Il Travaglio del giornalismo

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Roma, 22 settembre 2009. Rai, presentazione di Anno Zero. Marco Travaglio

Diretto, asciutto, crudo, affilato come un bisturi,
ci parla di servi e cortigiani che inquinano l’informazione
di Felicia Caggianelli

Di lui il maestro Indro Montanelli disse: “È un grande inquisitore, da far impallidire Vyšinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin. Non uccide nessuno. Col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente, l’archivio”.

La fotografia nitida di Marco Travaglio, giornalista scomodo, inviso al potere ed ai potenti. Figlio di quella generazione di giornalisti che conducono approfondite inchieste, non fanno sconti a nessuno, pagano in prima persona le scelte professionali. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Marco Travaglio al teatro Vittoria di Roma in occasione del suo recital “Slurp”.

Uno spettacolo tutto da ridere, forse per non piangere, dove Travaglio racconta come, a suo parere, i giornalisti, gli intellettuali e gli opinionisti più servili del mondo hanno beatificato, osannato, magnificato, propagandato e smarchettato la peggior classe dirigente del mondo, issando sul piedistallo politici incapaci di ogni colore, manager voraci, imprenditori falliti che hanno quasi distrutto l’Italia e stanno completando l’opera.

Uno spettacolo asciutto, crudo, forse un antidoto satirico che ci aiuta a guarire, ridendo, dai virus del conformismo, dell’autolesionismo e della sindrome di Stoccolma che porta noi italiani a innamorarci immancabilmente del nemico.

Il suo spettacolo è un atto di accusa molto forte contro la categoria dei giornalisti che sarebbero proni alla peggiore classe politica ed imprenditoriale che avrebbe distrutto l’Italia. Per Marco Travaglio siamo una nazione senza speranza o c’è ancora un raggio di luce?

“Il mio recital è un viaggio nella piaggeria e nella cortigianeria della stampa e della televisione italiana e anche di alcuni intellettuali che utilizzano la lingua per leccare anziché per parlare, denunciare, inventare, spiegare. Quindi i politici è da tanto che sono oggetto di questa cortigianeria e ovviamente la gradiscono, la sollecitano, la premiano, ma non sono protagonisti dello spettacolo. I protagonisti dello spettacolo sono quelli che parlano bene di tutti i potenti a prescindere, fino al momento in cui sono su un piedistallo. Nel momento in cui cadono gli danno addosso. Io personalmente penso che il giornalismo sia l’esatto contrario nel senso che bisogna criticarli quando sono al potere e lasciarli in pace quando non contano più niente”.

Quanta colpa ha l’opinione pubblica che sembra incapace di reagire e perfino attratta da questa casta?

“L’opinione pubblica paga il biglietto, paga il canone, paga anche il giornale in edicola. Ma spesso non si rende conto che il servizio per cui paga, in realtà, è un servizio ai potenti non è un servizio ai lettori o ai telespettatori. Forse perché molte persone non gradiscono sentirsi dire che magari hanno sbagliato a votare o hanno sostenuto le persone sbagliate e quindi una informazione critica molto spesso non la vogliono né i potenti, né i cittadini che li hanno eletti. È dura dover ammettere di essersi sbagliati. Si preferisce vivere in un mondo dorato in cui si pensa di aver azzeccato tutto, si pensa di sapere tutto, si pensa di essere governati dalla migliore classe dirigente possibile così si va a dormire sereni; poi ad un certo punto si scopre di essere sull’orlo della rovina e allora poi si cerca il colpevole che magari bisognerebbe guardarlo allo specchio.”

L’esperienza de Il Fatto Quotidiano è pressoché inedita in Italia. Quanto è difficile dirigere un giornale che ha rinunciato ai contributi pubblici e si è messo un serio tetto agli introiti pubblicitari?

“Il tetto ce lo hanno messo i pubblicitari. Noi di tetti non ne abbiamo messi, li mettiamo ogni giorno con l’informazione che facciamo sull’economia e sulla finanza”.

L’Ortica è un settimanale locale. Secondo Marco Travaglio la cosiddetta piccola stampa può contribuire a far uscire l’opinione pubblica dal torpore?

“C’è una differenza di fondo. Le grandi testate nazionali devono pensare ai loro guai perché stanno precipitando nelle vendite quindi per fortuna la gente comincia a guardare non tanto allo strumento di cui è fatto il mass media cioè alla carta, alla televisione o al web ma anche al contenuto. Se uno guarda il contenuto non ha ragione di comprare i giornali che dicono che va sempre tutto bene, poi non è vero. In questo la piccola stampa ha un ruolo importante, di fatto può essere molto più libera”.

Come nasce il suo amore per il teatro e per la televisione?

“Non penso di essere un personaggio televisivo. Vado in televisione e dico le cose che scrivo, più o meno. Devo dire che mi chiamano spesso e il più delle volte dico di no perché è così raro trovare qualcuno che parla fuori dai denti senza peli sulla lingua che spesso hanno bisogno di qualcuno che faccia un po’ di critica. Il premier Renzi, quando ha davanti degli scendiletto non fa ascolti. Quando ha qualcuno che lo mette in difficoltà gli ascolti li fa. Le televisioni come La7, che hanno bisogno di fare ascolti e non devono dare conto al governo, si possono permettere di ospitarmi. La Rai no, infatti non mi invita e Mediaset neanche.”

Cosa ricorda del suo rapporto professionale con Indro Montanelli?

“Impossibile commentarlo. Sono stati sette anni di lavoro a Il Giornale poi a La Voce, poi di frequentazioni private quando lui tornò al Corriere della Sera. Ma è difficilissimo raccontarli in così poco tempo.”