L’Isola delle Rose, il sogno di una micro nazione indipendente durato solo 55 giorni

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di Giovanni Zucconi

Il nome non poteva essere più romantico: L’Isola delle Rose.

Ma era molto diversa da come ce la si poteva immaginare. Già chiamarla isola era una forzatura, e di rose, forse, nemmeno l’ombra. Era semplicemente una piattaforma artificiale, tipo quelle petrolifere, di non più di quattrocento metri quadrati, costruita al largo delle spiagge di Rimini. Una struttura in acciaio e cemento grande quanto un grande appartamento, ma che nel 1968 creò seri problemi alle autorità italiane. Un episodio sicuramente in sintonia con lo spirito rivoluzionario di quegli anni, e che rendeva possibile l’eterna utopia di realizzare lo Stato ideale. E quale Stato sarebbe più ideale di quello che potremmo creare e governare personalmente?

Questa considerazione era sicuramente nella mente dell’ingegnere bolognese Giorgio Rosa quando, nel 1958, pensò di costruire una piattaforma al di fuori delle acque territoriali italiane, e di proclamarla una Repubblica indipendente. Voleva fondare un nuovo Stato. Uno Stato tutto suo. Con le sue leggi, il suo Governo, la sua moneta, una sua lingua ufficiale, il suo Inno Nazionale, oltre che tutto il resto. Con lui a capo di tutto, naturalmente.

La domanda che viene spontanea è: Giorgio Rosa fu spinto in quest’avventura da megalomania, dal desiderio di realizzare un sogno utopico o dalla ricerca di un lucroso e originale business? Probabilmente ognuno di questi fattori contribuì alla sua decisione, anche se dopo tanti anni siamo colpiti soprattutto dalla componente epica e nobile di questo progetto. Ma vediamo come andarono le cose.

Innanzitutto il posto dove edificare la piattaforma non fu scelto a caso. Si trovava a 500 metri fuori delle acque territoriali italiane, a 11,612 km dalle coste del comune di Bellaria – Igea Marina. I lavori di costruzione durarono 10 anni, perché furono rallentati da comprensibili problemi economici e burocratici, oltre che da problemi tecnici dovuti al fatto che a causa delle condizioni del mare e del meteo non era possibile lavorare per molte ore alla settimana nei pressi della piattaforma. Questa era a tutti gli effetti un piccolo gioiello ingegneristico, completamente progettato dall’ing, Rosa.

Ma le azioni, e le intenzioni, del nostro ingegnere non passarono inosservate alle autorità italiane. Nel 1966, la capitaneria di porto di Rimini intimò di cessare i lavori perché l’area era in concessione all’Eni. Ma le ordinanze non fermarono Rosa, che terminò i lavori nel 1968. Il 1 maggio 1968, Giorgio Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza dell’isola, e si autoproclamò Presidente della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose. La nuova Nazione, non riconosciuta da nessuno Stato sovrano. Aveva la sua bandiera, il suo inno, la sua valuta (il Mill, che valeva quanto la Lira), la sua lingua ufficiale (l’Esperanto) e la sua produzione filatelica (furono emesse due serie che sono una rarità per i collezionisti). Tutto questo non venne mai accettato dalle autorità italiane, e a seguito anche di interpellanze parlamentari, fu decisa la linea dura. Il 25 giugno 1968, 55 giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, una piccola flotta di imbarcazioni con agenti della Polizia, dei Carabinieri, della Digos, e della Guardia di Finanza, circondarono la piattaforma e l’occuparono militarmente, senza nessun atto di violenza. Da quel momento fu vietato qualunque attracco all’isola. Il “Governo della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare “la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall’occupazione militare”. Il messaggio fu chiaramente ignorato.

Per chiudere definitivamente la questione, il governo italiano decise la demolizione della piattaforma. Tra l’11 e il 13 febbraio 1969, sommozzatori incursori della marina minarono la struttura con 1.750 kg di esplosivo e la fecero saltare. Il 26 febbraio 1969, una burrasca fece definitivamente inabissare l’Isola delle Rose, e con essa i sogni utopici di Giorgio Rosa di una nazione indipendente posta in mezzo all’Adriatico.

La demolizione della piattaforma e la conseguente fine della “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” ebbero numerosi strascichi, anche perché questa vicenda non aveva precedenti nella nostra storia giuridica. Le polemiche continuarono anche dopo il pronunciamento, nel 1968, del Consiglio di Stato, secondo il quale: “Le pretese di sovranità, indipendenza e diritti internazionali acquisiti dai proprietari della piattaforma, erano infondati, in quanto i cittadini italiani anche fuori dall’Italia devono sottostare alle leggi statali…