La costituzione non solo è anti fascista ma anche anti foibista

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di Felicia Caggianelli

Sabato scorso è stata intitolata a Giorgio Almirante, il leader del Movimento sociale italiano, la piazza più grande di Ladispoli con non poche note stonate. In un clima di apparente serenità a primo impatto colto da un occhio vigile, la mobilitazione dello spiegamento di un ingente corpo di forze dell’ordine, supportato dai gruppi di volontari del territorio, ha fatto sì che il tutto si svolgesse senza incidenti. Se non fosse per il malore che ha interessato uno dei relatori, che nella vita è stato molto vicino professionalmente ad Almirante, che per fortuna si è risolto solo con un grande spavento generale e diciamolo pure, con una nota d’ansia che ha preso il sopravvento nel momento in cui il soggetto in questione si è visto arrivare i soccorsi, ovvero due ambulanze, ben mezz’ora dopo l’accaduto. E tutti sappiamo che in certe situazioni la celerità può scongiurare il peggio. Ma questa è un’altra storia e speriamo che sia servita da lezione per il futuro in quanto il supporto dell’assistenza sanitaria garantita e presente in certi eventi non è un surplus ma un servizio di responsabilità nei confronti di chi decide di intervenire. Eppure,ritornando all’evento, in quella che doveva essere una inaugurazione nel pieno rispetto della filosofia di una società civile e democratica i battibecchi e gli scivoloni di bon ton non sono mancati. Sì, cari lettori perché, se non è stato possibile nel pomeriggio in questione ai vari politici e simpatizzanti contrari all’intitolazione della piazza a quello che è stato definito da alcuni un personaggio scomodo entrare in scena sfoggiando prosopopee da libro cuore, è sui social e davanti ai microfoni delle testate giornalistiche intervenute che si è dato il meglio. Chi mi conosce sa che non è mia abitudine occuparmi di politica ma ‘quando ce vo’ ce vole’…per meglio dire, e quello che ho potuto notare negli ultimi anni è che spesso e volentieri quando si toccano temi delicati o meno, sia che si parli di centro destra o di centro sinistra, c’è una sorta di negazione della realtà. Si guarda ma non si vede. Siamo entrati nel famoso circolo vizioso di chi guarda, incontra gente e fa cose. Di chi ad ogni critica controbatte appellandosi ad uno scomodo testimone lasciato dalle precedenti giunte, che effettivamente come discorso la dice lunga, se pensiamo che il principio di coerenza in questi ultimi anni si è perso per strada visto che anche nel nostro palazzetto abbiamo avuto politici che sono andati a dormire ispirati dal sacro fuoco di AN e si sono risvegliati la mattina seguente in quota parte al PD come dirigenti di un dicastero importante quale i Lavori Pubblici. E di casi del genere, ovvero di chi è momentaneamente insicuro su quale casacca indossare c’è una lista di prescelti, non a caso, sabato scorso in entrambi gli schieramenti non c’è stata tutta questa pletora di gente. Cento, duecento persone per gruppo, ovvero i soliti noti, ma qualcuno dovrebbe ricordare che Ladispoli ha un bacino di gente che sfiora le 45mila unità. E forse il restante di questa popolazione non è intervenuta magari perché è disamorata da chi si appiglia a un passato che sa di altri tempi? Ognuno difende la propria posizione sfoggiando un forbito politichese lindo e pinto che però si guarda bene da fare i conti con il proprio passato. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, e per un Almirante che ha siglato nel 1938 il manifesto della razza e dal 1938 al 1942 è stato segretario del comitato di redazione della rivista antisemita e razzista la difesa della razza c’è un Almirante che dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur non essendo ufficialmente ricercato, rimane in clandestinità. in tale periodo, secondo numerose testimonianze, trova rifugio presso un amico di famiglia ebreo, Emanuele Levi che può così sdebitarsi per il fatto di essere stato a sua volta salvato durante la guerra, lui e la sua famiglia, da Almirante, che aveva nascosto questa famiglia ebrea nella foresteria del Ministero della cultura popolare durante i rastrellamenti. E quando Almirante ha partecipato al funerale di Berlinguer commentando così: “sono venuto a rendere omaggio ad un uomo da cui mi ha diviso tutto, ma che ho sempre apprezzato e