La collaborazione tra Falcone, Borsellino e Di Pietro.
Dopo avervi fatto conoscere la Magistrata Liliana Ferraro, a capo della Segreteria dell’Ufficio Affari Penali presso il Ministero di Giustizia, il cui Direttore era Giovanni Falcone, andiamo a vedere quale fu l’apporto e la collaborazione tra quest’ultimo e Antonio Di Pietro, impegnato a quel tempo nell’inchiesta Manipulite.
Per comprendere molti aspetti della controversa personalità di Di Pietro, bisogna risalire proprio a quel contesto politico-mafioso che dominava la penisola a inizio anni novanta. E ai tre magistrati che stavano realizzando il famoso “salto di qualità” nelle indagini: erano Paolo Borsellino a Palermo, Giovanni Falcone a Roma e Antonio Di Pietro a Milano.
Ma nessuno, forse, come l’ex simbolo di Mani Pulite, ha scandagliato nelle pieghe oscure delle vicende e dei personaggi che ne hanno contrassegnato la cronaca.
Perché?
La risposta è che il potere finanziario era ed è contrato a Milano per tutto il nord Italia.
L’uomo simbolo del rinnovamento, amato dalla folla al punto di diventare una statuetta del presepe napoletano insieme ai personaggi più popolari della storia nazionale, si troverà a dover fare i conti con quella stessa logica politica che da Pubblico Ministero aveva aspramente concentrato.
«L’economia del Paese e la trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione – diceva – sono compromesse non solo dalle imprese mafiose in senso stretto, ma da una serie di altri comportamenti che stravolgo no le regole del gioco». E chiariva: «Mi riferisco a quei gruppi imprenditoriali contigui a talune segreterie di partito le quali si divi dono la “torta degli appalti” con modalità formalmente corrette ma sostanzialmente già decise a tavolino». Imprese-partiti-mafia.
Questo affermò Antonio Di Pietro in numerose sedi, davanti ai giornali.
Al lavoro, per lottare contro una corruzione messa a sistema, dilagante, inserita in ogni Ministero, in ogni appalto, e che faceva girare l’economia, vi erano i tre magistrati: a Palermo Paolo Borsellino, a Roma Giovanni Falcone a Milano Antonio Di Pietro.L’azione investigativa era comune, lo scambio di informazioni avveniva almeno una volta a settimana in un briefing telefonico, ove partecipò in alcune sedute il Deputato, ex magistrato Ferdinando Imposimato: una task force dipanata lungo tutta la penisola, che stava scavando giorno dopo giorno fino a individuare gli artefici e sgominare la cupola affaristi co-criminale.
Dentro, c’erano i più grossi nomi dell’imprenditoria italiana. E in gioco, c’era il fiume di miliardi per le opere pubbliche. In primis, quella che prendeva corpo proprio in quegli anni: la realizzazione del Treno ad Alta Velocità. Falcone, Borsellino e Di Pietro avevano in mano le chiavi per riportare quel colossale appalto sui binari della legalità.
In una seduta della Commissione Bicamerale Antimafia del 1998, la quantificazione di questo giro incredibile di soldi, viene messa nero su bianco, si trattava allora, di ben
2.000 miliardi di LIRE !
Tale dato è inserito, a detta del defunto Imposimato, nella seduta poi secretata, che la scrivente, per il tramite di una Organizzazione di volontariato, ha richiesto al Capo dell’Antimafia da quattro anni di desecretare, probabilmente, ciò è stato accantonato come una visione, ma non lo è. Il dato è certo, come sono certe le indagini di Ferdinando Imposimato fatte condurre dallo S.C.O. il reparto speciale della Polizia di Stato, proprio sull’Alta Velocità, grazie al fatto che egli era membro dell’allora Commissione Nazionale Antimafia, presieduta da Tina Anselmi.
Magari l’ex Giudice Istruttore, nel suo libro “Corruzione ad Alta Velocità” non ci va leggero con l’ex PM Antonio Di Pietro, purtuttavia, la scrivente può testimoniare la stima per le indagini condotte in Manipulite, fermate sul più bello, quando anche Antonio Di Pietro viene avvisato di essere stato preso di mira dalle organizzazioni criminali, nell’aprile del 1992 e parte alla volta di un Paese dell’America Latina, in attesa che gli inquirenti trovino i mandanti e fermino le stragi.
Una importantissima informativa del ROS infatti indicava Falcone, Borsellino e Di Pietro tra le possibili vittime di un attentato. Come poi è avvenuto.
Consentitemi di ricordare che anche Ferdinando Imposimato fu destinatario di tali minacce qualche anno prima, a morire l’11.10.1983 fu il fratello Franco in un agguato organizzato da Pippo Calò, ancora in vita e detenuto presso un carcere di massima sicurezza al regime di 41bis. Pippo Calò era considerato il cassiere della mafia e faceva riferimento a Totò Riina.
La missione di Falcone, Borsellino e Di Pietro era quella di smantellare il sistema corrotto che reggeva le leve economiche del Paese.
«Con Falcone e Borsellino – verbalizzerà Di Pietro durante il processo per la strage di via D’Amelio – cercammo di immaginare un meccanismo investigativo che potesse far capire quali erano le… diciamo così, cosa succedeva per gli appalti che questi (i rappresentanti delle imprese nazionali, ndr) avevano anche in Sicilia. Devo dire la verità, non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e in Campania». Ancora: «Cominciai a parlare con Falcone di una circostanza che veniva… stava emergendo nella primavera del ‘92, proprio in quel periodo, aprile-maggio (alla vigilia della strage di Capaci, ndr). (…) Stava venendo fuori quella che era l’essenza del l’inchiesta, cioè la scoperta che le imprese nazionali, dovunque andavano, si associavano con imprese locali, creavano associazioni di impresa, si realizzavano questi appalti e gli appalti producevano delle dazioni di denaro sia al sistema dei partiti che ai pubblici ufficiali». Non tangenti, ma “dazioni”: ovvero la spartizione del bottino, realizzato, prodotto ed occultato, attraverso una vera e propria associazione a delinquere che non evocava nessun corrotto e nessun corruttore.
Tutti semplice mente complici. Ancora oggi è così. Questo sistema è tutt’ora in piedi.
Francesca Toto
Centro Studi Imposimato





























































