Il medico dell’Orto dei Fuggiaschi

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archeologia

A Pompei, nuove analisi restituiscono un’identità e forse una storia a una vittima dell’eruzione del 79 d.C.: per oltre sessant’anni è rimasto lì, nascosto nel gesso di uno dei calchi più celebri di Pompei. Un piccolo astuccio, nascosto tra le pieghe del calco, apparentemente poco significativo rispetto alla drammaticità della scena dell’Orto dei Fuggiaschi, si è rivelato invece una straordinaria chiave di lettura: al suo interno le moderne tecniche diagnostiche hanno infatti individuato oggetti che potrebbero raccontare l’attività in vita di una delle persone morte durante l’eruzione del Vesuvio: con ogni probabilità, un medico.

La scoperta non nasce da un nuovo scavo ma dalla rilettura di reperti già noti ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della ricerca archeologica contemporanea: ciò che è stato portato alla luce decenni fa può continuare a fornire informazioni inedite grazie a strumenti di indagine che gli archeologi del passato non avevano a disposizione, in una sorta di cold case archeologico.

L’Orto dei Fuggiaschi è uno dei luoghi più impressionanti dell’antica Pompei. Nel 1961, durante le indagini condotte da Amedeo Maiuri in un’area allora occupata da un vigneto, furono individuate le impronte lasciate nel deposito vulcanico dai corpi di quattordici vittime; le forme ottenute riempiendo quelle cavità con il gesso hanno conservato posture e gesti degli ultimi istanti di vita di quegli abitanti della città: è il celebre metodo Fiorelli, dal nome dell’archeologo Giuseppe Fiorelli che l’ideò nel 1863.

Erano uomini, donne e bambini sorpresi mentre cercavano di allontanarsi dalla catastrofe: il gruppo stava probabilmente tentando di raggiungere l’area di Porta Nocera quando venne travolto dalla nube piroclastica. Per molto tempo, di quelle persone è stato possibile ricostruire soprattutto la morte,oggi, invece, l’attenzione degli studiosi si sta spostando sempre più sulle loro vite: che cosa portavano con sé? Quale ruolo avevano nella società? Quale mestiere svolgevano?

È in questa prospettiva che il piccolo astuccio assume un valore eccezionale.

Le recenti indagini sui materiali conservati nei depositi del Parco Archeologico di Pompei hanno permesso di riconoscere, associati a uno dei calchi, diversi oggetti personali: nel nostro caso una piccola cassetta realizzata in materiale organico,forse legno, sughero, o cuoio (i residui carbonizzati

non permettono ancora di chiarirne il materiale con certezza), contenente strumenti compatibili con un corredo medico.La custodia era posizionata all’altezza del ventre della vittima di sessomaschile, fissata in posizione rannicchiata, riversa sulfianco destro, a contatto con una seconda vittima disesso femminile in posizione prona.

È un insieme particolarmente significativo perché gli oggetti trasportati durante una fuga non sono mai casuali: di fronte a un’emergenza, una persona tende a scegliere ciò che considera indispensabile come denaro, beni preziosi, oggetti utili alla sopravvivenza oppure legati al proprio lavoro.

All’attribuzione dell’identità della vittima si è arrivatigrazie a radiografie e tomografie che hanno consentito di penetrare all’interno dell’astuccio a senza aprire o danneggiare il reperto: le immagini in alta risoluzione hanno rivelato la presenza di una piccola lastra di ardesia e di alcuni utensili metallici. La lastrina poteva essere utilizzata come superficie per triturare, mescolare o preparare sostanze medicinali, mentre gli strumenti metallici sono stati interpretati come possibili utensili chirurgici. Il caso del medico dell’Orto dei Fuggiaschi è un esempio emblematico di come il rapporto tra archeologia e diagnostica stia trasformando lo studio dei materiali antichi: le scansioni TC, integrate nel progetto anche da elaborazioni assistite da Intelligenza Artificiale e ricostruzioni tridimensionali, hanno consentito di indagare ciò che per decenni era rimasto invisibile, preservando contemporaneamente l’integrità del calco. Le analisi hanno inoltre permesso di comprendere meglio la struttura della cassettina, che possedeva un complesso sistema di chiusura con una rotella dentata.

L’ipotesi apre una finestra su un aspetto meno spettacolare, ma estremamente concreto, della vita quotidiana romana: la medicina.

Il medicus del I secolo d.C. non corrispondeva esattamente alla figura del medico moderno: l’ambitodella Sanità romana era molto diversificato e comprendeva professionisti con competenze differenti, dai chirurghi agli specialisti degli occhi, fino a coloro che preparavano rimedi e medicamenti.

Gli strumenti potevano essere estremamente raffinati: sonde, pinzette, piccoli bisturi, aghi, spatole e recipienti destinati alla preparazione delle sostanze: alcuni utensilipotevano avere impieghi disparati tanto in ambito medico quanto cosmetico.

Proprio per questo il contesto è fondamentale: la presenza simultanea di più strumenti, insieme alla lastra utilizzabile per preparare composti e alla particolare scatola destinata a contenerli, rende plausibile l’interpretazione professionale del reperto avanzata dagli studiosi.

C’è infine un dettaglio che trasforma la scoperta archeologica in una vicenda profondamente umana: al momento della fuga, quest’uomo decise di prendere con sé il proprio strumentario.

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, ha sottolineato in un’intervista proprio questo aspetto: il medico potrebbe aver portato il corredo professionale con sé nella speranza di ricostruirsi altrove una vita grazie al proprio mestiere o forse anche per poter prestare soccorso ad altre persone durante l’emergenza; naturalmente non possiamo sapere quale fosse la sua reale intenzione, ma il gesto rimane significativo.

E’ forse questo l’aspetto più affascinante della scoperta: dopo quasi duemila anni, l’uomo avvolto nel gesso non appare più un corpo anonimo e quella piccola cassetta portata con sé durante la corsa verso un’impossibile salvezza è ciò cheoggici permette di intravedere nuovamente la sua vita.

 

Claudio Tanari (Gruppo Archeologico del Territorio Cerite)