Caterina Battilocchio.
L’atto rivoluzionario di restituire l’identità
L’antropologa Caterina Battilocchio è stata un’attivista culturale, ha fondato festival artistici, coordinato rassegne letterarie e guidato gruppi di lettura. Oggi debutta nella narrativa con il suo primo romanzo, La guardiana (edito da Garzanti e da questo mese in libreria), che verrà presentato il 24 giugno alle 18 a Cerveteri – Lungomare dei Navigatori Etruschi.

Nel libro, le storie di vita si intrecciano nel clima intimo di provincia, un luogo dove la memoria viene protetta attraverso i ricordi condivisi e tramandati a voce durante i pomeriggi lenti che la vita di paese ha saputo mantenere.
In questa intervista, l’autrice ci rivela la genesi di un’opera potente, scritta da una vera “combattente” della parola.
Per anni ho lavorato raccogliendo storie di vita: frammenti intimi che usavo come bussole per decifrare intere culture. Oggi applico lo stesso metodo ai miei personaggi, guidata dalla medesima urgenza emotiva. Quella spinta che ieri mi portava a intervistare persone reali, mi ha condotto al romanzo. È stato un lavoro lungo cinque anni per una storia che portavo dentro di me.
La protagonista, Mora, ha 33 anni e vive in bilico: dal punto di vista abitativo, emotivo, in tutto. La sua unica certezza è la nonna. Lavora come educatrice in una casa di riposo, un luogo dove lo spazio, il tempo e la cura sono rigorosamente comunitari. Lei, però, sceglie la via dell’autobiografia. Quando si siede davanti a un anziano e gli chiede “raccontami chi sei stato”, compie un atto rivoluzionario. Sabota la routine collettiva per restituire a ogni persona la propria irripetibile individualità.
Il romanzo è di fantasia, ma tocca corde universali. Una delle grandi domande che sollevi è: conosciamo davvero le persone che amiamo?
Sì, ci si chiede spesso se amiamo davvero l’altro per ciò che è, o se vediamo solo ciò che ci fa comodo per metterci al riparo. Al centro del romanzo c’è il tema della perdita della memoria. Negli anni ho coltivato l’illusione che i nostri ricordi possano essere salvati attraverso la scrittura. La parola scritta diviene così un punto di resistenza: esiste e perdura.
Cinque anni di gestazione sono lunghi. Qual è stato il momento più difficile in questo percorso?
Il momento più complesso è stato quando mi hanno fatto notare che la storia era potente, ma che dovevo rivederne la struttura. Il testo si poggiava su una voce. Ne volevano due, diverse e contrastanti: è stato un lavoro stilisticamente molto impegnativo. Anche se la nuova versione esisteva già dentro di me, modellarla ha richiesto una grande fatica editoriale.
Nel dietro le quinte di un esordio ci sono spesso incontri decisivi. Qual è il consiglio più prezioso che hai ricevuto e da chi arrivava?
Sicuramente quello di Nadia Terranova. Quando lesse l’incipit del romanzo, credette moltissimo nel valore della mia scrittura, dandomi la spinta decisiva per continuare a credere in questa storia.
Nel libro, Nonna Tita insegna a Mora che “esistono solo direzioni da prendere, senza voltarsi indietro”. Qual è la direzione letteraria che intendi prendere?
Sto già lavorando al mio secondo romanzo… ma per ora il contenuto è top secret!

di Barbara Pignataro





























































