Il tempo del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano

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bonus vacanze

di Antonio Calicchio

Siamo nel cuore dell’estate, la quale reca in sé l’impronta, tutta moderna, della “vacanza”, una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, pertanto, o stracciano, consumandola in noia, o ricolmano, con la medesima frenesia del resto dell’anno (la Marina di Camerota estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Roma feriale e convulsa?). E’ paradossale, ma il termine “vacanza” deriva, nella sua accezione etimologica, dal latino vacare, che, in realtà, significa dedicarsi in toto ad una attività. Ed è per tale ragione essenziale che nelle antiche culture la vacanza, com’è adesso concepita, non esisteva. Ed infatti, la vera sosta dovrebbe scandire ciascuna giornata e ogni opera umana; Pascal non esitava a scrivere che “ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera”. Il concetto più profondo e genuino di vacanza potrebbe essere espresso facendo ricorso, piuttosto, alla categoria “riposo”.

Del resto, il tempo del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano. E’ la scoperta del silenzio “pieno”, quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno, attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi, trasmettersi mille sensazioni. Pitagora imponeva ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio stesso. Moravia riconosceva che “per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati”. Questo è il significato fondamentale di una autentica vacanza “umana”. Certo, il silenzio “vuoto” spaventa: la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso delle chiacchiere, perché ha paura del silenzio o lo considera solamente come assenza di parole. L’educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Giorgio Caproni poneva in scena, in una sua poesia, uno dei numerosi uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù, ma non ha più nessuno con cui comunicare, se non i morti. Ed invece, le soste di riposo rappresentano lo spazio del silenzio interiore. L’homo faber rinviene il senso ultimo del suo esistere non tanto nell’azione, pur necessaria, quanto nel “riposo”, mediante il quale egli non solo spiega e attribuisce valore al tempo e alle opere che in esso compie, ma viene trasfigurato e introdotto nel “tempo” perfetto e completo, costituito da pace e da luce.

Il diritto allo svago e al tempo libero, poi, è un diritto volontario e, talvolta, drammatico che pone, perfino, in gioco l’esistenza umana. Oramai, si parla solo se un punto oltrepassa, in percentuale, il dato dell’anno precedente, ma non ci si stupisce degli incidenti, né delle scomodità registrate come effetti degli spostamenti durante i giorni di festa. Il piacere della vacanza e il disagio creati da essa appartengono alla medesima ritualità.

C’è chi pensa alla nostra protezione, migliorando leggi e dispositivi di controllo sul traffico. Si discute circa l’opportunità di modificare le normative e intensificare i controlli, come si può riflettere rispetto all’inadeguatezza o alla obsolescenza della nostra rete autostradale, responsabile, talvolta, di incidenti. Tuttavia, dopo aver fatto le debite considerazioni, il problema, nella sua essenza, non muta: il disagio potrà essere maggiore o minore, ma la vacanza, col suo divertimento, rimane accompagnata da una ritualità identica a se stessa.

Un tempo, si parlava di partenze e di rientri intelligenti, fondati su un ragionevole calcolo di previsione dei flussi di traffico. Oggi, non se ne parla più, poiché si è ben compreso che non sono imbecilli coloro che partono nelle ore critiche, ma che molti non possono fare altrimenti per non perdere ore di lavoro e per sfruttare al massimo grado il poco tempo libero.

D’altra parte, è la nostra società, coi suoi ritmi e le sue abitudini, che detta le regole; e, nella maggior parte dei casi, appare impossibile non seguirle, sebbene il prezzo da pagare sia inevitabilmente alto. Però, molta responsabilità è da ascrivere proprio a quel modo di ragionare che ha generato questa doppia ritualità, cioè della vacanza e della sofferenza, quale coppia fatale e ineludibile. Ad es., è diventato razionalmente inaccettabile, l’imprevisto, rappresentato dalla nebbia, dal ghiaccio, dal traffico. Insomma, l’imprevisto, l’incidente, il disagio anziché porci dinanzi alla nostra fragilità e alla precarietà degli apparati meccanici e tecnici, di cui disponiamo anche per trascorrere il tempo del divertimento, ci fanno sentire padroni del mondo e provvisti di una volontà di potenza che, spesso, ci nullifica.