STORIE DI MAFIE
La storia del Giudice Informatico Renzo Lombardi ci ha lasciato con qualche informazione nascosta che sveliamo in questo nuovo articolo.
Tra coloro che Lombardi chiamò nel suo libro i Peones vi erano numerosi dirigenti dell’epoca, ma una in particolare, è citata più volte: Liliana Ferraro, magistrato.
Qualche anno fa mi sono recata personalmente a conoscere la dottoressa Ferraro, prima che morisse, volevo un chiarimento, prima che quanto scritto nel libro “Gli insospettabili” di Ferdinando Imposimato venisse pubblicato. Avevo bisogno di sapere perché in alcune occasioni le sue dichiarazioni alla DIA, all’AISI, al Parlamento, erano state ambigue e non sufficientemente chiare nel tempo.
Per parlare a fondo di questa faccenda, dobbiamo sperare che il lettore conosca il Giudice Giovanni Falcone, che sia a conoscenza del fatto che insieme a Paolo Borsellino ed altri, istruì il Maxi Processo, che poi divenne un perseguitato a Palermo – nel Palazzo dei Veleni -ed, infine, che fu ben contento di trasferirsi a Roma in qualità di Direttore dell’Ufficio Affari Penali al Ministero di (Grazia e) Giustizia rappresentato al tempo da Carlo Martelli.
Renzo Lombardi indirettamente era stato colui che aveva mosso Liliana Ferraro a fornire, ai giudici del Maxi Processo, una fotocopiatrice ed altre piccole attrezzature, che al tempo, come avete letto nel precedente articolo, già potevano dirsi obsolete. Tuttavia, sia Falcone che Borsellino ringraziarono la Ferraro per le attrezzature inviategli, non potevano certo sapere dell’indagine (milanese) ancora aperta nel 1986 denominata Perseo.
Al centro dell’inchiesta Perseo il signor De Benedetti della Olivetti e numerosi dirigenti e funzionari che avevano preso, secondo l’accusa, dal milione ai 25 milioni di lire in mazzette. Ma le stranezze proprio su tali forniture continuarono come leggerete più avanti.
Dopo che nel 1992 il magistrato Lombardi fu costretto a lasciare il Ministero, scrisse un memoriale divenuto pubblico, eccone un passaggio, in cui descriveva gli abusi subiti e lo sperpero del denaro pubblico, fornendo una grande quantità di documenti e di prove:
<Pensando a Falcone e a Borsellino: denuncio che mentre taluni magistrati saltano sul tritolo lasciando brandelli di cervello sui muri, altri possono continuare indisturbati a fare credere alla gente che si sta facendo il possibile per riformare lo Stato> (R. Lombardi contro la giustizia lobby e miliardi di lire al Ministero di Grazia e Giustizia. Edizione Pironti aprile 1993)
La Ferraro preparò la bozza di un decreto ministeriale in data 6 giugno 1991 a firma del Ministro Martelli, in cui si stabiliva “che gli strumenti di video registrazione non sono direttamente connessi al processo di informatizzazione degli uffici giudiziari; che appare assorbente la competenza della Direzione Generale degli Affari Penali; decreta: la competenza nella materia concernente la introduzione della videoregistrazione, quale strumento di video verbalizzazione degli atti processuali penali, è attribuita alla Direzione Affari Penali”.
Lombardi allibì ma cedette alle prepotenze della Ferraro avallate da Martelli. Era una usurpazione di poteri spettanti all’ufficio automazione. <Gli strumenti di informatizzazione non sono direttamente connessi al processo di informatizzazione degli uffici giudiziari>, scrive Lombardi sul suo memoriale. Tale provvedimento, di fatto, stabiliva che i contratti miliardari per la informatizzazione non fossero di competenza diretta del Lombardi, ma continuassero ad essere sotto la gestione del magistrato Ferraro, esonerata dall’ufficio automazione proprio per i dubbi insorti sulla gestione di acquisti e programmi per la giustizia.
La Ferraro non mollò neppure per un minuto l’ufficio contratti, in cui si gestivano miliardi di lire. Vana fu la resistenza del Lombardi che rivendicava il rispetto della competenza nella scelta delle attrezzature informatiche più idonee e convenienti.
In questo ambiente dominato dal malaffare era piovuto Falcone, ignaro di ciò che accadeva, tanto impegnato a rendere più incisiva la lotta a Cosa Nostra, e nella ricerca della verità sull’Addaura, a capo dell’ufficio Affari Penali.
Solo nel 1991, gli impegni di spesa dell’ufficio automazione avevano raggiunto la enorme dimensione di 132,8 miliardi di lire, assunti in modo irregolare al di fuori di ogni piano organico e senza adeguate giustificazioni. Lo avevano rilevato la Corte dei Conti e il Consiglio di Stato, nella relazione al Parlamento per il 1990, la Corte dei Conti evidenziò che nella stipula dei contratti, l’ufficio automazione, gestito dalla Ferraro, non era riuscito a < ben spendere i fondi, fruendo di una situazione che sottrae l’Amministrazione della Giustizia al sistema normativo vigente col ricorso a anomale procedure di urgenza>, in poche parole la Corte dei Conti affermò che l’ufficio diretto dalla Ferraro spendeva il denaro pubblico senza regole e controlli.
Dopo la cacciata dall’ufficio automazione della Ferraro avvenuta nel marzo 1991, la materia della videoregistrazione dei processi, consistente nei filmati delle udienze dei processi penali, che doveva restare di competenza dell’ufficio automazione, continuò a essere gestita di fatto dalla Ferraro, nonostante essa stessa avesse comunicato, tra l’8 e il 10 marzo 1991, di essere stata esonerata. Il 5 aprile 1991, esonerata dall’ufficio automazione, aveva inviato per il parere al Provveditorato Generale dello Stato, una offerta della Olivetti Information Service e della Philips spa < per la installazione e la gestione di impianti video verbalizzazione informatizzata presso alcuni uffici giudiziari>. La Ferraro aveva continuato a decidere acquisti per conto dell’ufficio automazione, nonostante l’assenza di poteri ad hoc. Tutto questo per gestire miliardi di lire in modo arbitrario ? Perché?
L’usurpazione dei poteri da parte della Liliana Ferraro divenne una costante dopo la morte di Falcone, lo vedremo nei prossimi articoli.
Francesca Toto, il pungolo



































































