Consapevolezza

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A cura della Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Una persona sta male, ha un disagio psicologico che si può manifestare in vari modi: difficoltà nel ritmo sonno-veglia, disorganizzazioni alimentari, nervosismo eccessivo, disturbi psicosomatici o altro. Ciò può essere derivato da problemi lavorativi, problemi famigliari, lutti, ecc. I classici problemi della vita, nulla di estremamente grave, almeno in apparenza.

La persona, dopo vari tentativi di risolvere il problema da solo, cerca un aiuto esterno e ne parla con il medico di base o con gli amici, oppure fa una ricerca su internet e vede quali soluzioni hanno adottato altre persone che hanno avuto lo stesso problema.

Bene, la persona si sta muovendo, e questo è una prima consapevolezza che serve un aiuto esterno. Le persone che interpella danno delle soluzioni diverse; per esempio il medico può prescrivere dei blandi medicinali oppure consigliare uno specialista di sua fiducia (psicoterapeuta, psichiatra, ecc.). L’amico può consigliare, per esempio, di fare yoga o di fare uno sport che scarichi e lenisca lo stress. Altre persone possono dire che hanno trovato conforto nella religione, qualsiasi essa sia.

Bene, tutte ottime soluzioni. La persona, quindi, riflette perché, ora, ha davanti a sé varie possibilità ma, fondamentalmente, ha due strade: o cercare un aiuto esterno oppure continuare a vivere nel suo malessere, nel suo disagio trovando delle soluzioni momentanee tipo “tappabuchi” e convivendo con una quotidiana insoddisfazione. Rischia, anche, che il disagio aumenti e, magari, si aggravi.

Dal mio punto di vista professionale, trovare delle soluzioni esterne è già molto importante; ciò, però, non vuol dire che qualcun altro ci risolve il problema. Vuol dire che qualcun altro ci aiuta a far emergere le risorse e le nostre capacità per trovare soluzioni costruttive oppure ci aiuta a vedere il problema da un’altra prospettiva o da più prospettive. Il problema, però, esiste ancora ma la persona impara modi alternativi di gestirlo e risolverlo. Spesso si pensa che l’aiuto della psicoterapia debba essere l’ultima scelta, quando la persona non ce la fa proprio più.

Inoltre si pensa che dallo psicoterapeuta ci va chi “è matto”. Infine si pensa che appena si inizia a stare bene, i problemi siano risolti. Il percorso di psicoterapia è un percorso che necessita di tempi, tempi che sono diversi da persona a persona e che cambiano a seconda della problematica portata e dell’approccio psicoterapico. In alcuni incontri mi capita di capire che la persona ha solo necessità di essere ascoltata e di riporre nel setting psicoterapeutico (che è un luogo sicuro, neutro e non giudicante) i propri eventi della vita, come mai aveva fatto prima.

I miei interventi, in questi casi, sono minimi e vertono soprattutto sull’accoglienza e sulla rassicurazione. Può capitare che una persona decida di interrompere il percorso anche dopo pochi incontri, perché si sente bene. Il benessere che si sente all’inizio è solo sollievo. È come se nella ristrutturazione di una bella casa si cambiassero solo gli infissi ma non si rinforzassero le fondamenta, quando invece il progetto lo prevede. Una casa può andare avanti solo con gli infissi cambiati e senza rinforzare le fondamenta?

È necessario che il benessere iniziale venga consolidato e si generalizzi a tutti gli aspetti della vita attraverso l’apprendimento di un bagaglio strategie atte ad affrontare i vari eventi della vita.

masin1970@gmail.com