Gli ultimi giorni dell’umanità, di Karl Krauss, nell’ottica dei nuovi conflitti.
di Antonio Calicchio
“In principio eratVerbum” – si dice nel Vangelo di Giovanni – “et VerbumeratapudDeum, et Deus eratVerbum”, e non il vaniloquio dilagante. Sulla crisi del linguaggio, Karl Krauss ha imperniato molto il suo pensiero! Egli, protagonista anche di una radicale riflessione in merito al nichilismo e alla decadenza della modernità occidentale, si presenta come un asceta della parola, al punto da denunciare l’ipocrisia e la corruttela del linguaggio politico e giornalistico, approdando ad un tragico scetticismo semantico. Il suo dramma sul primo conflitto mondiale è non solo cronaca, ma anche profezia apocalittica, dell’autoannientamento umano e delle relazioni internazionali.
La sua opera Gli ultimi giorni dell’umanità è di una attualità indiscutibile: Krauss condanna l’atrocità della guerra, da profeta di Apocalisse, similmente a Nietzsche, Dostoevskij, Bernanos, assimilata dalle masse mediante le news, riflesso autentico dell’assuefazione odierna alle catastrofi e alle conflittualità. Allorché la retorica, la banalità e i luoghi comuni di cinici intellettuali, artisti, imprenditori, militari e politici sostituiscono il pensiero razionale, l’umanità diviene preda della più abietta manipolazione.
Fra cultura consumistica di massa, materialismo e falsi patriottismi, ci siamo. Pertanto, cari lettori, occorre fidarsi di ciò che le persone fanno, non di ciò che esse dicono, proprio in conformità ad un principio di coerenza comportamentale e di realismo relazionale.




































































