L’ISTITUZIONE SCOLASTICA

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primo giorno di scuola

LA GRANDE SFIDA DI INSEGNARE E DI IMPARARE

ANTONIO CALICCHIO

 

Esiste un profumo che ciascuno porta con sé: è quello dei quaderni nuovi, delle matite appena temperate, dei primi giorni di settembre. Chi vi parla lo ricorda ancora assai bene! L’emozione di rivedere i compagni dopo il periodo estivo, di scoprire il compagno di banco, compresa quella minuscola malinconia che puntualmente riappariva a causa del dovere di riiniziare a svolgere i compiti nel pomeriggio, quando fuori splendeva ancora il sole.

Convintamente penso che, nel leggere queste parole, pure a voi lettori siano riemersi,in pienezzadi memoria, questi preziosi ricordi che, seppur piccoli, ci hanno tuttavia reso ciò che siamo.

Però, non può sottacersi una considerazione fondamentale: la scuola e l’università di una volta non erano alla portata di chiunque; non lo erano non perché fossero elitarie, ossia riservate ai figli di famiglie facoltose o privilegiate – come ai tempi dei nostri genitori e dei nostri nonni – bensì perché esigevano che coloro i quali le frequentavano si applicassero ampiamente nello studio. Pretesa, questa, elementare e intrinseca alla natura stessa di tali istituzioni che, però, oggi risulterebbe ricattatoria, se non, perfino, discriminatoria.

Studiavamo i classici e le relative lingue le quali – a parer, soprattutto, di coloro che non le conoscono – sono definibili “morte”, ed invece sono immortali, tant’è vero che presentano la singolare caratteristica di rivivere in numerosissimi vocaboli che utilizziamo quotidianamente. Studiavamo, quindi, autori come Omero, Aristotele, Cicerone, Seneca, ne traducevamo e commentavamo le opere o le imparavamo a memoria (come qualche professore disponeva), al punto che la dedizione profusa per comprenderle insegnava ben più delle spiegazioni già preconfezionate con cui adesso si evita agli allievi addirittura di sostenere lo sforzo di elaborare un pensiero.

L’interrogazione e il compito in classe – di italiano o di altra lingua, moderna o antica che fosse – rappresentavano l’autentica Corte di giustizia dello studente. Sui banchi vi era un foglio bianco, un dizionario e le proprie conoscenze. Non esistevano smartphone, tablet o altri mezzi tecnologici, ma occorreva abbordare la traccia ed avere il coraggio di operare una scelta.

I docenti erano, non di rado, rigorosi, autorevoli, talora poco simpatici, ma non venivano certo richiesti di intrattenere la scolaresca: dovevano docere et ducere, insegnare e guidare. Quando erano capaci e competenti – come avveniva nella maggior parte dei casi – trasmettevano agli alunni un quidplurische trascendeva il voto, vale a dire il sapore (donde discende il termine “sapere”) di un discorso costruttivo e ben argomentato, rispetto a quello formulato male. Alunni, peraltro, rispettosi, cordiali e grati ai professori per ciò che davano loro.

La maturità costituiva un vero e proprio esame che atterriva anche i giovani più preparati: per questo motivo, sanciva il passaggio all’età adulta. Non tutti ottenevano una buona votazione, qualcuno non lo superava, ma mai nessuno ha imputato necessariamente la colpa alla scuola. Scuola che era sì difettosa, ma esprimeva un valore essenziale che attualmente si mostra forse eversivo, e cioè, citando Heidegger, differenziavala parola dalla chiacchiera, la cultura dalla curiosità e i problemi dagli equivoci.

Poi, si è prontamente deliberato di facilitarla, di modernizzarla, di rinnovarla e di ristrutturarla nel solco del principio di maggiore inclusività. E’ stata semplificata di tutto quanto implicava impegno e disciplina, fino a che di semplice sono rimasti non solo i programmi e i diplomi, ma anche le menti.

La scuola di una volta educava e formava persone proficuamente idonee ad orientarsi nella società, secondo l’imperativo morale di Seneca: “Non scholae, sed vitae discimus”, anche col fine di esaltare il merito, di valorizzare le eccellenze e di espandere gli orizzonti culturali, suscitando spirito critico e riflessivo, nonché passione per il sapere.Quella odierna, tutt’al più, istruisce, quando ci riesce! L’interrogativo che ne segue muove da un serio dilemma amletico: il suo processo di degradazione – didattica, pedagogica e metodologica – è stata una circostanza involontaria oppure la conseguenza di un disegno premeditato? Ai posteri l’ardua sentenza, purché non si addivenga ad un novello Faust, cui Goethe fa dire: “Filosofia ho studiato, diritto e medicina, e, … , teologia, da capo a fondo, con tutte le mie forze. Adesso eccomi qui, povero illuso, e sono intelligente quanto prima! Mi chiamano magister, mi chiamano dottore … E nulla, vedo, ci è dato di sapere! … “.

Intanto, buon inizio del nuovo anno di studi a tutti i docenti e i discenti, di ogni ordine e grado, nessuno escluso.