QUALE RELAZIONE?
La correlazione tra malattia mentale e violenza è stata a lungo tempo data per scontata, sino a diventare, per contrasto, in tempi relativamente recenti, quasi un tabù. Il tema, a volte sottovalutato, altre volte sottaciuto, per ragioni di stigma sociale, si trova a confluire tanto nell’ambito clinico quanto in quello forense, in tutto ciò che comporta l’analisi del fattoreato.
Il disagio si lega altresì a una società non supportiva, i cui ritmi di vita (famiglia, lavoro, gestione del denaro, ambizioni insoddisfatte o represse, etc.) gravano sul nostro equilibrio psichico.
La violenza, la cui massima espressione é il risvolto omicidiario/suicidiario, sarà un tema sempre meno marginale negli anni a venire. Un tema che non si esaurisce nell’area della salute pubblica ma confluisce inesorabilmente in quello della pubblica sicurezza e del diritto, nell’analisi delle responsabilità e delle corresponsabilità in capo a soggetti terzi quali ad esempio un genitore, un tutore, o un datore di lavoro.
Quelli violenti sono atti a eziologia multideterminata che necessitano di una vigilanza e di un intervento adeguato, per riconoscerne i segnali e porvi rimedio. In un’azienda, ad esempio, a seguito di un evento drammatico, si andranno a valutare la vigilanza posta (o non posta) in essere da figure quali il datore di lavoro, il medico competente, lo psicologo (se è presente) etc. Un ambiente che ricerchi le buone pratiche andrà ad adottare tutti i protocolli più adeguati per la salute, la sicurezza, e la prevenzione.
La figura dello psicologo è determinante; egli é conscio del fatto che non tutte le persone affette da disturbo mentale sono violente, perché la malattia mentale e la violenza non sono direttamente collegate. In particolare, in ambito forense l’esperto della salute mentale andrà ad indagare quale possa essere l’elemento causale che abbia portato un soggetto a compiere un atto violento, relazionando il tutto e riportando tutti i dati utili ai fini clinici per tutte le notizie utili ai fini di giustizia.
Un disturbo mentale perciò non è sufficiente a scatenare la violenza poiché intervengono tutta una serie di dinamiche (cultura familiare, solitudine, abuso di alcol, uso di sostanze stupefacenti, stress, etc.) che si andranno ad indagare ed evidenziare, come anche eventuali tendenze suicidiarie che potrebbero trasformarsi in tendenza omicidiaria.
La presenza dello psicologo in tutti i luoghi di aggregazione e di attività sociale è fondamentale, e dovrà necessariamente divenire obbligatoria. Questa presenza è già divenuta reale in molti luoghi, ma non ovunque.
Pensiamo in quante università esiste la presenza di un sacerdote, nella cappellania universitaria, ma la stessa attenzione non sia sempre stata data al presidio f isso e gratuito di uno psicologo.
Pensiamo a tutti coloro che, ancora oggi, si trovano nella difficoltà di accedere alla prevenzione, alla diagnosi e al sostegno psicologico. Per qualcosa di multifattoriale come la violenza, in cui il disturbo mentale è uno dei fattori di rischio (ma non è il solo ed unico, lo abbiamo visto) uno/a psicologo/a che individui gli elementi di rischio, e le misure di protezione tali che possano aiutare a prevenire il peggio, prima che divenga un fatto di cronaca nera, é fondamentale.
Auguriamoci sempre di non dover esaminare i fatti col senno di poi.

Danilo Campanella
Psicologo aziendale
Di formazione comportamentale e cognitiva applicata, si è specializzato in tematiche riguardanti la psicologia aziendale e del lavoro, clinica, e le scienze criminologiche.

































































