Come Wonder(wo)man

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Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Nella serie televisiva degli anni 80, venivano raccontate le gesta di una donna che al bisogno si trasformava in una eroina. Nell’immaginario una “WonderWoman” è una persona forte, che ha una soluzione a tutte le problematiche, una “donna che non deve chiedere mai”, parafrasando la frase di un noto ma vecchio spot televisivo. Ma è proprio così nella realtà? Esiste proprio la persona che non deve chiedere mai? Una delle cose più difficili da fare nelle relazioni, sia di coppia sia amicali, è chiedere qualcosa per sé, chiedere a qualcuno di fare qualcosa di significativo; inoltre, la difficoltà cresce con l’aumentare dell’importanza che ha per sé il favore da chiedere. Parallelamente, queste persone sono sempre disponibili ad aiutare gli altri e, soprattutto, sanno farsi carico dei problemi altrui dando anche dei consigli e delle risoluzioni molto azzeccate a ciò che viene raccontato. Appaiono agli altri come persone sempre sorridenti e positive e spesso diventano leader del gruppo. Fin qua sembra andare tutto bene. Raccontano, però, di delusioni molto profonde quando sono loro ad essere in difficoltà e di non trovare la medesima solidarietà e il medesimo supporto che hanno dato, dalle persone che loro hanno precedentemente aiutato. La conclusione è: “meglio non chiedere aiuto ma continuare a fare da sé! Tanto l’ho sempre fatto”. La conseguenza emotiva è una estrema delusione accompagnata da una iniziale chiusura nei confronti degli altri, un temporaneo isolamento con rabbia non espressa; col tempo molto spesso la persona si scioglie e ritorna ad aiutare gli altri come ha sempre fatto. Ciò fa riprendere per l’ennesima volta il circolo vizioso. Una persona disponibile alle problematiche degli altri ma che non chiede aiuto è di solito una persona che ben presto nella sua vita (nell’infanzia) ha imparato che le proprie esigenze e i propri desideri spesso trovano un “no” come risposta. Dopo le prime delusioni ha iniziato ad attivare la filosofia “chi fa da sé fa per tre”; siccome questa filosofia, però, può far sentire la persona sola, allora si struttura piano piano lo schema comportamentale chiamato la “sindrome dell’eterna infermiera”, che soccorre sempre chi ha bisogno di aiuto. Siccome questo meccanismo funziona, in poco tempo si consolida. La persona, così, si dà due soluzioni in contemporanea: la prima è non pensare alle proprie problematiche; la seconda è la socializzazione, avendo costruito un’immagine di sé di grande disponibilità e lungimiranza a cui tante persone attingono ed attingeranno. Il risvolto della medaglia però c’è: la persona crea un’immagine di sé di persona forte, di persona che non ha problemi; quando invece questi problemi emergono gli altri ne rimangono stupiti e delusi: alcuni provano ad aiutarla (ma lei minimizza il problema), altri si allontano. La persona, inoltre, spesso costruisce relazioni amorose basate sull’aiuto unidirezionale e non reciproco: ciò svilisce e sfinisce il rapporto di coppia. Per uscire dal circolo vizioso si potrebbe chiedere aiuto considerando che si può ricevere come risposta un “no” ma anche un “si” (è forse il “si” che fa paura?); secondo, si può iniziare a chiedere dicendo “mi farebbe piacere che mi ascoltassi” oppure “ho bisogno di un aiuto, mi puoi ascoltare?”. Questi schemi mentali e comportamentali sono molto rigidi e radicati tanto che spesso la persona ha difficoltà ad ammetterlo a se stessa.