IL TRAUMA COMPLESSO

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Oggi ritorniamo a parlare del trauma. In un articolo precedente ho spiegato che il trauma si divide in due gruppi: 1- il trauma con la “T maiuscola”, ossia un evento che mette in gravissimo pericolo la nostra sopravvivenza (un grave incidente, un terremoto, una violenza, una rapina, ecc.); questo tipo di evento traumatico ha delle conseguenze importanti nella persona che lo subisce che può manifestare uno stato d’ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, disturbi dell’umore, ecc.

Nella pratica clinica, però, sono più le persone che nella loro vita riportano un 2- trauma complesso, ossia una serie di eventi traumatici che non mettono in pericolo la vita della persona ma che influenzano in modo negativo la crescita del bambino oppure, nell’adulto, provocano una modificazione significativa del corso della vita: il trauma complesso è formato da traumi con la “t minuscola”. È fondamentale affermare che il trauma con la “t minuscola”, pur evocando ricordi accompagnati da emozioni forti, nella mente della persona non viene considerato come straordinario e fuori da sé.

Il primo racconto dei traumi con la “t minuscola”, infatti, è un insieme di eventi che la persona racconta come se fossero di normale amministrazione. Mi viene alla mente una persona che, fin da piccola, si è occupata della madre depressa (dava lei bambina i farmaci), ha subito abusi da un parente, non è stata ascoltata dai genitori, ecc. Oppure, un’altra persona che racconta che i genitori litigavano sempre, in sua presenza e che molto spesso si metteva in mezzo per paura di atti di violenza, che ha subito degli abusi, che ha dovuto accudire piuttosto che essere accudita dalle figure genitoriali,

che un giorno la madre le diceva “ti amo più delle mia stessa vita” ma che il giorno dopo la stessa madre la picchiava per un nonnulla e che anche le famiglie degli zii erano come la sua famiglia (“litigavano sempre, io e mia cugina ci supportavamo a vicenda”). In questi casi, spesso, c’è una rimozione della propria vita fino ad una certa età (per esempio fino ai 12-13 anni) e, poi, ci sono ricordi sfuocati. Le persone arrivano dallo psicoterapeuta perché hanno attacchi di panico, magari hanno una vita “normale”, un lavoro anche di responsabilità pur non credendo in sé stessi… ma lamentano un disagio generale.

Dal punto di vita terapeutico, è molto più semplice lavorare con una persona che porta un trauma con la “T maiuscola” che non con una persona che porta un trauma complesso. Immaginiamo che lo scorso anno una persona ha avuto un incidente stradale che non ha messo in gravissimo pericolo la sua vita ma, comunque, le ha in qualche modo cambiato la vita. Immaginiamo, invece, una persona per racconta una serie di piccoli traumi ma avvenuti costantemente e di diverso tipo. Nel primo esempio, la mente della persona riconosce che l’evento dell’incidente è un evento straordinario che è al di fuori da sé.

Nel secondo caso la persona racconta degli eventi traumatici come se fossero normali, in modo impersonale e quando si fa notare questo particolare, dice “ci ho fatto l’abitudine”; ma prima di farci l’abitudine quanta sofferenza ha dovuto sopportare? Poi, ci ha fatto davvero l’abitudine? Una persona, infatti, nei primi incontri mi ha raccontato sommariamente la sua vita; dopo un po’ ha scelto di lavorare sui traumi e, facendo l’elenco, ha detto “non pensavo fossero così tanti” : ha iniziato a piangere e a sentire una carica emotiva importante.