Marco Pantani: la morte di un Campione, un caso irrisolto

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MISTERI ITALIANI

 di Paolo Palliccia

I misteri, in Italia, si sa, sono tanti. Quasi tutti, ancora oggi, rimangono senza risposte concrete, lasciando dubbi e ombre che attendono di essere spazzate via definitivamente per far spazio alla verità. La tragica fine di Marco Pantani è un mistero italiano. Non c’è dubbio. più di un anno fa il Caso Pantani è stato riaperto, d’altronde la mamma del Pirata, la signora Tonina, non ha mai smesso di combattere per la verità e, da tantissimi anni, dice che suo figlio, in realtà, è morto il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio dopo esser stato squalificato dal Giro d’Italia e, forse, “sacrificato” in nome di interessi più grandi.

Mamma Tonina crede che Marco sia stato fregato proprio il giorno di Campiglio, proprio quando diverse cose non sono andate come ci si aspettava. Da quel giorno Marco Pantani non è stato più lui. Un uomo distrutto, un campione sempre più chiuso in sé stesso, alle prese con i suoi fantasmi. A Madonna di Campiglio iniziò la fine del Pirata che si concretizzò nella tragedia di Rimini, quando il campione di Cesenatico fu trovato morto nella stanza D5 del residence Le Rose di Rimini, il 14 febbraio 2004, 5 anni dopo i fatti di Madonna di Campiglio.

Nel 2024, la Procura di Trento ha riaperto le indagini sul caso Pantani e sul mistero che dal 1999 avvolge la giornata di Madonna di Campiglio, quella che segnò per sempre la vita di Marco Pantani, spingendolo verso un percorso fatto di difficoltà, offese e menefreghismo provenienti da quel ciclismo che prima lo aveva esaltato e poi, troppo in fretta, ad esclusione dei suoi tifosi, lo ha buttato giù dalla torre, senza pietà. legato al Giro d’Italia del 1999. Il nuovo fascicolo, aperto per l’appunto nel 2024, è stato affidato alla pm della Dda Patrizia Foiera e riguarda l’ipotesi di un presunto giro di scommesse clandestine collegate alla criminalità organizzata con l’intenzione di evitare che Pantani vincesse il suo secondo Giro d’Italia consecutivo. Più avanti riprenderemo le nuove indagini ma adesso, vogliamo ripercorrere per i nostri lettori le altre inchieste che, dal 2004, hanno provato a far luce sulla morte di Marco Pantani.

Subito dopo la tragica scomparsa di quello che è stato definito “il più grande scalatore della storia del ciclismo”, venne aperta la prima inchiesta, nel 2004. Il processo si tenne presso il Tribunale di Rimini e si concluse con la condanna a 4 anni e sei mesi di Fabio Carlino (poi assolto in Cassazione), ex manager di discoteche “per spaccio e morte come conseguenza dello spaccio”; mentre 3 anni e 10 mesi furono dati a Ciro Veneruso, il “corriere”, colui che, secondo quanto affermato dall’accusa, avrebbe portato la cocaina a Pantani. Fabio Miradossa, invece, ritenuto il fornitore delle sostanze stupefacenti, decise di patteggiare una pena di 4 anni e 10 mesi. Il processo, però, non riuscì a trovare prove evidenti che potessero far pensare all’omicidio di Maro Pantani; per i giudici la morte del campione di Cesenatico fu causata da una assunzione volontaria della droga.

