io interpreterò il ruolo che era di Montesano ovvero di Pomata mentre Maurizio Mattioli sarà l’avvocato De Marchis e per gli altri nomi ci sono ancora le trattative in corso. Si tratta di un cult e il nostro approccio è molto rispettoso. Io ho avuto la chiamata dai fratelli Vanzina e per me è stata un ottima attestazione di stima”.

In tre aggettivi come ti definisci?

“Non spetta a me dire i tre aggettivi. Io già sono egocentrico”.

Che rapporto hai con le emozioni?

“È naturale che col passare degli anni l’emozione cambia perché cambia la maturità dell’uomo e dell’artista.  Le emozioni ci sono sempre e io le vivo sempre in maniera sana senza lasciarmi sopraffare dall’ansia; poi c’è sempre quel sentimento di ‘paura’ buona che ti tiene lì pronto a rispondere ai ‘pericoli’ che ci possono essere in una piazza piuttosto che in una manifestazione pubblica o un  teatro. Comunque, viva le emozioni”.

Perrone ha un mentore al quale t’ispiri?

“Non nascondo che siamo il paese dei paragoni e i  paragoni a volte fanno perdere di vista il talento delle persone che si stanno guardando o a cui si focalizza l’attenzione. Attenzione che non c’è. Basta prendere come esempio un nuovo cantante che subito scatta il: mi ricorda la Mannoia, mi ricorda Baglioni; a ma chi si credono di essere questi gli U2. Ed è un meccanismo che scatta anche a teatro, nella comicità e non solo. Il mercato, in questo momento, è talmente congestionato di attori e artisti che sinceramente non si sforzano neanche di  cercare un linguaggio diverso un po’ per pigrizia, e io sono uno di questi, un po’ perché il pubblico non ha l’aspettativa migliore e mi riferisco al settore dei comici che negli ultimi anni hanno abituato il pubblico ad un linguaggio molto basso e  a dei contenuti pressoché inesistenti  e il pubblico si accontenta pur di non pensare. Secondo me esistono strade per poter comunicare dei messaggi mantenendo un linguaggio che arrivi a tutti. Non bisogna tagliare questo a favore del pubblico. Ci sono dei linguaggi aulici che tagliano fuori il pubblico. Il nazionale popolare invece arriva  a tutti però credo che in questo momento questo linguaggio sia la rovina del paese. Io sono un conservatore. Ho sempre preso parte al nazional popolare ma credo che ci sia un modo per essere tale senza essere troppo nazionale o troppo popolari.  Credo che i primi ad avere la responsabilità di questo comportamento è nostro.  E se siamo così influenzabili vuol dire che la nostra  personalità è bassa e noi non siamo ben strutturati. Oggi ci si ama a colpi di like e se in qualsiasi tipo di relazione si deve dimostrare su una bacheca , agli altri, che ci sia amore e affetto  siamo perdenti in partenza. È in primis una mancanza di cultura”.