di ANTONIO CALICCHIO
Quando due persone si innamorano e si sposano formano un soggetto nuovo, non più individuale, bensì collettivo, una comunità, un noi. Nella prima fase di tale processo, sparisce o si affievolisce la barriera che ci divide dagli altri, e i due amanti mettono insieme i corpi, i ricordi, i possessi. Quasi che volessero fondersi, divenire una sola persona, migliore di entrambe. Ciascuno cerca di estrarre da se stesso e dall’altro il meglio, ciascuno cambia e obbliga l’altro a cambiare. L’amore è non soltanto idillio, ma anche lotta e spasimo.
E così, ciascuno ridefinisce se stesso e l’altro, insieme ridefiniscono il mondo e la propria nicchia ecologica. Instaurano, tra di loro, patti, norme di convivenza; la neo coppia, poi, oggettiva i suoi sentimenti e i suoi progetti in cose e relazioni: la casa, l’arredo, l’automobile, il lavoro, gli amici, i figli. Tutte queste, di là dalle distinzioni di natura giuridica circa la comunione o separazione dei beni, rappresentano creazioni collettive, solidali.
Quando, dopo un certo periodo di tempo, siffatta coppia si separa o divorzia, ciascun membro ritorna ad essere un individuo distinto. Ed allora, ricompare in lui l’orrore per la mescolanza dei corpi e dei possessi. Si getta su ciò che è stato realizzato collettivamente allo scopo di appropriarsene come cosa unicamente propria, espellendo l’altro. Ne scaturiscono lotte crudeli, principalmente sui figli. Le persone mutano: donne miti divengono intolleranti, inculcando nei figli l’odio nei confronti del padre; uomini gentili e razionali programmano tenebrose vendette.
Riflettendo in ordine a simili piccole ferocie quotidiane di casa, mi sovviene alla mente il caso, invece, di quelle, grandi, tipiche delle nazioni, tra cui, come voi ricorderete, campeggia la Jugoslavia, giacché le dinamiche profonde coincidono. Pure la Jugoslavia venne unificata ad opera di un grande movimento collettivo politico, guidato da Tito; crollato il cemento che le legava, le singole parti si lanciarono a sbranare l’insieme. Molte delle regioni, molte città, erano state prodotte collettivamente da diversi gruppi etnici e religiosi, come Mostar o Sarajevo. Negli anni novanta dello scorso secolo, ciascuno le voleva per sé, non accettava più l’altro, e non aveva pace finché non lo cacciava col terrore. Il ponte di Mostar, gioiello architettonico che univa le due parti della città, fu distrutto a cannonate da coloro che non lo sopportavano più, neppure come simbolo dell’unione.
Orbene, ciò che abbiamo esaminato, dapprima, nella coppia, poi, in Jugoslavia ci aiuta a comprendere la ragione essenziale per la quale il progetto massimalista di dividere l’Italia in tre Repubbliche, avanzato anni addietro, suscitò numerose angosce. Perché se fosse vero che il Nord non sopporta il Sud e viceversa, allora sarebbe doppiamente rischioso attivare forze che nessuno, poi, riesce a controllare. Le persone comuni lo capirono più dei politologi astratti. Costoro ritengono che non vi sia nulla in comune tra i dissidi di coppia e questioni grandi e solenni come la Costituzione e il Potere.
Ed invece, vi sono. Nelle coppie esistono incomprensioni e disaccordi gestibili con opportune “riforme”. I due possono decidere di dormire in stanze separate, di avere amici per conto proprio, un proprio lavoro, di essere più tolleranti. Però, nel momento in cui si oltrepassa la soglia invisibile della “scissione”, allora ogni tentativo di riconciliazione diviene impossibile. Lo sanno assai bene gli avvocati matrimonialisti. Si determina un processo violento, passionale, terribile, che investe anche le persone più mansuete. Pure nell’ambito della società le riforme implicano solidarietà e consenso. Se viene superato il limite di rottura, allora tutti i progetti di riforma costituzionale divengono pezzi di carta. Rimangono solamente l’odio e la guerra civile.





































