La famiglia Pantani, già allora, si dimostrò scettica: la convinzione che dietro alla morte di Marco ci fosse qualcuno che, per diverse ragioni, lo voleva morto era fortissima. Per i suoi cari, con in testa la tenace mamma Tonina, iniziò una lunga battaglia alla ricerca della verità, tesa a dimostrare che, in quella stanza d’albergo di Rimini, Marco non era solo e, qualcuno, forse più di una persona, entrò nella stanza del Pirata. D’altronde, inchieste giornalistiche come quelle condotte dalla trasmissione Le Iene e diversi libri[1] sull’argomento, a firma di importanti giornalisti sportivi e non, hanno sollevato più di un dubbio sul decesso del ciclista, tanto da farlo diventare uno dei tanti misteri italiani irrisolti o, comunque, ancora in attesa di una verità chiara e definitiva. Prima di ripercorrere le inchieste giudiziarie degli ultimi anni, va comunque sottolineato un dato oggettivo, emerso in diverse circostanze e che, a distanza di anni, ancora attende di essere conosciuto in tutte le sue dinamiche. Ci riferiamo al prelievo che determinò l’esclusione di Pantani dal Giro del 1999. Quel benedetto prelievo di sangue fu condotto in modo irregolare, perché? Tutto, quel giorno a Madonna di Campiglio fu “strano”, a partire dal comportamento dei medici che fecero il prelievo al Pirata e che, come ormai è stato chiarito, non seguirono le procedure corrette. Tant’è che, poche ore più tardi, Pantani e il suo staff si fermarono in un centro autorizzato dall’Uci e, dopo aver ripetuto le analisi del sangue, trovarono i valori del campione perfettamente in regola, come fu possibile? Come mai, a distanza di pochissimo tempo dal prelievo di Campiglio (quello che determinò l’esclusione di Pantani da un Giro d’Italia che aveva dominato, con diversi minuti di vantaggio sul secondo in classifica), un nuovo esame, condotto a Imola in una struttura regolarmente certificata Uci, risultò in regola? Infatti, ancora oggi, resta difficile spiegare come mai, da un punto di vista scientifico, l’esito, a poche ore di distanza dall’esclusione del Pirata dal Giro del 1999, del controllo a cui si sottopose l’atleta presso il laboratorio dell’ospedale di Imola, dimostrò che l’ematocrito del campione di Cesenatico era chiaramente inferiore al limite consentito del 50% e, nello specifico, pari, nelle due misurazioni di rito, al 48,1% e al 47,6%. Un anno fa il Caso Pantani è stato riaperto: dopo 25 anni c’è stato un nuovo colpo di scena sull’esclusione del Pirata dal Giro d’Italia del 1999: la Federazione medico-sportiva italiana (FMSI) ha affermato che “nessun controllo ematico fu effettuato da medici Doping control officer (Dco) della FMSI” ma solo dall’UCI (Unione ciclistica internazionale).

Dieci anni dopo, nel 2014, si riaprì la “questione Pantani”. Questa volta l’attenzione si concentrò sullo stato in cui si trovava il bilocale dove il Pirata alloggiava nel 2004, presso il residence Le Rose di Rimini, luogo che il ciclista di Cesenatico aveva raggiunto qualche giorno prima proveniente da Milano: l’ambiente dove era stato trovato il copro senza vita di Pantani era a soqquadro, ma presentava incongruenze tra le immagini delle riprese video della Polizia e le testimonianze di chi arrivò sulla scienza del crimine per prestare i primi soccorsi al campione.

Inoltre, emersero molti particolari inediti sulle ultime giornate che Pantani trascorse tra Milano e Rimini, mai accertati, con testi mai sentiti. Però, anche questa seconda indagine, aperta a Rimini nel 2014, venne archiviata solo due anni dopo dal gip Cantarini: l’ipotesi dell’omicidio fu ritenuta “una mera congettura fantasiosa”, e il decesso del ciclista romagnolo causata da “assunzione, certamente volontaria, di dosi massicce di cocaina e farmaci antidepressivi”. Per la famiglia di Marco un altro duro colpo. Mamma Tonina, però, non ha mollato neppure in questa circostanza, l’amore per suo figlio e la volontà di raggiungere la verità per il suo Marco le hanno dato nuove energie. Nel 2021, un memoriale inviato alla Procura di Rimini dall’avvocato Fiorenzo Alessi, ha portato alla riapertura delle indagini.

Elisabetta Melotti, procuratore capo di Rimini, decise di aprire un fascicolo “contro ignoti” nel tentativo di capire se il ciclista romagnolo fosse stato ucciso oppure no. Questa terza indagine nacque dopo le parole pronunciate da Fabio Miradossa, l’uomo che portava la droga a Pantani, il quale disse: “Marco è stato ucciso”. Queste parole hanno catturato anche l’interesse della Commissione Antimafia, che, inoltre, ha indagato anche sulle parole pronunciate da Renato Vallanzasca. L’indagine ha riportato alla luce quanto avrebbero detto in carcere uomini vicini alla criminalità organizzataa proposito dell’esclusione di Pantani dal Giro 1999, quando, ormai, lo scalatore di Cesenatico aveva vinto il suo secondo Giro d’Italia consecutivo, dopo la storica doppietta Giro-Tour del 1998.  Queste le parole di Vallanzasca: “Mi dissero di scommettere contro Pantani perché non avrebbe finito il Giro”…infatti.I magistrati ascoltarono nuovamente Fabio Miradossa, lo spacciatore condannato insieme con Ciro Veneruso per aver portato la cocaina a Pantani, ma la conclusione, anche questa volta arrecò nuovo dolore alla famiglia Pantani: fu stabilito che non c’erano elementi né possibili sospettati per poter procedere con l’ipotesi di omicidio. Ancora una volta la morte di Marco Pantani restava un qualcosa di anomalo ma, dalle indagini, nulla portava verso la formulazione di un’ipotesi di omicidio. Tante, troppe stranezze, sin dai primissimi momenti dopo il decesso, ma niente che la magistratura poteva incasellare come omicidio.

