Quando gli Etruschi dipingevano i miti

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A Santa Severa ritornano i colori dell’antica Caere.

 

Quando pensiamo alla pittura etrusca, la nostra immaginazione corre quasi inevitabilmente alle tombe dipinte di Tarquinia, con i loro banchetti, i danzatori, i musici e le scene di vita quotidiana che ancora oggi conservano una sorprendente vivacità.

Ma esiste un altro capitolo, meno conosciuto e altrettanto affascinante, della produzione figurativa di questo antico popolo: quello delle grandi lastre di terracotta dipinta che decoravano edifici monumentali e luoghi di rappresentanza.

È a questa particolare forma d’arte che il Castello di Santa Severadedica la mostra I colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio, inaugurata il 12 settembre scorso.

L’esposizione, curata dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, riunisce un importante insieme di reperti provenienti dall’antica Caere, l’odierna Cerveteri. Si tratta di opere databili prevalentemente tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., molte delle quali recuperate soltanto negli ultimi anni grazie a indagini condotte contro il traffico illegale di beni archeologici e ad accordi internazionali per la restituzione del patrimonio culturale.

Il valore dell’iniziativa supera però quello, già notevole, del recupero di manufatti antichi. Queste pitture permettono infatti di avvicinarsi a un mondo di immagini, racconti e credenze che raramente ha attraversato i secoli con altrettanta forza espressiva.

Per comprendere la qualità di queste opere bisogna immaginare Cerveteri nel momento della sua massima prosperità, quando – tra il VII e il VI secolo a.C. – era una delle città più ricche e influenti dell’Etruria meridionale.

Le aristocrazie etrusche, protagoniste della vita politica ed economica della città, utilizzavano le immagini per celebrare il proprio prestigio, esprimere valori condivisi e richiamare racconti mitologici conosciuti anche al di fuori dell’Etruria.

Gli edifici più importanti offrivano uno spettacolo ben diverso da quello che oggi suggeriscono le loro rovine: le superfici architettoniche erano spesso arricchite da decorazioni colorate, rivestimenti fittili e figure monumentali.

Le lastre dipinte di Caere appartengono a questo universo visivo:non semplici ornamenti, ma parti di un linguaggio figurativo destinato a comunicare significati religiosi, sociali e culturali.

Le lastre ceretane sorprendono innanzitutto per le loro dimensioni:alcuni esemplari raggiungono circa un metro e venti o trenta centimetri di altezza e potevano essere disposti uno accanto all’altro per comporre scene figurate articolate, la loro realizzazione richiedeva competenze tecniche considerevoli.

Dopo una prima essiccazione dei pannelli d’argilla, gli artigiani applicavano uno strato più fine, generalmente chiaro, sul quale impostavano il disegno. Le figure venivano quindi definite attraverso contorni e campiture cromatiche, utilizzando pigmenti di origine minerale.

I colori dominanti erano il rosso, il nero, il giallo e le loro diverse sfumature;una successiva cottura consentiva di fissare le decorazioni, conferendo alle superfici una resistenza che, in condizioni favorevoli, avrebbe permesso loro di sopravvivere per oltre venticinque secoli.

Ciò che colpisce è la sicurezza del segno:i corpi sono rappresentati con gesti dinamici, i panneggi suggeriscono il movimento e le figure dialogano fra loro attraverso sguardi e posizioni accuratamente costruiti.

Una parte particolarmente suggestiva del percorso espositivo è dedicata alle imprese di Ercole, chiamato Hercle dagli Etruschi: il celebre eroe della mitologia greca occupava infatti un posto importante anche nella cultura religiosa etrusca, dove le sue avventure erano conosciute e reinterpretate.

Le lastre, recuperate nel 2016 Ginevra dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, hanno restituito frammenti di un ciclo pittorico dedicato alle sue fatiche: i racconti, incentrati sul superamento di prove apparentemente impossibili, possedevano una forza simbolica facilmente comprensibile: Ercole incarnava il coraggio, la resistenza e la capacità di prevalere sul caos e sulle forze ostili.

