E’ COL DOLORE CHE SI IMPARA

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L’etica della memoria e la possibilità di accogliere l’arduo itinerario del vuoto.

di Antonio Calicchio

Esiste una muta cinta muraria che, presto o tardi, tutti attraversano, talvolta all’improvviso, talaltra vi si cammina accanto: si tratta della cinta del lutto. Termine antico – participio passato di lugere – ma, insieme, presente e futuro che sovente si occulta dietro i tabù delle conversazioni. Allorquando si discute della morte, si è indotti ad abbassare istintivamente il tono della voce, e nel momento nel quale si discorre del dolore, si tende a non parlarne proprio, a renderlo una questione soltanto di tipo privato.

Mentre, nell’era contemporanea, assai più che in altre, il lutto rivendica il proprio spazio: lo rivendicano la cultura, l’arte, la società che tentano di riconferire dignità a ciò che è, da un canto, irresolubile, d’altro canto, solamente attraversabile. Vi sono coloro che affrontano il lutto contribuendo alla ricerca scientifica, coloro che prendono parte a battaglie politiche, coloro che analizzano filosoficamente la morte e coloro che intrecciano poesia e narrativa col silenzio e il lutto; vi sono, quindi, ricercatori, artisti, filosofi che studiano e narrano il lutto da angoli di visuale differenti, fra cui Daniel Schreiber che ha, nel 2025, pubblicato Il tempo della perdita, con lo scopo di parlare di lutti, di addii, di distacchi, di accettazione o mancata accettazione, nella prospettiva del fenomeno globale dello smarrimento di un intero mondo in trasformazione, sino a pervenire a meditare in merito al senso della vita, senso che solleva ampi interrogativi i quali investono pure la nostra cultura popolare, senza, però, giungere al punto: si pensi, in letteratura, al testo L’anno del pensiero magico, di Joan Didion o, in altre arti, al film La stanza del figlio, di Moretti, oppure alla serie tv After Life, di Ricky Gervais, o a convegni che sottolineano il tema della educazione alla perdita. Parlare di lutto, comunque, vuol dire, inoltre, interpellare la cultura odierna, cioè comprendere quali dolori si riconoscono e quali si respingono.

“Avverto una certa gratitudine dentro di me”, si può leggere nella prima pagina del libro. Sembra una considerazione ovvia, come ovvio è, non di rado, essere grati, soprattutto di essere vivi, e la differenza la fa sempre avvedersene. Tanto più in quanto, come evidenzia l’autore, il lutto è la fine non solamente della vita, ma di fasi, di relazioni, di parti dell’esistenza. Si sperimenta la perdita ogni giorno con gli oggetti, coi rapporti, con le esperienze. Il lutto è un elemento sostanziale della vita, quotidianamente, in maniere diverse, e accorgersene può rappresentare un primo passo, così come stare in ascolto: “Prenderci carico della eredità dei nostri fantasmi” – afferma Schreiber – “è per Derrida una questione etica. Dobbiamo parlarne e fare in modo che non si smetta di farlo. Solo così avremo la possibilità di affrontare i lutti e le perdite”, oltre che di accogliere il vuoto.

Siffatto volume, pertanto, nel riflettere sull’etica della memoria, indica che l’esistenza tutta è un esercizio di perdita. L’umanità, infatti, da millenni cerca di scalare la rupe scoscesa della sofferenza, illudendosi di scoprirne, in vetta, una visione interpretativa assoluta. Così, si sono costruiti svariati percorsi, però, i piedi di frequente inciampano, ovvero lo spuntone che si raggiunge fornisce un orizzonte limitato.

Al di là delle metafore, occorre notare, in proposito, che la decifrazione del mistero del dolore, del male e della morte è o fallace o insoddisfacente o parziale. Una di esse viene formulata, agli albori della nostra civiltà, da Eschilo, nella tragedia Agamennone: “Zeus aprì le vie del sapere ai mortali. Questo, però, è il principio che fissò ben saldo: E’ col dolore che si impara”. Qui si asserisce il medesimo argomento del succitato autore tedesco, per cui i patimenti sono insegnamenti.

Ben vero è che ciò non riesce a risolvere l’aggrovigliato enigma della sofferenza, ma è altrettanto indiscutibile che ne apre uno squarcio, nel senso che soffrire può essere una lezione di umanità. Per certi versi, si crea un corto circuito benefico mediante questa modalità tanto ardua, quanto feconda di conoscere e di comprendere: il dolore produce sapienza e questa lenisce quello. Una lezione che tuttavia la nostra epoca tenta, purtroppo, come ritiene Schreiber, di esorcizzare o di ignorare, nonostante la sofferenza, la prova, la morte si presentino incessantemente alle porte delle abitazioni di ogni città del pianeta. Potere, fama, gloria, successo sfioriscono ed inceneriscono nel silenzio di luoghi scabri e solinghi.

Fra cento anni, che ne sarà del ricordo di noi e di quel che abbiamo realizzato? Un pensiero sì severo ed aspro, ma autentico, destinato a chiunque! “Tutti ci aspetta una sola notte … Siamo tutti sospinti verso una stessa meta”, apprendiamo dalle Odi, di Orazio. Per noi cristiani, si schiude, però, uno spiraglio di luce che eccede la morte e la cenere, affidato alla fede, capace di mostrare una guida divina che conduce il giusto per mano sul “sentiero della vita”, senza “abbandonarlo nel sepolcro e lasciarlo nella corruzione” (Salmo 16, 10-11).