Nel 2024, i sospetti e i dubbi sulla morte ’sportiva’ di Marco Pantani e quella dell’uomo, ancora una volta, sono tornati ad incrociarsi. Durante l’estate 2024, la Procura di Trento, dopo l’esposto degli avvocati della famiglia di Pantani, ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso di Madonna di Campiglio con una nuova indagine. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Sandro Raimondi e affidata alla pm Patrizia Foiera, sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia di Trento, ha portato all’apertura di un fascicolo contro ignoti per “associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alle scommesse clandestine e collegata al decesso di Pantani”.

Nel tentativo di cercare una verità definitiva, sono stati sentiti, durante i giorni successivi all’apertura del nuovo fascicolo sul Caso Pantani, in qualità di testimoni, anche due agenti che, all’epoca dei fatti, prestavano servizio nella polizia scientifica e che furono incaricati di eseguire gli accertamenti sulla morte di Pantani avvenuta all’interno del Residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio del 2004. L’allora assistente capo Maria Teresa Bisogni era tra gli agenti presenti sul posto e, sentita su ciò che avvenne a Rimini, ha detto: “Ci diedero disposizioni affinché io e il collega aspettassimo fuori. Prima entrarono altri nella camera dove morì Marco Pantani. La cosa mi parve strana in quanto sulla scena del fatto su cui si indaga, a mio parere, per primi dovrebbero entrare gli operatori della scientifica opportunamente attrezzati con i calzari, i guanti e le tute”. La cosa “sconvolgente” sta nel fatto che La Bisogni aveva già parlato di questi particolari nel dicembre 2004, durante la prima indagine sul decesso del Pirata. All’epoca disse che il magistrato di turno e due poliziotti, arrivati nel Residence Le Rose dopo lei e il collega, chiesero loro di aspettare prima di entrare nella stanza D5, dove il Pirata era stato trovato morto. Sempre a tal proposito va ricordato che le sue dichiarazioni sono finite anche agli atti della commissione parlamentare antimafia proprio sul caso della morte di Marco Pantani.

La Procura di Trento, inoltre, dopo la riapertura delle indagini, ha interrogato, nell’arco di alcuni mesi, una decina di persone, nel tentativo di far luce sui fatti di Campiglio del 1999. Nel mese di luglio del 2024, la dott.ssa Foiera si è recata nel carcere di Bollate. La pm è andata a sentire un personaggio che abbiamo già menzionato nella nostra ricostruzione delle dinamiche legate alla morte di Pantani: l’ex boss della malavita milanese Renato Vallanzasca, colui che, per primo, parlò di un presunto giro di scommesse e del coinvolgimento della criminalità organizzata dietro alla squalifica di Pantani. Purtroppo, però, a causa delle precarie condizioni di salute, Vallanzasca non ha potuto rispondere alle domande della Foiera. Inoltre, la DDA di Trento ha acquisito documenti della Procura di Forlì, la prima che indagò sul presunto giro di scommesse illegali al Giro del 1999, anche se, successivamente l’indagine in questione venne archiviata.