Ma la loro presenza a Caere dimostra soprattutto quanto profondamente la mitologia greca fosse penetrata nell’universo culturale etrusco.

Tra i reperti più significativi esposti a Santa Severa figura una lastra con un episodio del mito di Achille e Pentesilea, regina delle Amazzoni.Secondo la tradizione greca, Pentesilea giunse in aiuto dei Troiani durante la guerra contro gli Achei, trovando la morte proprio per mano di Achille.

Nell’arte greca l’episodio viene spesso rappresentato nel suo momento conclusivo, quando l’eroina è ormai sopraffatta dal guerriero; il “regista” etrusco propone invece una soluzione particolarmente interessante: Pentesilea appare ancora impegnata nello scontro, rappresentata come una combattente attiva, non come una figura già sconfitta.

La scelta conferisce alla scena una tensione narrativa inedita:lo spettatore non assiste semplicemente alla conclusione di una vicenda conosciuta, ma si trova davanti a un combattimento il cui esito sembra ancora sospeso; l’immagine di una donna armata e coraggiosa appare inoltre particolarmente suggestiva se considerata nell’ambito della società etrusca, in cui le donne godevano, almeno in determinati ambienti aristocratici, di una visibilità pubblica superiore a quella loro riconosciuta nel mondo greco e, successivamente, romano.

Accanto ai temi mitologici e rituali, l’esposizione documenta scene di danza, attività atletiche, banchetti e rappresentazioni equestri: si tratta di immagini che aprono una finestra sul mondo aristocratico etrusco, restituendo i valori e le attività intorno ai quali si costruiva l’identità delle élite: la forza fisica, l’abilità militare, la partecipazione alle cerimonie religiose, la musica, la convivialità e il prestigio sociale.

La vicenda delle lastre dipinte permette di affrontare un problema centrale dell’archeologia contemporanea: la perdita del contesto di provenienza; un oggetto antico non è soltanto un’opera d’arte, è anche una testimonianza storica il cui significato dipende, in larga misura, dal luogo e dalle circostanze del ritrovamento.

Sapere se una lastra decorava un tempio, una residenza aristocratica o un altro edificio monumentale può modificare profondamente l’interpretazione della scena raffigurata; allo stesso modo, conoscere la posizione originaria dei frammenti potrebbe permettere di ricostruire interi cicli pittorici e comprendere il rapporto fra le immagini e gli spazi architettonici.

Quando un reperto viene sottratto clandestinamente dal suo contesto, molte di queste informazioni rischiano di andare perdute per sempre: il recupero materiale dell’opera, pur fondamentale, non può restituire automaticamente tutti i dati archeologici scomparsi. Può però riaprire possibilità di studio attraverso l’analisi tecnica, il confronto stilistico e l’eventuale ricongiungimento di frammenti dispersi.

 

Da questo punto di vista, I colori che ritornano assume un significato che va ben oltre quello di una tradizionale esposizione di capolavori antichi, è anche il racconto di una lunga attività di tutela, nella quale archeologi, restauratori, investigatori e istituzioni culturali hanno collaborato per riconsegnare alla collettività testimonianze di eccezionale valore.

Per questo la scelta del Castello di Santa Severa come sede della mostra non è affatto casuale: esporre lì le lastre dipinte significa ricollocare idealmente questi manufatti nel paesaggio storico che li ha prodotti, come espressione di una civiltà profondamente radicata in quel territorio; l’intenzione di integrare stabilmente le pitture nell’Antiquarium del Castello conferirebbe a questo ritorno un valore ancora maggiore, trasformando un evento espositivo in un’occasione duratura di conoscenza.

 

Informazioni sulla mostra

I colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio.

  • Castello di Santa Severa, Santa Marinella (Roma), spazi della Manica Lunga.
  • Venerdì, sabato e domenica, dalle 15:00 alle 18:00 – Ingresso gratuito

Inaugurata il 12 settembre 2026, non viene indicata una data conclusiva definita; per la visita è tuttavia consigliabile verificare gli aggiornamenti presso il sito della Soprintendenza.

Claudio Tanari – Gruppo Archeologico del Territorio Cerite