L’accessibilità non è una cortesia. È il diritto di vivere gli spazi di tutti.
Marciapiedi inesistenti, rampe impraticabili, gradini, corsie troppo strette, negozi impossibili
da attraversare. Per chi è in sedia a rotelle o ha difficoltà motorie, anche le azioni più semplici possono trasformarsi in un percorso a ostacoli. E quando l’aiuto degli altri non basta, l’unica possibilità sembra essere fermarsi. Una riflessione sull’accessibilità, sull’autonomia e sul diritto di partecipare alla vita quotidiana.
DI ROBERTA GIANGIULIO
Cominciamo da una domanda.
Un’attività è un servizio offerto.
Offerto a chi?
Perché per una persona in sedia a rotelle, per chi ha una disabilità motoria o anche
semplicemente per chi non riesce a superare un gradino, entrare in un negozio, attraversare una strada, passeggiare per il proprio paese o visitare un luogo può trasformarsi in un percorso a ostacoli.
E spesso in un percorso impossibile.
Marciapiedi inesistenti.
Marciapiedi troppo stretti.
Dislivelli.
Ostacoli.
Rampe assenti, rovinate, troppo ripide o inutilizzabili.
E poi ci sono i negozi.
Anche quando riesci a entrare, non è detto che tu possa realmente usufruire del servizio.
Le corsie possono essere talmente strette da rendere impossibile il passagggio di una
carrozzina.
La merce può essere posizionata a un’altezza irraggiungibile.
Per prendere qualcosa devi chiedere aiuto.
Per spostarti devi chiedere aiuto.
Per raggiungere un reparto devi chiedere aiuto.
E a volte nemmeno l’aiuto basta.
Perché dentro il negozio c’è un gradino.
Uno soltanto.
Un gradino che separa una parte del locale dall’altra.
E allora cosa fai?
Ti fermi.
La persona che ti accompagna può provare ad aiutarti.
Può spingerti
Può cercare una soluzione.
Ma se quella parte non è accessibile, tu quella parte non la puoi raggiungere.
E così, ancora una volta, ti trovi davanti a una scelta che in realtà non è una scelta:
restare fuori.
È questo che dobbiamo smettere di considerare normale.
Perché l’accessibilità non riguarda soltanto la possibilità Ʊsica di entrare da una porta.
Riguarda la possibilità di fruire realmente di uno spazio e di un servizio.
Io non voglio soltanto che qualcuno mi faccia entrare.
Voglio poter entrare.
Voglio poter scegliere.
Voglio poter guardare un prodotto.
Voglio poterlo prendere.
Voglio poter percorrere una corsia.
Voglio poter raggiungere un reparto.
Voglio poter utilizzare gli spazi disponibili.
Voglio poter uscire.
E, soprattutto, voglio poterlo fare autonomamente, quando le mie condizioni me lo
consentono.
Perché l’aiuto è una cosa preziosa.
Ma l’aiuto non può diventare il sostituto dell’accessibilità.
Non può essere normale che una persona con disabilità debba continuamente dipendere
dalla disponibilità di qualcun altro per fare ciò che gli altri fanno semplicemente da soli.
E il problema non riguarda soltanto i negozi.
Riguarda le strade.
I paesi.
I centri storici.
I musei.
I ristoranti.
I luoghi turistici.
Gli spazi culturali.
I luoghi di incontro.
Tutto ciò che dovrebbe appartenere alla vita quotidiana.
Perché anche fare una passeggiata può diventare una domanda:
“Riuscirò ad arrivare Ʊn lì?”
E subito dopo:
“Riuscirò a entrarci?”
Per chi cammina, un gradino può essere semplicemente un gradino.
Per chi è in carrozzina può essere un muro.
Una distanza di pochi centimetri può diventare una distanza enorme.
E questo signifca una cosa molto semplice:
una barriera per qualcuno può essere invisibile; per qualcun altro può signifcare essere
escluso.
La normativa italiana prevede da tempo disposizioni sull’eliminazione delle barriere
architettoniche e sull’accessibilità degli edifici, degli spazi e dei servizi, secondo regole che
variano anche in base alla tipologia dell’immobile e alla sua destinazione.
La legge n. 67 del 2006 ha inoltre introdotto specifiche forme di tutela giudiziaria contro le
discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità.
Ma c’è una domanda che va oltre le norme.
Quanto è realmente accessibile la nostra quotidianità?
Perché possiamo avere leggi, regolamenti e prescrizioni.
Ma se poi una persona arriva davanti a un gradino e non può superarlo, quella barriera esiste.
Se un marciapiede non permette il passaggio di una carrozzina, quella barriera esiste.
Se una persona può entrare in un negozio ma non può raggiungere una parte del locale, quella barriera esiste.
Se per fare qualcosa deve necessariamente trovare qualcuno disposto ad aiutarla, quella
barriera continua a incidere sulla sua autonomia.
E allora basta con il:
“Purtroppo qui ci sono le scale.”
“Purtroppo il marciapiede è così.”
“Purtroppo non possiamo farci niente.”
“Purtroppo deve farsi aiutare.”
Quel purtroppo non può diventare la risposta.
Non stiamo chiedendo privilegi.