Il 14 febbraio del 2004, nell’hotel Le rose di Rimini, il più grande scalatore della storia del ciclismo è stato trovato morto nella sua stanza d’albergo, riverso a terra, in una pozza di sangue. Era giunto nella sua Romagna qualche giorno prima, proveniente da Milano, inseguito dai suoi “mostri”, dalle tante difficoltà che, da quel maledetto giorno di Madonna di Campiglio durante il Giro d’Italia del 1999 non l’avevano più abbandonato. Marco stesso, dopo l’esclusione dalla corsa rosa del 1999, disse che non si sarebbe più rialzato e che, pur avendolo fatto tante volte durante la sua carriera, quella volta, a Campiglio, la botta era stata troppo forte. Troppo dolorosa. E così fu. Chi ha deciso di infliggergli quella stoccata mortale, proprio nel momento più fulgido della sua vita sportiva? La ricostruzione dei fatti, le inchieste sulla sua morte hanno evidenziato un caso irrisolto, pieno di ombre. L’autopsia evidenziò un edema polmonare e cerebrale, frutto di un’overdose di cocaina e, in base a una perizia eseguita successivamente, anche di psicofarmaci. La sua morte iniziò il 5 giugno del 1999, quando venne escluso dal giro per un valore dell’ematocrito troppo alto, che impose al ciclista di Cesenatico uno stop per tutelarne la salute. L’esclusione di Pantani fu determinata, quindi, da ragioni legate alla tutela della salute dell’atleta e non, come molti scrissero in quei drammatici giorni dopo Campiglio, dal doping. Quest’ultimo aspetto non è affatto marginale.

Marco ha sempre detto che qualcuno lo aveva “fregato”. Sua madre, Tonina, non ha mai creduto al suicidio, sostenendo che l’overdose è stata indotta da qualcuno presente nella stanza di Marco con la violenza, portandolo alla morte. Inizialmente le indagini parlarono di un abuso di cocaina e farmaci, escludendo quindi l’omicidio, nonostante, già allora, fossero diverse le cose che non tornavano e che, ancora oggi, non convincono.

Un punto fondamentale di tutta la vicenda, spiegato anche nella relazione della Commissione, è quello relativo alla presa di posizione della famiglia di Marco Pantani la quale avevano presentato nel corso delle indagini un esposto integrativo con delle dichiarazioni acquisite in sede di indagini difensive. Facciamo riferimento alle dichiarazioni rilasciate dai due infermieri e dall’autista soccorritore, intervenuti la sera del 14 febbraio 2004 assieme al medico, presso il Residence Le Rose di Rimini: in tali dichiarazioni i tre operatori sanitari avevano affermato che all’atto del loro intervento non vi era il bolo di sostanza bianca, risultato essere cocaina, che appariva nel video del sopralluogo della Polizia Scientifica.

Nel corso di un interrogatorio Vito Morelli (autista soccorritore), Anselmo Torri (infermiere) e Walter Morolli (autista infermiere) affermarono con sicurezza di non aver mai notato il bolo, confermandolo poi in Commissione antimafia in due audizioni del gennaio e febbraio 2022. I tre spiegarono che se quel bolo ci fosse stato sarebbe stato certamente notato, dal momento che tra i compiti specifici degli operatori vi è quello di ricercare sul luogo di intervento elementi che possano favorire la comprensione delle cause del malore o della morte di una persona. Quindi ben tre persone, giunte sul luogo della morte del Pirata, hanno detto di non aver mai visto questo bolo di cocaina che, invece, è emerso magicamente poco dopo. Come è possibile? Cosa è accaduto veramente nella ormai tristemente famosa stanza D5 in cui venne trovato morto Marco Pantani.

Il 19 gennaio 2022, Anselmo Torri, durante l’audizione rilasciata alla Commissione Antimafia, disse, senza tralasciare nessun particolare, in quale stato versava la stanza di Pantani. La camera, dotata di un soppalco, era a soqquadro: il Pirata giaceva al piano superiore in posizione prona, ai piedi del letto, collocato in uno spazio molto ristretto, vicino alla balaustra. Il corpo del Pirata era, al tatto, freddo e rigido; i soccorritori lo ruotarono di 50-55 gradi per poterlo esaminarlo frontalmente. Appurata la presenza di chiazze ipostatiche (rosso-violacee, che si notano sulla pelle del cadavere dopo circa 30 minuti-2 ore dal decesso), lo rimisero in posizione prona in quanto, secondo la loro esperienza, Pantani era ormai morto da qualche ora.

 

A tal proposito la Commissione d’Inchiesta ha riportato le seguenti parole: “In quel preciso istante il soccorritore Torri avvertiva la presenza, sulle scale del soppalco, di un primo poliziotto il quale gli chiedeva delucidazioni sulle condizioni di Pantani e lo sollecitava a toccare meno cose possibile asserendo che stava per arrivare la Polizia scientifica. Tale circostanza lo aveva sorpreso atteso che l’intervento di tale struttura investigativa viene solitamente disposto soltanto dopo che si ha la conferma di un decesso, che era stato, invece, appena constatato”.

