UN PARCO IN TRINCEA. A RISCHIO LA BIODIVERSITÀ E LA SICUREZZA ATTORNO ALLA RISERVA NATURALE DI LADISPOLI-CERVETERI.
Il recupero di un esemplare di tartaruga Trachemys lungo la sede stradale a poca distanza dal monumento naturale della Palude di Torre Flavia, a Ladispoli, ha riacceso i riflettori sulle complesse ed emergenti criticità ecologiche che affliggono questa riserva. Come in un delicato ecosistema marino, l’introduzione involontaria di specie alieni e invasive rischia di alterare irrimediabilmente la catena alimentare e la sopravvivenza della fauna nativa.

L’oasi si trova oggi a dover fare i conti con centinaia di ospiti indesiderati che mettono a dura prova l’equilibrio della biodiversità locale. All’interno del perimetro della palude si stima oggi la presenza stanziale di almeno un centinaio di tartarughe americane dalle orecchie rosse o gialle, a cui si aggiunge la temibile Chelydra serpentina (la nota tartaruga azzannatrice in grado di recidere la falange di una mano).
Quest’ultimo è un rettile estremamente vorace e potenzialmente pericoloso anche per l’uomo, capace di stravolgere la rete trofica nutrendosi indisturbato di pesci, anfibi e specie acquatiche protette. «Ce ne sono a centinaia», spiega Corrado Battisti, responsabile della riserva per conto della Città Metropolitana. Per arginare la minaccia si era ricorsi in passato all’impiego delle basking trap (zattere solari ideate per catturare i rettili sfruttando il loro bisogno di esporsi al sole per regolare la temperatura corporea), in stretta collaborazione con gli studiosi e l’Università Roma Tre.
L’origine del problema risiede quasi esclusivamente nell’abbandono incosciente da parte di privati che liberano questi animali nei corsi d’acqua non appena crescono. Accantonando all’invasione aliena, la riserva affronta contemporaneamente la forte pressione dei cinghiali lungo i suoi confini terrestri e viari.
Tra via della Palude, via dell’Anatra e via Primo Mantovani, proprio a ridosso dell’oasi, gli avvistamenti notturni di branchi a centro strada si moltiplicano, trasformando le arterie viarie in un’insidia costante per la sicurezza degli automobilisti. Se nei mesi scorsi il piano straordinario promosso da Regione e Città Metropolitana aveva ridotto gli esemplari grazie alle gabbie di cattura, oggi gli interventi sono del tutto paralizzati dalle rigide e stringenti normative sanitarie per il contrasto alla Peste Suina Africana.
I protocolli veterinari vietano infatti in modo assoluto il trasporto, la movimentazione e il riposizionamento degli animali vivi catturati. «Parliamo di poco meno di dieci esemplari che si sono riprodotti nel boschetto degli olmi e che attualmente non possiamo muovere perché potenzialmente infetti», chiarisce Battisti.
In attesa di urgenti correttivi normativi, la Palude di Torre Flavia si trova così stretta tra due fuochi: da un lato l’invasione sommersa delle specie alieni, dall’altro il blocco burocratico che lascia gli ungulati liberi di proliferare ai margini dell’area protetta.




































































