19 MAGGIO 1975, LA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA, LA SVOLTA EPOCALE NELLA STORIA SOCIALE E GIURIDICA DELL’ITALIA

0
454
diritto di famiglia

UNA RIVOLUZIONE (INCOMPIUTA) DA CELEBRARE:
FU LA PIÙ GRANDE BATOSTA INFERTA AL PATRIARCATO.

di Miriam Alborghetti

Era il 13 novembre 1974, quando circa 50mila donne arrivate da ogni parte d’Italia sfilarono a Roma partendo da Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica, per arrivare davanti a Palazzo Madama, sede del Senato, in un imponente corteo promosso dai movimenti femministi e da UDI – Unione Donne in Italia, per chiedere una riforma radicale del diritto di famiglia, ancora fondato sull’impianto patriarcale del Codice Civile del 1942, in cui predominava una concezione autoritaria e gerarchica, basata sul principio di autorità del marito sulla moglie e del padre sui figli. Alla manifestazione parteciparono rappresentanze regionali, sindacali, consigli di fabbrica, contadine con i trattori, impiegate, madri con il passeggino e studentesse. Al centro della protesta c’era la richiesta di eliminare la potestà maritale, sancire la parità tra coniugi, garantire pari diritti ai figli legittimi e naturali e riconoscere la comunione dei beni. Questa storica mobilitazione fece da traino alla Legge n. 151 che venne approvata pochi mesi dopo, il 19 maggio 1975. Una legge che riscrisse completamente il diritto di famiglia, costituendo un pilastro fondamentale nella storia dei diritti civili in Italia. Detto in poche parole, fu forse la più grande mazzata inferta al patriarcato e questa vittoria la dobbiamo principalmente al grande lavoro svolto dal femminismo degli anni ‘70 sia sul piano culturale che organizzativo, nella sua capacità di inventare nuove forme di lotta fuori dai partiti. I punti principali della riforma oggi potrebbero apparirci delle ovvietà ma allora erano rivoluzionari in quanto hanno determinato il passaggio dal modello patriarcale a quello paritario, cancellando la figura del capofamiglia, ossia del marito-padrone e quella della moglie-serva. I capisaldi della legge includono la parità giuridica e morale dei coniugi, la trasformazione della patria potestà in potestà (oggi responsabilità) genitoriale condivisa, abolizione dell’obbligo di dote, introduzione della comunione dei beni compensando storicamente il minor reddito femminile, abolito l’obbligo per la moglie di seguire il marito ovunque lui decida di stabilirsi, la residenza deve essere decisa di comune accordo.

A questo proposito ricordiamo che la formulazione, antecedente alla riforma del 1975, dell’art. 144 cod. civ., disponeva che: «il marito è capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la residenza». Come sottolinea il comunicato stampa di Stati Generali delle Donne per celebrare l’anniversario della Riforma del Diritto di Famiglia “questa riforma non fu un fulmine a ciel sereno, ma si inserì pienamente nel profondo fermento progressista degli anni Settanta, un decennio caratterizzato da conquiste epocali come lo Statuto dei lavoratori e il divorzio nel 1970, l’istituzione degli asili nido nel 1971, fino ad arrivare all’interruzione volontaria di gravidanza e alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978. In questo contesto, un ruolo cruciale fu giocato dall’attivismo dell’Unione Donne Italiane (UDI) e dall’inedita collaborazione trasversale di quattro parlamentari di schieramenti opposti che lavorarono insieme con costanza per ben sette anni: Maria Elettra Martini e Franca Falcucci della Democrazia Cristiana, insieme a Giglia Tedesco (socialista impegnata nella lotta per i diritti delle donne ndr) e Nilde Iotti del Partito Comunista Italiano. Resta memorabile una frase storica pronunciata da Nilde Iotti nel 1969, la quale sottolineava con lungimiranza come nel mondo moderno ciò che rende veramente morale il matrimonio sia, in primo luogo, l’esistenza dei sentimenti”*.

A questi quattro nomi va aggiunto quello di Marisa Rodano, esponente del PCI e figura di riferimento del femminismo italiano. Grazie alla spinta dirompente del femminismo e di un fronte femminile che abbracciava posizioni politiche disparate, comprese le posizioni cattoliche, il legislatore sancì un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: «Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri». Parole che oggi appaiano banali, allora erano dirompenti, in quanto demolivano un ordine secolare sancito dal codice maritale fascista che conferiva al marito una sorta di dominio assoluto sulla famiglia.

Nonostante la portata storica della riforma, come ricordano gli Stati Generali delle Donne, alcuni questioni rimasero irrisolte e richiesero decenni per trovare una piena ed effettiva soluzione: “I figli nati fuori dal matrimonio, che prima della riforma non potevano essere riconosciuti dal genitore già sposato, vennero definiti naturali equiparandone gran parte dei diritti, ma lo status di totale uguaglianza giuridica rispetto ai figli legittimi è stato raggiunto solo con la successiva Riforma della filiazione del 2013. Un altro tema centrale ha riguardato il cognome materno, dato che all’epoca la moglie poteva solo aggiungere il cognome del marito al proprio e non poteva trasmetterlo ai figli, una questione risolta compiutamente solo in tempi molto recenti”. In merito al cognome materno, storica è la sentenza n. 131/2022 della Corte Costituzionale grazie alla quale la madre ha il pieno diritto di trasmettere il proprio cognome al figlio. La regola prevede l’attribuzione di entrambi i cognomi (nell’ordine concordato), ma i genitori possono anche optare per il solo cognome materno o paterno. Tuttavia a mezzo secolo di distanza da quella riforma, la parità è ancora molto lontana da raggiungere. La causa principale del persistere della disparità è sotto gli occhi di tutti: in Italia, il 71-80% del lavoro di cura non retribuito (cura della casa, dei figli e dei familiari non autosufficienti) grava sulle donne.

Questo enorme carico, unito alle carenze del welfare, rappresenta un ostacolo strutturale all’occupazione femminile, provoca l’abbandono del lavoro o il ricorso forzato al part-time, limita la crescita professionale, riduce il reddito e dunque alimenta un divario di genere persistente.. Se è vero che la Riforma del diritto di famiglia ha inferto un duro colpo al patriarcato, i retaggi sessisti persistono in quanto sono profondamente radicati nel tessuto sociale. Tuttavia, nonostante l’incompiutezza, la legge 151 ha rappresentato un
punto di non ritorno che ha rivoluzionato la stessa concezione della famiglia.