Torri, parlando con i membri della Commissione Parlamentare, spiegò di aver guardato molto attentamente il soppalco e disse: “Di fatto abbiamo trovato dei farmaci che erano fondamentalmente degli psicofarmaci”. Gli vennero quindi mostrati dei reperti fotografici presenti nel fascicolo della polizia scientifica: l’infermiere affermò di non ricordare la presenza di un cavo a terra e di non aver rilevato nulla sotto il corpo di Pantani, né il bolo di cocaina né il copioso sangue presente, invece, nelle foto della polizia scientifica. A specifica e reiterata domanda, il sig. Torri ribadì di non ricordare il sangue sul volto di Pantani che, invece, risultava visibile dalle foto che gli erano state mostrate e di non avere visto del sangue neanche sul pavimento. Inoltre, a suo dire non ci sarebbe stata neppure polvere bianca sul tavolino della stanza di Pantani. “Sicuramente non c’era della polvere bianca di sopra… perché quando abbiamo fatto le rilevazioni, definiamole sommarie, per quello che potevamo vedere, ovviamente le cause di decesso in una persona giovane possono essere anche sostanze stupefacenti, ad esempio. La presenza di polvere bianca su una mensola così scura avrebbe sicuramente attirato la nostra attenzione, quanto meno un dubbio ce l’avrebbe insinuato”.

Sempre secondo quanto riferito dal Torri, anche la disposizione di alcuni farmaci non corrispondeva con quella che aveva potuto vedere nelle foto che gli erano state mostrate, così come il colore delle lenzuola del letto sul soppalco. “È emerso – scrive la Commissione – che né l’autista dell’ambulanza del 118, sig. Morelli, né l’infermiere Torri, né l’autista dell’automedica, signor Morolli, videro sostanza stupefacente sul soppalco e, soprattutto, non videro il bolo di sostanza bianca accanto al corpo di Marco Pantani. Sia Torri che Morolli, nell’audizione dinanzi a questa Commissione, hanno argomentato logicamente, con estrema lucidità e fornendo dettagli precisi”. Quindi, stando a quello che ha potuto ricostruire la Commissione, la stanza D5 di Marco Pantani potrebbe essere stata manomessa, un dettaglio non da poco conto. In questa vicenda c’è da evidenziare anche il racconto dei fatti riportato dalla Polizia Scientifica. A questo punto, ricollegandoci anche alle parole rese dall’Assistente capo della Polizia scientifica, dottoressa Maria Teresa Bisogni, intervenuta insieme al collega Vettraino sul luogo della morte di Pantani la sera del 14 febbraio 2004, le stranezze rimangono, i dubbi persistono, le ombre aleggiano. Ma ancora non abbiamo finito. Infatti, tra le persone sentite dalla Commissione Parlamentare Antimafia, c’è stato anche Maurizio Onofri, il marito di una nipote della signora Tonina, madre di Marco Pantani. L’uomo ha raccontato di aver saputo che era successo qualcosa di grave a Marco il 14 febbraio da un amico poliziotto, un certo Giuseppe Tramontano, morto poi nel 2006 in seguito ad un incidente in moto. Il signor Onofri, quel maledetto san Valentino del 2004, andò al residence Le Rose riuscendo, senza difficoltà, a raggiungere la stanza D5. Trovò la porta leggermente aperta e l’accesso alla camera interdetto con il nastro tipico utilizzato dalle forze dell’ordine. Sporgendosi all’interno senza entrare, aveva visto il bagno al piano inferiore dell’appartamento. Nel visionare l’ immagine mostratagli nel corso dell’audizione, l’uomo ha detto con sicurezza che la scena da lui vista non corrispondeva a quella rappresentata contenuta nelle fotografie. Sempre Onofri, poi, ha detto di non essere mai stato sentito dagli inquirenti e di essere stato destinatario di minacce riportategli dall’amico poliziotto, Tramontano, il quale, sempre secondo quanto riportato da Onofri, avrebbe detto all’amico recandosi a casa di questi testuali parole: “Smettete di indagare perché avete rotto le palle” e ancora “Fate la fine di Marco. Dì a tua zia che fate tutti la fine di Marco”. Queste parole hanno prodotto, ovviamente, altri dubbi sui fatti di Rimini, perché la morte di Pantani spaventava così tanto? Cosa c’è dietro?

