Addio al modello misto

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La maggioranza blinda la riforma tra le proteste e lo spettro della Consulta. Per l’opposizione è “legge truffa”. Chi vince deve poter governare?

Non è solo una riforma, è una riscrittura profonda delle geometrie del potere in Italia. Con l’ok definitivo della Camera, l’Italia dice addio al modello misto e accoglie un impianto proporzionale corretto da un poderoso premio di maggioranza: la coalizione che taglierà il traguardo del 42% dei consensi vedrà scattare un bonus di seggi aggiuntivi per blindare il Parlamento (7 deputati e 35 senatori). La legge introduce inoltre il ritorno delle preferenze e l’obbligo di indicare preventivamente il candidato Premier sulla scheda.

Il passaggio finale a Montecitorio è stato un saggio di altissima tensione politica. Le opposizioni hanno manifestato esponendo cartelli con la scritta “Legge truffa”, ma il vero nucleo del dibattito si sposterà a breve fuori dai palazzi della politica. Il testo, che entrerà ufficialmente in vigore il 26 ottobre 2026, si appresta infatti a subire una durissima offensiva giudiziaria: le minoranze hanno già annunciato la presentazione di ben 30 ricorsi di costituzionalità per smontare i punti chiave della legge alla Consulta.

Post voto il Presidente del consiglio, Giorgia Meloni ha rivendicato la compattezza del centrodestra e la bontà dello strumento, definendolo una vittoria della democrazia diretta: “Gli elettori tornano a scegliere direttamente i propri rappresentanti con le preferenze. Il nostro obiettivo è garantire governi stabili e porre fine alla stagione dei giochi di palazzo”. La premier ha inoltre lodato l’introduzione delle norme sul voto fuori sede. Mentre Antonio Tajani  respinge duramente i toni aspri delle opposizioni escludendo ripercussioni sulla tenuta della legislatura: “Il Parlamento ha espresso una maggioranza chiara e trasparente. Escludo qualsiasi ipotesi di elezioni anticipate: questo governo andrà avanti fino alla sua scadenza naturale”.

Per le opposizioni si tratta di “regole forzate per autoconservazione”. La Segretaria del partito democratico Schlein punta il dito direttamente sulla premier, accusandola di aver cucito una legge elettorale su misura per le esigenze del centrodestra. “Una forzatura evidente delle regole democratiche, fatta unicamente per convenienza politica e per conservare il potere. Mentre il Paese affoga tra rincari e difficoltà economiche, la maggioranza pensa a blindarsi introducendo di fatto un premierato surrettizio tramite legge ordinaria”. Si tratta di un attacco al pluralismo, tuona Giuseppe Conte, M5s, il presidente ha focalizzato il suo attacco sui paletti democratici imposti dal testo: “Hanno innalzato il numero di firme richieste per le nuove formazioni politiche al solo scopo di bloccare il dissenso ed escludere nuove forze. È una pericolosa concentrazione di potere che mina la rappresentanza istituzionale”.

Il cittadino di fronte alle nuove regole. Al di là delle legittime contrapposizioni d’aula e dei tecnicismi legali che accompagneranno lo “Stabilicum”, la vera prova della riforma si celebrerà nelle urne.

Lo strumento del voto di preferenza restituisce teoricamente ai cittadini un potere di scelta diretta che era stato fortemente limitato nelle ultime legislature. Tuttavia, l’efficacia di qualsiasi architettura dipende in ultima istanza da chi la abita. Il primo vero banco di prova per misurare lo stato di salute della partecipazione democratica si sta già profilando all’orizzonte. Nella primavera del 2027, una maxi-tornata di elezioni comunali ed amministrative chiamerà alle armi civiche quasi 2.000 comuni italiani. Grandi metropoli come Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Bologna diventeranno veri e propri laboratori politici sul territorio.

Sebbene i sistemi di voto per i sindaci seguano regole differenti, l’appuntamento amministrativo rappresenterà il termometro ideale per capire se l’elettorato sceglierà di riappropriarsi dello strumento democratico o se, al contrario, confermerà quel distacco dalle urne e quell’astensionismo che rischiano di rendere vano qualsiasi tentativo di riforma. Le regole del gioco, a livello nazionale, sono cambiate; la responsabilità di determinare la qualità della rappresentanza – dai consigli comunali fino ai banchi del Parlamento – resta, come sempre, nelle mani di chi sceglie di partecipare.

Barbara Pignataro