Il mondo del lavoro e le risorse over 55

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DOTT. PIETRO ZOCCONALI *

Alcuni giorni fa ho relazionato ad un convegno organizzato nella sede dell’Università telematica Pegaso di Velletri (Rm).

L’argomento, attuale e abbastanza difficile da studiare, era quello del ruolo degli anziani nei posti di lavoro. Nel mio intervento ho ricordato che i primi studi sull’argomento gestione e valorizzazione delle risorse umane, sono stati effettuati nel ‘700 dall’economista scozzese Adam Smith. Successivamente ho parlato della rivoluzionaria teoria Taylor-fordista: raggiungere la massima produzione con il minimo sforzo lavorativo, senza tener conto, però, delle conseguenze a lungo termine sull’impiegato o l’operaio. Tutti noi abbiamo riso amaramente per l’uomo macchina interpretato da Charlot (Charlie Chaplin), nel film culto “Tempi moderni” (USA, 1936). L’alienazione raggiunta da un lavoratore che meccanicamente compie da tempo sempre le stesse mosse e che non ha assolutamente nessun riscontro positivo e nessuna soddisfazione o gratificazione dal lavoro che esercita. Memorabili le scene nelle quali il nostro eroe, all’uscita della fabbrica continua a fare il gesto di stringere bulloni a discapito dei passanti e quella nella quale, facendo da cavia, prova il marchingegno utile a far risparmiare il tempo per l’intervallo pranzo. Nel tempo diversi economisti, storici e sociologi hanno compiuto studi di Sociologia del lavoro. In Italia, dopo la “Riforma Fornero” e il “Jobs act” c’è ancora molto da studiare, in special modo nel pubblico impiego: ci troviamo ad avere con una popolazione lavorativa in età avanzatissima a causa della mancanza di assunzioni e dell’allungamento dell’età pensionabile e ciò non è assolutamente positivo. Venendo ai problemi dei lavoratori over 55, tutti sappiamo che gli anziani, una volta, in base alle conoscenze e alle competenze acquisite nel tempo, rivestivano automaticamente la funzione di trainer riguardo i giovani impiegati; l’anziano esperto era un intoccabile, depositario di un’esperienza atta a superare ogni ostacolo che si poneva di fronte agli inesperti lavoratori, anche se plurilaureati. Ho reso la mia testimonianza, non tanto come sociologo quanto nella mia passata esperienza di impiegato, transitato per tutte le varie fasi, dal neo assunto in prova, al lavoratore maturo in piena facoltà intellettuale, alla raggiunta qualifica di senior, ad anziano ultra sessantenne. Devo dire che nell’ultima fase ho visto diversi miei coetanei quasi completamente improduttivi, chiusi nelle loro stanze a gingillarsi con il nuovo PC, messo inutilmente a loro disposizione, dotato potenzialmente delle ultime tecnologie, che rimanevano però terre vergini e incontaminate all’interno della macchina. Certo che, per un lavoratore stanco che non aspetta altro che la pensione, che gli viene rinviata di anno in anno, il susseguirsi ormai tumultuoso delle innovazioni tecnologiche, rende il lavoro sempre più difficile e astruso. La tradizionale esperienza, che gli anziani sbandieravano fino a non molti anni or sono, non conta più poiché, quasi giornalmente, in modo liquido (citando Baumann), viene a modificarsi la tecnica lavorativa tendente all’adeguamento delle prassi a livello globale, e guai a chi non riesce a cavalcare la tigre; il risultato sarebbe il fallimento della società, soppiantata dalle innovazioni lavorative della concorrenza. In definitiva i lavoratori, dalla dirigenza al gradino più basso della piramide occupazionale, avranno sempre più bisogno di seguire corsi di aggiornamento, e forse arriverà un giorno che l’aggiornamento tenderà al 100% del tempo lavorativo e lì sarà la fine di tutto. A proposito di aggiornamento professionale e di mala organizzazione del personale, ricordo che quando ero prossimo ai 50 anni, lavoravo in un ufficio studi a livello internazionale di una società di ingegneria, per il quale effettuavo trasferte abbastanza di frequente a Londra, Parigi, Bruxelles, e presso altre importanti città europee. Allo scopo di migliorare il mio inglese, dissi al mio capo, che c’era la possibilità di frequentare un corso durante l’orario d’ufficio; dopo alcuni giorni venni a sapere che si era iscritto lui al corso, ed era anche prossimo alla pensione. Conseguenza fu che per “improving my English” dovetti frequentare per alcuni anni, al di fuori dell’orario lavorativo e a mie spese, il corso di Inglese che sentivo e reputavo necessario! Fino a pochi anni fa, in Italia, si parlava dei problemi lavorativi degli over 50, ora della valorizzazione delle risorse umane over 55. In un’intervista in TV, un dirigente dell’INPS, ha asserito che, a causa della durata della vita media degli anziani che si allunga sempre più, i lavoratori nati dopo il 1980, se tutto andrà bene, andranno in pensione a 75 anni. Tra qualche anno saremo qui a parlare dei problemi dei lavoratori over 65. D’altronde, secondo me, fino a che si ha voglia di lavorare è bene farlo, e non è questione di età. C’è chi nasce, cresce e muore senza mai aver sentito questa strana esigenza, e c’è chi, avendo avuto la fortuna di trovare un lavoro appassionante, fino a tardissima età riesce ad esercitarlo nel modo migliore, traendone vantaggi per se stesso e per la società che lo circonda; alcuni, gli eletti, a giovamento dell’intera Umanità.

* PRESIDENTE  ASSOCIAZIONE NAZIONALE SOCIOLOGI