stimato”. Ricordo male o quella che tutti noi conosciamo con il nome di Resistenza mirava alla dittatura comunista? E le atrocità in nome di Stalin non fanno curriculum? Tanto i partigiani comunisti che i miliziani fascisti hanno combattuto per la bandiera di due dittature, una rossa e l’altra nera. Le loro ideologie sono state entrambi autoritarie. E li hanno spinti a fanatismi opposti, uguali pur essendo contrari. Ma prima ancora delle loro fedeltà politiche non dobbiamo dimenticare i comportamenti tenuti giorno per giorno nel grande incendio della guerra civile. Si è trattato di un tipo di conflitto che escludeva la pietà e rendeva legittima e fatale qualunque violenza, anche la più atroce. Pure i partigiani hanno ucciso persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Hanno provocato le rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Hanno torturato i fascisti catturati prima di sopprimerli. E quando si è trattato di donne, si sono concessi il lusso di tutte le soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo. A conti fatti, anche la Resistenza si è macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, se non erro è ancora di centro sinistra, ha ricordato nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: ‘Zone d’ombra, eccessi, aberrazioni’. Se non ricordo male del resto, i comunisti hanno perseguito un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l’Unione Sovietica. Nelle foibe morivano italiani, non i fascisti. E questa storia per 60 anni non è stata raccontata perché dava fastidio alla sinistra…” è scomoda. Davanti alle crudeltà della destra e della sinistra non ci sono perdite di serie A e serie B ci sono solo…morti. Spesso mi sento dire: a che servono le giornate commemorative? Che ben vengano, rispondo, queste giornate rispondono a quell’imperativo morale e civile di coltivare e trasmettere la memoria: occorre assicurare un’adeguata e approfondita conoscenza, in particolare alle nuove generazioni, di quanto avvenuto al confine orientale del nostro Paese affinché non si ripresentino. Ma fino a quando ci sarà gente che davanti al malore di un essere umano intervenuto ad una intitolazione commenterà: La giustizia chiamiamola divina, gli accidenti arrivano… che frase è.  Augurare gli accidenti da quando è democrazia o meglio ancora giustizia? La costituzione non solo è anti fascista ma anche anti foibista… o vogliamo negare anche questa verità? Ormai viviamo in condizione di libero arbitrio. Va bene tutto non sappiamo più riconoscere quando bisogna fermarsi. Ma nessuno si può ergere a detentore di verità assolute ne tanto meno apporre clandestinamente sottotarghe alla chetichella scappando o peggio ancora permettersi di insultare pesantemente un politico che la pensa diversamente. La libertà in ogni campo è stata una grande conquista, peccato che si è trasformata in libertinaggio e questo non giova a nessuno. Il rispetto reciproco dovrebbe essere un dogma imprescindibile e se proprio vogliamo metterci alla prova scendiamo in campo intelligentemente e non sprecando soldi e tempo in palloncini e cartelloni, mettiamoci la faccia e impegniamoci a tramandare una società sana competitiva dove i politici si confrontano con le idee e i progetti mirati a blindare e garantire al nostro territorio una dignità che sia d’esempio. Rimboccarsi le maniche non vuol dire io sono meglio di te significa io mi rimbocco le maniche insieme a te. Non devo tesserarmi per ottenere un posto di lavoro o essere agevolato devo tesserarmi perché condivido un progetto comune e non perché voglio arruolarmi in battaglie rocambolesche che non portano a nulla. Coerenza e voglia di investire nella società in cui si vive non è mai tempo perso ma sono semi che germoglieranno e chissà magari proprio i nostri figli ne raccoglieranno i frutti. Non è con le svastiche, saluto romano, croci e fiamme che si cambiano le cose, così si sporcano solo i muri e si alimenta odio che si ripercuote sulle tasse dei cittadini. Eppure la soluzione ce l’ha data milioni di anni fa qualcuno…Ama il prossimo tuo come te stesso. A saperlo prima sai quanta cattiveria in meno ci sarebbe stata. Ma fino a quando a comandare sarà il dio denaro e l’interesse di coltivare solo il proprio orticello si genererà solo e soltanto, miseria e pochezza intellettuale. Non a caso si viaggia all’insegna del: a chi tocca non s’è n’grugna.