Immaginate di entrare in un palazzo miceneo oltre tremila anni fa.
Dalle stanze destinate agli artigiani proviene un intenso aroma di spezie, grandi calderoni riscaldano lentamente olio d’oliva mescolato con erbe aromatiche mentre scribi annotano con precisione ingredienti, quantità e destinazione del prodotto.

Non è la bottega di un profumiere moderno, ma uno dei laboratori controllati dai sovrani della Grecia micenea.È questo il sorprendente scenario che emerge dalle tavolette in Lineare B, la più antica forma di scrittura greca, decifrata nel 1952 da Michael Ventris.
Come raccontano l’archeologa e storica Silvia Ferrara e la filologa LauraBellinato nel volume Il profumo degli dèi(Il Mulino, 2026), questi documenti amministrativi permettono di ricostruire una vera industria del profumo attiva tra XIV e XIII secolo a.C., organizzata dai grandi palazzi di Pilo, Micene e Tebe.
Le tavolette non sono libri di ricette, ma registri contabili. Eppure, grazie all’elenco degli ingredienti e delle quantità distribuite ai laboratori, è possibile ricostruire le formule impiegate dai profumieri micenei. La base era quasi sempre l’olio d’oliva, ideale per assorbire gli aromi e conservarli nel tempo. Riscaldato lentamente insieme alle essenze vegetali, dava origine a profumi preziosi destinati ai santuari, alle corti e al commercio internazionale.
Nella tavoletta UN 267, rinvenuta nel Palazzo di Pilo,Alxoitas- uno dei più importanti alti funzionari e amministratori palatini dell’intero regno miceneo- consegna al profumiere Thyestesuna certa quantità di spezie per profumi destinate ad essere bollite nell’0lio d’oliva.
Fra gli ingredienti ricorrono coriandolo, cipero odoroso, salvia, rosa, mirto, giunco aromatico, cumino e finocchio. Vino e miele contribuivano invece alla conservazione delle essenze. Ogni miscela doveva possedere caratteristiche specifiche, tanto che la produzione era rigidamente controllata dall’amministrazione palaziale, che registrava materie prime, recipienti e personale specializzato con una precisione sorprendente.
Il profumo aveva innanzitutto un valore religioso: le tavolette ricordano forniture di oli aromatici destinate ai santuari e alle divinità del pantheon miceneo. Durante sacrifici e libagioni le essenze accompagnavano i riti, creando un ponte olfattivo tra uomini e dèi.
Il profumo non era quindi un semplice ornamento, ma una sostanza sacra, capace di rendere più solenni le cerimonie e di esprimere devozione.
Accanto alla dimensione cultuale esisteva tuttavia quella economica. I celebri stirrupjars(vasi a staffa), piccoli recipienti con falso collo progettati appositamente per il trasporto degli oli profumati, sono stati rinvenuti in numerosi siti del Mediterraneo orientale, da Cipro all’Anatolia, all’Egitto. La loro diffusione dimostra che le essenze micenee erano apprezzate ben oltre i confini della Grecia e rappresentavano uno dei prodotti di punta dell’economia palaziale.
Negli ultimi anni l’archeologia sperimentale ha cercato di restituire il profumo di quel mondo perduto. Combinando le informazioni contenute nelle tavolette con le analisi chimiche dei residui conservati nei vasi, studiosi e profumieri sono riusciti a ricreare alcune fragranze antiche. I risultati raccontano una profumeria sorprendentemente sofisticata, basata su tecniche di estrazione e miscelazione ben più avanzate di quanto si immaginasse.
Le tavolette in Lineare B ci ricordano così che la civiltà micenea non fu soltanto quella degli eroi-guerrieri cantati da Omero. Dietro le mura dei suoi palazzi operavano artigiani altamente specializzati, chimici ante litteram capaci di trasformare erbe, fiori e spezie in essenze preziose. Gli odori sono svaniti da millenni, ma quelle brevi annotazioni incise sull’argilla continuano ancora oggi a raccontarci una storia fatta di lusso, tecnologia, religione e commerci: la storia del profumo di Elena.
Claudio Tanari
Gruppo Archeologico del Territorio Cerite


































































