Accadde oggi. Il 27 aprile del ’37 moriva Antonio Gramsci

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83 anni fa si spegneva un gigante della Storia d’Italia, il cui pensiero segnò un punto di svolta della cultura del Dopoguerra

In questo giorno del 1937 muore il filosofo marxista italiano Antonio Gramsci.

Fondatore ed al contempo leader del Partito Comunista d’Italia venne tenuto nelle patrie galere per undici anni dal regime fascista di Benito Mussolini. A ricordarcelo è Angelo Alfani, che ringraziamo per averci riportato alla memoria uno dei giganti della Storia d’Italia.

Se il fascismo, condannando Gramsci a venti anni quattro mesi e cinque giorni di reclusione, era riuscito a togliergli la libertà di parola e di movimento, rinchiudendolo in vari carceri, non era riuscito però, come pensava il pubblico ministero ad impedire al cervello di Gramsci di pensare. La pubblicazione dell’opera principale di Gramsci, i Quaderni del carcere, segnò un vero e proprio punto di svolta nella cultura italiana del secondo Dopoguerra. La cultura italiana del ‘900 non può essere capita senza il riferimento ai suoi lavori.

Basti pensare a uno dei più grandi intellettuali della seconda metà del secolo: Pier Paolo Pasolini. Forse nessuno meglio di lui ha rappresentato la concezione gramsciana di intellettuale organico, di poeta delle classi subalterne.

Ricordiamo, nell’anniversario della sua morte, la citazione che segue, tratta da Città Futura, 1917:

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.