Arriva un momento, nella nostra vita, in cui tendiamo a fare un bilancio di ciò che siamo, il che, spesso, tende a coincidere con ciò che abbiamo. Arrivati a metà strada, tutti sotto a “sbrigarsi”, con obiettivi come casa, carriera e famiglia, che richiederebbero il giusto tempo per individuare, maturare, costruire, per non rischiare di accontentarsi.
Percezione comune: le persone che hanno successo sono meno rispetto alle persone non lo ottengono. Dunque la maggioranza entra in crisi. La crisi esistenziale più conosciuta é quella di mezza età. Sebbene la sua venuta si attesti intorno ai cinquant’anni, può avvenire in ogni momento della nostra vita. Ecco perché più che crisi di mezza età personalmente preferisco parlare di crisi esistenziale. Una delle reazioni di questa crisi consiste nel voler dare la famosa “svolta”. Per farlo c’è chi cerca di “riscoprirsi” con azioni immediate, anche avventate, che finiscono, a volte, per essere distruttive.
Spese pazze o relazioni pericolose. Oppure cambiare lavoro. Questa è forse la più importante, perché il lavoro, pur nella sua monotonia, ci garantisce sicurezza e sostentamento. Il rapporto tra crisi esistenziale e prassi lavorativa è spesso sottostimato. Si ritiene che la crisi sia un affare del lavoratore, quando invece dovrebbe riguardare tutto il welfare aziendale. Se ci fosse più attenzione, più ascolto, magari attraverso sportelli dedicati, si limiterebbero tante dimissioni evitabili.
Cambiare lavoro non coincide sempre col cambiare noi stessi. In un momento di euforia, o di malessere, l’avventatezza a volte viene scambiata con il coraggio. Ciò potrebbe portare a cogenti delusioni. Scoprire noi stessi significa darsi delle nuove possibilità, per gradi, attraverso azioni costruttive: cura della forma fisica, nuove relazioni, frequentazione di un circolo o club, iscrizione a un corso di studi, etc.
Tutto ciò potrà aggiustare il tiro, senza sradicare le certezze che fino a oggi hanno retto il nostro quotidiano. Tra quelli che non hanno optato per le dimissioni vi sono molte storie che ho attraversato, e che mi hanno attraversato. C’è la commessa di ieri e si é messa in gioco e che oggi è un capo reparto, c’è l’operaio che ha accettato di cambiare mansione nelle stessa azienda ed ora si sente appagato, c’è chi semplicemente ha cambiato luogo di lavoro scoprendo nuovi scenari e nuovi amici, perché intravedeva nel trasferimento non una condanna ma una prospettiva.
Ma se le cose sono così semplici perché in tanti non riescono? Perché in un momento di crisi é ben difficile, da soli, guardarsi intorno. Lo psicologo, in questo senso, aiuta a vedere quali sono le risorse che abbiamo, sul piano sociale e personale, in maniera obiettiva, senza sovrastimarci o sottostimarci.
Egli valuta chi ha davanti: quale approccio ha con il mondo esterno? Quali sono le sue dinamiche relazionali tipiche? E’ una persona che teme il rifiuto?
E’ sospettosa o si pone agli altri con fiducia?
Quali risorse ha sul piano ambientale, e quali su quello personale?
Una delle strategie consiste non nelle dimissioni ma nel reinventarsi, anche a lavoro, guardandosi intorno: esistono possibili colpi di scena in una sceneggiatura già scritta ma che, non per questo, deve continuare com’é iniziata. Conoscere con obiettività tanto i nostri punti forti quanto i nostri limiti é la base per continuare la vita oltre la crisi, ponendoci degli obiettivi che siano finalmente i nostri, e che siano supportati da un bilanciamento tra ciò che siamo, ciò che abbiamo, ciò che possiamo.

Dottor Danilo CampanellaPsicologo aziendale.Di formazione comportamentale e cognitiva applicata, si è specializzato in tematiche riguardanti la psicologia aziendale e del lavoro, clinica, e le scienze criminologiche.





























