Dopo 22 anni, purtroppo, le perplessità e le zone d’ombra permangono. La Procura di Trento e il lavoro della Commissione Antimafia hanno sicuramente prodotto nuove indicazioni e dei passi in avanti concreti verso la verità. Le incongruenze “notate” dalla Commissione Parlamentare sono state numerose. I sospetti si sono concentrati su ciò che è avvenuto nella stanza di Pantani:  si pensa che qualcuno abbia spostato e manomesso gli oggetti che presenti nella stanza dove è stato trovato il corpo del Pirata prima che arrivasse la polizia scientifica, l’aggiunta misteriosa, accanto al cadavere, di un bolo di cocaina e del sangue che, come abbiamo detto in precedenza, nessuno dei soccorritori ricorda di aver mai visto. Una critica importante è stata fatta anche al mancato rilievo delle impronte digitali e sul tardivo interrogatorio degli operatori del 118, che sono stati sentiti per la prima soltanto nel 2014, addirittura 10 anni dopo i fatti di Rimini. La Commissione “ritiene che i numerosi elementi dubbi che sono emersi nel corso dell’istruttoria siano di tale rilievo da meritare un attento approfondimento: le ipotesi fondate su quegli elementi non possono essere ridotte a mere possibilità astratte oggetto di discussione in servizi televisivi o su articoli stampa”. La morte di Pantani ancora oggi pone molti interrogativi. Le ultime indagini e i lavori della Commissione hanno evidenziato la presenza di scelte e comportamenti che gli inquirenti hanno descritto come discutibili. Attraverso l’inchiesta condotta dalla Commissione Parlamentare si è potuto scavare di più e comprendere che, in qualche modo, la convinzione di mamma Tonina (la pista dell’omicidio di Marco) non era fondata sul nulla, anzi. L’inchiesta ha fatto affiorare singolari e significative circostanze che alimentano altre ipotesi sulla morte del Pirata, tenendo in considerazione anche un eventuale ruolo della criminalità organizzata e di tutti quegli ambienti che Marco Pantani frequentava, purtroppo, a causa della dipendenza a cui era soggetto.

Il Pirata venne trovato morto in un residence di Rimini il 14 febbraio 2004 a causa dell’autoassunzione volontaria o accidentale di cocaina, come sembra emergere dalle sentenze? O davvero, come sostiene mamma Tonina, Pantani venne ucciso?

Sitografia:

https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/101247-marco-pantani-la-verita-25-anni-dopo-la-procura-di-trento-riapre-l-inchiesta.html

https://www.corriere.it/sport/21_novembre_22/caso-pantani-commissione-antimafia-consegna-pm-nuovi-atti-si-riapre-l-inchiesta-omicidio-667e566c-4b74-11ec-a7de-29504a6b0429.shtml

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/351033.pdf

https://www.gazzetta.it/Ciclismo/16-09-2022/caso-pantani-commissione-antimafia-verita-non-soddisfacenti-450210778804.shtml

https://www.fanpage.it/sport/ciclismo/caso-pantani-riaperte-le-indagini-dopo-25-anni-colpo-di-scena-sullesclusione-dal-giro-ditalia-del-1999/

https://www.corriereromagna.it/rimini/20-anni-senza-marco-pantani-i-mille-dubbi-i-sei-misteri-le-tre-inchieste-e-una-sola-conclusione-non-fu-omicidio-ME574824

https://www.andreascanzi.it/?p=2245

https://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/marco-pantani-vswbyiv7

https://www.ilpost.it/2022/02/15/pantani-morte-inchiesta/

https://www.open.online/2024/09/30/morte-marco-pantani-agenti-scientifica-scena-crimine-hotel/

https://style.corriere.it/attualita/sport/marco-pantani-misteri-teorie-morte/

https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2022/12/caso-pantani-i-dubbi-della-commissione-antimafia-6a0ad7ef-56ef-46ab-a405-eea0c8f2757c.html

 

 

 

 

 

[1] Sono molti i testi dedicati alla tragica fine del Pirata, noi ne segnaliamo due che, a nostro avviso, si sono avvicinati molto alla verità: Steffenoni L., Il Caso Pantani. Doveva morire, Chiarelettere, Milano, 2017. Poi, ancora De Zan D., Pantani è tornato. Il complotto, il delitto, l’onore, Piemme Edizioni, 2014.