di Danilo Campanella
Con l’avvento della pandemia COVID-19 si è creata, soprattutto nel settore privato, la paura dei licenziamenti di massa.
Normalmente, nei momenti di crisi, le persone tengono maggiormente caro il proprio lavoro.
Ben presto, invece, e contro ogni previsione, si è assistito al fenomeno inverso. Con “Le grandi dimissioni” ci si riferisce a quel fenomeno sociale (nato negli Stati Uniti a partire dal 2021 e che ha raggiunto l’Europa l’anno successivo) in cui si è raggiunto il massimo livello storico di dimissioni volontarie. A fronte del detto “tutti i sono utili, nessuno é indispensabile” molte posizioni nelle aziende sono invece rimaste vacanti.
Anche il tanto ricercato lavoro statale pare che non sia più desiderato come un tempo, a fronte di responsabilità valutate al di sopra della retribuzione, ed un percorso di carriera statico che non assicurerebbe prospettive di miglioramento se non a fronte di molto tempo e concorsi interni. Ancora oggi sembrerebbe che un terzo dei lavoratori europei cerchi di lasciare il proprio lavoro in massimo sei mesi.
Il risultato di queste dimissioni universali, in termini pratici, si riassume in una grande carenza personale; quello che resta a lavorare tende ad essere personale “presenzialista” poco motivato. Per comprendere meglio un tale fenomeno, ci viene incontro la psicologia, sia per quanto riguarda l’analisi del problema sia per quanto concerne le soluzioni.
La pandemia ha costretto l’essere umano a fare i conti con la propria situazione lavorativa.
Milioni di persone hanno cominciato a dubitare della carriera come scopo della propria vita. Hanno rivalutato invece il concetto di qualità della vita.
Parlando con i lavoratori, quello che ha pesato – e pesa – in questa crisi é in parte legato: alla mancanza di individuazione di uno scopo del proprio lavoro, allo stress legato ai conflitti, anche minimi, ai quali non siamo più abituati, alla mancanza di supporto e di dialogo con i responsabili, allo stress, all’incapacità di adeguarsi alle nuove tecnologie, allo scarso coinvolgimento nelle dinamiche lavorative (employee engagement rate), alle responsabilità percepite come eccessive, al maggiore rischio di contestazioni/cause legali, al continuo aggiornamento della modulistica, alle incombenze burocratiche (le normative che cambiano, etc.). Tutto questo pesa sul lavoratore medio, il quale crede che il gioco non valga più la candela.
Oggi i datori di lavoro più “illuminati” si fanno aiutare dagli psicologi per “convincere” la forza lavoro a restare in azienda, attraverso un programma che renda i momenti di lavoro meno conflittuali e in cui gli impiegati o gli operai vedano un reale percorso di carriera interna, attraverso ruoli e riconoscimenti ben chiari. Insomma, il benessere nei luoghi di lavoro torna ad essere un tema caro e le aziende possono “salvarsi” dalla tendenza alle dimissioni attraverso dei programmi aziendali strutturati che aumentino il senso di appartenenza e migliorino fattivamente le condizioni dei propri dipendenti. I lavoratori dal canto loro non abbiano timore di parlarne con il datore, attraverso i propri responsabili o sportelli opportunamente preposti allo scopo.


































































