I meccanismi psicologici di difesa sono comunemente usati da tutti noi, ne sono stati delineati una ventina ed agiscono a livello inconscio. Essi sono una strategia che la psiche utilizza per gestire situazioni emotivamente “difficili” e proteggerci dal prendere consapevolezza di desideri, bisogni, pulsioni, contenuti e rappresentazioni mentali potenzialmente angoscianti, disturbanti o in qualche modo fonte di sofferenza e che in noi si sono attivati, generandoci ansia.
Fu Sigmund Freud il primo a descriverli e a capirne la funzione per l’equilibrio mentale e poi la figlia Anna, anche lei psicoanalista, continuò il lavoro del padre ampliandone la classificazione. Un suo testo per chi volesse approfondire l’argomento è “L’Io e i meccanismi di difesa”.Da allora per gli psicoterapeuti che lavorano seguendo un orientamento psicoanalitico/psicodinamico i meccanismi di difesa sono un elemento centrale del lavoro con il paziente, nel senso che uno degli obiettivi del lavoro terapeutico è quello di aiutare il paziente a capire in quali modi – cioè attraverso l’utilizzo di quali meccanismi di difesa – egli gestisce l’angoscia.
Ulteriore passo del lavoro con il paziente è poi quello di capire assieme a lui che cos’è che gli fa provare un senso d’angoscia: quali contenuti mentali, conflitti, pulsioni, emozioni, etc. Trai meccanismi di difesa ce n’è uno chiamato “Scissione”, il quale serve per tenere separati dento di noi sentimenti e rappresentazioni mentali contrastanti ed opposte sperimentate verso una stessa persona e/o verso noi stessi: in questo modo finiamo per categorizzare gli altri dividendoli in persone “completamente buone” e persone “completamente cattive” e lo stesso meccanismo lo applichiamo anche verso noi stessi, il che ci può portare a sentirci in certi momenti o giorni con un’alta stima di noi (“sono una brava persona”) e in certi altri momenti e giorni con un senso di vergogna e disvalore per noi stessi (“sono una cattiva persona”).
Dunque questo meccanismo può attivarsi nei confronti sia di una singola persona – in alcuni momenti idealizzata e in altri svalutata, ma sempre in termini assoluti, senza dubbi o tentennamenti (“è fantastica”, o ancora “è assolutamente una pessima persona”) – sia nei confronti di un “più ampio” gruppo di persone, dividendole in totalmente buoni e totalmente cattivi. Come dicevo all’inizio, questo meccanismo psicologico lo possiamo usare tutti in certi momenti della vita, ma è chi lo usa in maniera massiccia (per le sue passate esperienze infantili che qui non ho sufficiente spazio per descrivere) che vive spessissimo su un’altalena di emozioni, oscillando continuamente di umore e vivendo in un mondo in cui gli altri o sono dei persecutori, malevoli e di cui non ci si può fidare, o delle fantastiche persone, tutte “bianche e senza macchia”; e siccome nessuno è così perfetto chi idealizza massicciamente in questo modo vivrà anche massicce, frequenti e cocenti delusioni.
Ciò che queste persone non sanno fare – e che possono imparare a fare in un percorso di psicoterapia – è accettare dentro di sé l’ambivalenza, sia verso se stessi (vivendosi come esseri imperfetti, sia stimabili che criticabili, ma senza disprezzo o colpa), sia verso gli altri, amabili (quando ci fanno stare bene) ed al contempo “odiabili” (quando ci feriscono o ci fanno arrabbiare).





































































