CHIARA BARBAGALLO

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DALLA DANZA AL TEATRO STRIZZANDO UN OCCHIO AL VARIETÀ. 

di Mara Fux

 

Hai iniziato giovanissima con la danza per poi proseguire una carriera fatta di canto e recitazione. Se riavvolgessi il nastro, ripeteresti lo stesso percorso? Credo di sì  e per più motivi, non ultimo  perché il percorso di una danzatrice è breve: inizia presto e finisce altrettanto presto. ‘Quello’ era il momento per chiedere al mio corpo lavoro ad alta intensità, non avrei potuto farlo dopo. E, cosciente che il corpo ad un certo punto non avrebbe più risposto come a 30 anni, ho cercato nel canto e nella recitazione un nuovo canale per esprimermi.

 

Danza è disciplina. L’averla praticata ti ha aiutato nell’ approccio con il palco? La prima volta che ho lavorato con una grande compagnia ero davvero giovane e la disciplina data dalla danza è stato un punto a mio favore. Ci sono cose che le scuole non ti insegnano; io ho imparato a stare sul palco, a rispettare regole e ruoli in silenzio, osservando e ascoltando quelli che avevano più esperienza di me. Quindi, in buona parte è merito della danza, ma anche di buon senso ed educazione.

Quali sono stati gli incontri determinanti nella tua carriera? Sono parecchie le persone e i colleghi che lungo il mio cammino artistico sono state fondamentali, professionisti dai quali ho imparato molto. Gli incontri più determinanti però sono quelli con le persone che credono in te o che ti mettono in discussione.

Parliamo di varietà: hai lavorato con Vittorio Marsiglia forse l’ultimo, autentico interprete della “macchietta”. Quali suoi insegnamenti porti nei tuoi personaggi? Una delle prime cose che ho imparato da lui è stata l’ascolto e il rispetto del collega sulla scena; mettere in difficoltà per emergere è da meschini, bisogna lavorare insieme come una squadra per un obbiettivo comune: lo spettacolo. Mi ha insegnato a ‘sentire’ il pubblico, lui sapeva quando aumentare il ritmo, rallentare o spingere l’acceleratore. Dopo di lui  ho imparato e rubato con gli occhi da altri grandi artisti: Gigi Proietti, Enrico Brignano, Cicci Rossini, Mariano Rigillo e tanti altri.

Hai fatto parte di importanti corpi di ballo, da quello del Salone Margherita con Pingitore per terminare con musical come il “Rugantino” di Garinei e Giovannini rifatto da Enrico Brignano o “Il vizietto – La cage aux folles” e “The full Monty” diretti da Massimo Romeo Piparo: quanto conta il carattere individuale all’interno di un corpo di ballo? Conta parecchio. I provini erano durissimi: 200,300 danzatori assieme, prendevi il numero, imparavi la coreografia e avevi pochi minuti per farti notare dalla commissione. Se fosse andata bene saresti passato alla 2a, 3a,4a scrematura ed era in quelle circostanze che bisognava avere carattere e sangue freddo. Una volta entrato la situazione cambiava, bisognava  mettere via egocentrismi e lavorare insieme. Sono rarissimi i casi nei quali non sia riuscita a trovare un ambiente collaborativo, ho avuto la fortuna di coltivare con alcuni colleghi rapporti di grande amicizia.

 

È vero che “chi ha capacità” prima o poi emerge? Per me emergere significa riuscire a fare questo lavoro con costanza, amore e qualità. Credo che capacità e talento siano doti basilari da supportare con lo studio. Nella danza come nella recitazione o nel canto l’allenamento è fondamentale. Corpo,  voce ed emozioni vanno allenati in egual misura anche quando non hai ben chiaro dove stai andando. Personalmente intendo la professione dell’attore simile a quella di un atleta. Bisogna tener duro, essere tenaci, determinati ed avere anche un bel po’ di fortuna. 

Per preparazione ti ritieni una professionista completa? Non so se un artista può definirsi completo. Almeno io non amo definirmi così. Si, ho studiato canto, recitazione, danza e sono all’altezza di fare molte cose, ma credo che ancora debba imparare molto altro.

Cosa ti piace di te e cosa invece detesti? È raro che mi abbatta; mi piace la mia tenacia e determinazione sul lavoro e non solo. Riesco ad incoraggiare gli altri e ad instaurare rapporti profondi e di grande empatia. Invece non amo la mia testardaggine né l’intransigenza che mostro verso gli altri ma soprattutto con me stessa. Spesso sono tranchant, non ammetto errori dati da negligenze o superficialità. Divento durissima, ma… ci sto lavorando!

 

Assistendo ad uno spettacolo per il quale hai preso parte al provino senza però esser stata scelta, ti è capitato di pensare: “l’avrei fatto meglio”? Credo mai, non mi piace rimuginare, preferisco andare avanti e guardare al futuro. È  uno spreco di tempo e di energie.

Nella “Mandragola” diretta da Nicasio Anzelmo che da tre stagioni gira i teatri italiani, interpreti con eccellente poliedricità Siro, personaggio maschile del testo di Machiavelli. Come ti sei approcciata a questo ruolo? Le difficoltà iniziali non erano poche, la prima proprio l’interpretare un ruolo maschile. Inoltre, non c’era molto testo dal quale attingere per il personaggio. L’inizio sembrava catastrofico quindi mi sono concentrata sul corpo, sulla postura su come avrebbe potuto camminare; guidata da Nicasio ho lavorato sui dettagli e pian piano si è delineato.

Sei nel coro di due testi classici di rilievo entrambi tratti da Euripide ovvero “Medea” ed “Elena” dirette sempre da Nicasio Anzelmo. Secondo te per un’attrice, “essere coro” è marginale? Nessun ruolo è marginale, dipende come lo fai.

C’è un ruolo che vorresti proprio interpretare? Ce ne sono milioni: mi piace mettermi in discussione, lavorare sui personaggi, studiare fino a perdere il sonno.

Un consiglio ad una giovane che voglia diventare attrice? Lo stesso che do a me stessa. L’unica cosa sulla quale,secondo me, ogni artista ha il controllo ed ha la possibilità di agire è la propria preparazione. La conoscenza è l’arma più potente che si possa avere. Sul resto non abbiamo alcun controllo. Quindi siate preparati.