FESTA DEL LAVORO O FESTA DELLA SCHIAVITÙ?

0
281
di Miriam Alborghetti

È dal 1889 che si celebra la Festa del lavoro e dei lavoratori, da quando, a Parigi, il Congresso della Seconda Internazionale scelse il 1° maggio come giornata per commemorare “la Grande Rivolta” dei lavoratori scoppiata nel maggio dell’1886 negli USA, che portò a scontri cruenti con la polizia a Chicago e che fu repressa con la violenza, arresti, condanne e pene capitali. Nel 1890 anche l’Italia cominciò a festeggiare il primo maggio finché la festa non venne soppressa dal regime fascista per poi essere ripristinata con la fine della prima guerra mondiale, divenendo ufficialmente una festa nazionale. E non poteva essere altrimenti in un Paese che, nella sua stessa Costituzione, eleva il “lavoro” a fondamento stesso della Repubblica (art. 1), a “diritto” ma anche a “dovere”( art.4).

E, in effetti, durante la Prima Repubblica di motivi per festeggiare il 1°maggio ce n’erano a iosa dal momento che, a fronte di lotte sindacali anche durissime, le condizioni del lavoro, le tutele e i salari ebbero dei miglioramenti sostanziali, attraverso un processo graduale culminato nello Statuto dei Lavoratori del 1970 e in virtù della scala mobile, meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione, attivo dal 1945 al 1992, teorizzato e fortemente voluto da Giuseppe Di Vittorio, fondatore e segretario generale della CGIL. Quello che però troppo spesso si dimentica è che il “diritto al lavoro” degli italiani poté concretizzarsi soprattutto in virtù dello sviluppo rapidissimo non solo della grande industria ma delle PMI grazie al sostegno finanziario garantito dalle banche popolari e dalle casse di risparmio locali, fondamentali per il credito alle piccole realtà. Le PMI – che durante tutta la Prima Repubblica hanno costituito il tessuto connettivo e il motore principale dell’economia italiana – sono sempre state il fulcro dell’occupazione, impiegando la maggior parte della forza lavoro nazionale, e sono state fondamentali per creare una classe imprenditoriale diffusa e conseguentemente un ceto medio allargato con un alto tenore di vita.

E ancor oggi, nonostante le sfide strutturali, la pressione fiscale tra le più elevate d’Europa, cuneo fiscale sul lavoro tra i più alti nell’area OCSE nonché la burocrazia elefantiaca, le PMI costituiscono l’ossatura portante dell’economia e del lavoro, rappresentando oltre il 99% del tessuto imprenditoriale italiano. Purtroppo però esse sono più vulnerabili alle fluttuazioni dei tassi di interesse, al costo dell’energia e alle incertezze geopolitiche. Non a caso la pandemia ha avuto un impatto devastante su centinaia di migliaia di realtà imprenditoriali che hanno chiuso definitivamente o che hanno corso seri rischi di chiusura. Nel 2020, si stima che oltre 390.000 imprese in Italia abbiano chiuso definitivamente, a fronte di sole 85.000 nuove aperture, colpendo ristorazione, turismo, alberghi, trasporti, moda, ingrosso e il dettaglio non alimentare. Finita la crisi sanitaria, è iniziata quella bellica, con la guerra in Ucraina e poi con la guerra in Iran, con un impatto pesante sull’imprenditoria per i rincari energetici e di conseguenza su tutti lavoratori che vedono diminuire inesorabilmente il potere di acquisto del loro salario.

Tuttavia oltre agli shock globali provocati dalle guerre, i lavoratori italiani sono alle prese con problemi strutturali interni come la precarizzazione del lavoro – che colpisce soprattutto i giovani e le donne – e l’erosione del potere d’acquisto dei salari. Nonostante lievi riprese recenti, i salari rimangono inferiori ai livelli pre-crisi sanitaria e stagnanti da oltre 20 anni, segnando un netto distacco rispetto alla media europea. Negli ultimi 20 anni l’Italia è l’unico paese europeo ad aver registrato una crescita salariale quasi nulla (+4%), mentre il costo della vita è aumentato vertiginosamente. La caduta dei salari reali comincia nei primi anni Novanta con una successiva lenta ripresa fino al 2010. Dopo la crisi dei debiti sovrani, i salari reali si sono ridotti prima gradualmente e poi molto rapidamente in concomitanza con la fiammata inflazionistica del 2022-2023, che ha causato un aumento dei prezzi del 17,4% nel 2024 rispetto al 2019.

Occorre sottolineare che le offerte di lavoro restano ben al di sopra dei livelli pre-pandemici: ci troviamo dunque di fronte ad un aumento del numero di occupati a fronte di una sostanziale stagnazione dei salari, un’elevata precarietà e un diffuso part time. Tra il 2008 e il 2024 i salari reali medi in Italia sono diminuiti di 9 punti percentuali, mentre in Germania e Francia si è assistito ad un incremento, rispettivamente, dell’14% e del 5%. Secondo il rapporto OCSE sull’occupazione, l’Italia è il Paese che ha registrato la maggiore caduta dei salari reali nell’area OCSE. In compenso la dinamica dei profitti continua a marciare nella direzione di una crescita costante a cui si accompagna anche quella dei dividendi per gli azionisti. La produttività che non cresce è il risultato della caduta degli investimenti. Tra il 2020 e il 2023, gli azionisti delle società industriali censite da Area Studi Mediobanca si sono distribuiti ogni anno in media l’80% degli utili, lasciando appena il 20% a disposizione della gestione come contributo all’autofinanziamento di nuovi investimenti.

Mentre le PMI languono e i lavoratori hanno le tasche sempre più vuote, gli “dei del capitalismo” brindano. “Nel 2025 le società quotate alla Borsa di Milano hanno “regalato” ai loro azionisti quasi per intero i loro profitti per la straordinaria somma di 43 miliardi di euro.- scrive l’economista Alessandro Volpi Nel frattempo l’economia italiana cresce dello 0,5% e il governo fatica a trovare 500 milioni di euro per il, pur discutibile, bonus assunzioni. Questo modello per ricchi, tra le varie cose, è stato rafforzato dalla vicenda dei crediti fiscali dei superbonus edilizi. Ben il 50% di tali crediti sono andati a vantaggio del 10% dei contribuenti più ricchi, generando un aumento del debito pubblico di 50 miliardi solo in un anno, che verrà pagato da tutti i contribuenti. [..]”

Di fronte a un tale scenario di impoverimento dei lavoratori, di deterioramento costante delle condizioni di lavoro, di sostanziale trasformazione dei lavoratori in schiavi – trasformazione che raggiunge il suo acme il 15 ottobre 2021 quando venne imposta la schedatura digitale (green pass) per esercitare il diritto al lavoro nonché la cessione del corpo ad un trattamento sanitario a mezzo ricatto “Se non ti vaccini, non lavori” – qualcuno dovrebbe spiegarci cosa c’è da festeggiare il 1° maggio, se non la vittoria degli “Dei capitalismo”, vittoria di cui