Non stiamo chiedendo corsie preferenziali.
Non stiamo chiedendo che il mondo si fermi per noi.
Stiamo chiedendo di poter vivere il mondo.
Di poter uscire.
Di poter entrare.
Di poter scegliere.
Di poter acquistare.
Di poter visitare.
Di poter partecipare.
Di poter essere autonomi quando è possibile esserlo.
Perché una persona in carrozzina non smette di essere cittadina.
Non smette di essere consumatrice.
Non smette di essere turista.
Non smette di avere voglia di uscire.
Non smette di avere voglia di vivere.
E soprattutto non dovrebbe essere costretta a guardare gli altri fare qualcosa semplicemente
perché una barriera glielo impedisce.
ACCESSIBILITÀ TOTALE
È questa la richiesta.
Nelle strade.
Sui marciapiedi.
Nei negozi.
Nei ristoranti.
Nei luoghi pubblici.
Nei luoghi turistici.
Nei musei.
Negli spazi culturali e ricreativi.
Ovunque venga offerto un servizio al pubblico.
E non una semplice accessibilità “sulla carta”.
Un’accessibilità reale.
Una rampa che possa essere utilizzata.
Un ingresso che permetta davvero di entrare.
Uno spazio interno che permetta davvero di muoversi.
Un servizio che possa essere realmente fruito.
Perché mettere una persona dentro un locale e poi impedirle di raggiungere una parte di quel locale non signiƱca aver risolto il problema.
E qui torno alla domanda iniziale.
Un’attività è un servizio oƯerto.
Offerto a chi?
La risposta deve essere: a tutti.
E quando una barriera impedisce a qualcuno di accedere, non dovrebbe essere sufficiente
rispondere:
“Mi dispiace.”
Bisogna chiedersi:
“Come possiamo rimuoverla?”
Perché non voglio più che l’accessibilità venga vista come un favore.
Voglio che venga considerata per quello che è:
una condizione necessaria perché tutti possano partecipare alla vita della comunità
E quando una barriera impedisce l’accesso o produce una situazione discriminatoria,
esistono strumenti previsti dalla legge per chiedere tutela e, nei casi previsti, la cessazione
della condotta e la rimozione degli eƯetti della discriminazione.
Quindi sì.
Se un servizio mi viene di fatto negato a causa di una barriera, voglio sapere quali sono i miei diritti.
Voglio poter segnalare.
Voglio poter chiedere.
Voglio poter far valere quei diritti.
Non per vendetta.
Perché quella barriera venga rimossa.
Per me.
Per chi verrà dopo di me.
Per chi oggi non può camminare
Per chi domani potrebbe non poterlo più fare.
Perché la disabilità può cambiare la vita di una persona.
Ma una società accessibile può cambiare il modo in cui quella persona continua a viverla.
E allora smettiamola di dire:
“Se non puoi usare le gambe, non puoi farlo.”
Perché la risposta dovrebbe essere un’altra.
Se non puoi usare le gambe, il mondo deve essere organizzato aƯinché tu possa comunque
vivere.
Entrare.
Scegliere.
Visitare.
Partecipare.
Esserci.
Perché noi non vogliamo essere accompagnati fuori dalla nostra esclusione.
Vogliamo che l’esclusione non esista più.
E allora ricominciamo dalla domanda.
Un’attività è un servizio offerto.
Offerto a chi?
La risposta deve essere semplice.
A tutti.
Perché se non puoi usare le gambe, non puoi essere costretto a restare lì.
A guardare fare.
NOTA D’AUTRICE
Sono Roberta Giangiulio.
Quello che ho scritto non nasce da una teoria, né da qualcosa che ho semplicemente
osservato da lontano.
Nasce dalla mia quotidianità.
So cosa significa uscire di casa e dover pensare prima a ciò che potrò incontrare lungo il
percorso.
So cosa significa arrivare davanti a una barriera e capire che, per me, quel percorso fnisce lì.
So cosa significa avere bisogno di aiuto anche per cose che vorresti semplicemente poter fare
da sola.
E so anche quanto sia diƯiciile spiegare a chi non vive questa realtà che un gradino non è “solo un gradino”.
Per questo ho deciso di parlarne.
Non per chiedere compassione.
Non per essere trattata diversamente.
E nemmeno per trasformare la disabilità in una battaglia personale.
Scrivo perché credo che una società davvero inclusiva non debba chiedere a chi ha una
disabilità di adattarsi continuamente a ciò che non è accessibile.
Dovrebbe essere la società a rimuovere, per quanto possibile, gli ostacoli che impediscono
alle persone di partecipare alla vita quotidiana.
Io non chiedo che qualcuno mi porti.
Chiedo di poter arrivare.
Non chiedo che qualcuno scelga per me.
Chiedo di poter scegliere.
Non chiedo di essere aiutata a vivere.
Chiedo di poter vivere.
Perché dietro ogni barriera non c’è una carrozzina.
C’è una persona.
E quella persona ha diritto a esserci.
Roberta Giangiulio































































