Per capire come si formano i pregiudizi, bisogna prima capire come la nostra mente ci orienta nella realtà che ci circonda:ogni giorno riceviamo una quantità enorme di informazioni e non possiamo analizzarle tutte con la stessa attenzione. Per questo semplifichiamo e utilizziamo delle scorciatoie cognitiveche ci permettono di prendere rapidamente decisioni e formulare interpretazioni.
Queste scorciatoie sono normalmente utili: ci aiutano a orientarci nel mondo senza dover ricominciare ogni volta da zero. Il problema nasce quando vengono applicate a persone o gruppi sulla base di informazioni limitate, generalizzando e “facendo di un erba un fascio”.Se, per esempio, incontriamo alcune persone appartenenti a un determinato gruppo e notiamo in loro una caratteristica comune, possiamo essere portati a considerarla rappresentativa dell’intero gruppo.
La mente passa così, spesso senza che ce ne rendiamo conto, dal singolo caso alla generalizzazione. Questo modo di categorizzare le cose del mondo semplifica di molto la realtà e viene per comodità pratica scelto come scorciatoia dalla nostra mente per orientarsi. Un altro meccanismo in gioco è la categorizzazione sociale, ovvero la tendenza a classificare le persone in categorie: “noi” e “loro”, giovani e anziani, italiani e stranieri, uomini e donne, etc. La categorizzazione non è di per sé negativa.
È un normale processo cognitivo che ci consente di organizzare una realtà complessa. Tuttavia, può produrre una conseguenza importante: quando raggruppiamo gli individui, rischiamo di percepire le differenze interne al gruppo come meno significative (“loro”, dove in questo “loro” sono un po’ tutti uguali, della stessa pasta, es: i laziali sono tutti di un certo tipo, tutti uguali tra loro, hanno tutti la “lazialità”, etc.) e quelle tra gruppi come più marcate di quanto siano realmente: (“noi”, nell’esempio potremmo dire “i romanisti”, più complessi e differenziati, con la loro “romanità”, ma diversissimi, ci mancherebbe volesse Dio, dai laziali, etc).Tendiamo quindi – questo è un punto molto interessante a parer mio – a percepire più facilmente gli individui del nostro gruppo come persone complesse e differenti tra loro, mentre possiamo rappresentare gli appartenenti a un altro gruppo come più simili gli uni agli altri.
È il fenomeno che sta alla base di frasi come “sono tutti uguali”: una caratteristica attribuita ad alcuni individui viene trasformata in una proprietà del gruppo.Questo meccanismo è alla base della formazione degli stereotipi. Questi possono nascere da esperienze personali, ma anche dall’ambiente culturale nel quale cresciamo: famiglia, scuola, amici, social media e contesto sociale contribuiscono alla costruzione delle nostre rappresentazioni degli altri.
Un bambino non nasce possedendo una conoscenza completa delle categorie sociali. Le apprende progressivamente osservando come gli adulti parlano delle persone, quali comportamenti vengono premiati o criticati e quali gruppi vengono rappresentati positivamente o negativamente. E poi Una volta formato uno stereotipo, può entrare in gioco il bias di conferma (vedi precedente mio articolo sul bias cognitivo): ovvero la tendenza a prestare maggiore attenzione alle informazioni compatibili con ciò che già
pensiamo e a considerare meno rilevanti quelle che lo contraddicono!

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta
Psicoterapie individuali,
di coppia e familiari
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