“LE BELLE NOTTI” DI GIANNI CLEMENTI

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Torna in scena dal 22 settembre al Teatro Vittoria di Roma, uno dei massimi successi del teatro contemporaneo, palestra e campo di sfida di tantissimi giovani attori. Ne parla con noi l’autore.  

di Mara Fux

Come è nata l’idea della sceneggiatura? L’idea è nata dal desiderio di mettere a confronto due generazioni speculari nel momento esatto del loro passaggio all’età adulta. Mi piaceva l’idea di indagare le dinamiche adolescenziali partendo dalla notte del 12 dicembre 1969 – un momento spartiacque per la storia d’Italia con la strage di Piazza Fontana – e un’occupazione dei primi anni 2000. Mi affascinava l’idea di usare lo stesso identico spazio, il  Liceo Dante Alighieri di Roma, dove ho preso la maturità, per mostrare come cambiano i sogni, le paure e i linguaggi a trent’anni di distanza, mantenendo però intatta la straordinaria energia dei diciott’anni. E soprattutto far raccontare ai ragazzi del 2000, figli degli occupanti del 1969, che cosa sono diventati i loro padri dopo circa 30 anni.

I personaggi sono totalmente di fantasia oppure prendono spunto dal ricordo che hai conservato di taluni tuoi compagni di scuola? C’è sempre una percentuale di memoria vissuta in quello che scrivo. I personaggi sono degli archetipi, ma dentro ognuno di loro ci sono i tic, le nevrosi, le rigidità ideologiche o le fragilità dei ragazzi che ho conosciuto. Il bello della scuola è che le dinamiche del “branco” non cambiano mai: c’è sempre il leader politico, il timido, la ragazza emancipata, il vigliacco e quello che si imbuca solo per rimorchiare. Ho solo preso quei ricordi e li ho shakerati.

Hai vissuto in prima persona la rivolta studentesca? Nel 1969 ero ancora un ragazzino e la mia grande passione era il calcio, la mia presa di coscienza  politica è arrivata solo verso la fine del liceo. Però ho respirato appieno quell’aria pesante, intrisa di fumo, di cortei straordinari, di piombo, ma anche di una convinzione assoluta di poter cambiare il mondo. Si viveva con la costante sensazione del pericolo. Erano tempi in cui se giravi con l’Eskimo, gli zoccoli olandesi ai piedi e la borsa di Tolfa a tracolla correvi il rischio di essere accoltellato. È un’adrenalina che le generazioni successive  non hanno più provato in quel modo. Oggi magari la coltellata ti arriva in discoteca, perché hai dato uno sguardo di troppo alla ragazza sbagliata.

Nei tuoi personaggi, il vissuto di quel periodo profuma più di nostalgia o di risveglio delle coscienze? Nostalgia no, o almeno non nel senso patetico del termine. Direi più consapevolezza e disillusione. Il testo non vuole mitizzare il ’69. Anzi, c’è una forte ironia su come quegli slogan e quelle rigidità ideologiche nascondessero spesso le stesse paure dei ragazzi di oggi. Il vero tema è come quel “risveglio delle coscienze” si sia poi tradotto, trent’anni dopo, in adulti imborghesiti, che magari fanno i professionisti affermati e sono diventati i giudici più severi e sordi dei loro stessi figli.

Di tutti quei giovani rappresentati, qual è Gianni Clementi? Probabilmente mi divido tra quello che guardava la politica con un certo distacco, un po’ diffidente verso i dogmi dei leader, e quello che passava le notti a pensare a come far colpo sulla compagna di classe. Però non mancavo mai un corteo o un’assemblea.  Confesso di non essere mai stato un militante da prima linea, preferivo osservare le contraddizioni umane. E forse la mia passione per il teatro nasce proprio da lì.

Hai tre figli: come ti sei rapportato con loro al tempo del liceo? Ho cercato di non fare il “reduce”, anche se inevitabilmente qualche volta è successo. Il pericolo più grande per i genitori della mia generazione è dire: “Ai miei tempi noi sì che cambiavamo il mondo…”. Ma in effetti la nostra generazione ha causato danni quasi irreversibili ad ogni livello. Da quello politico a quello della sostenibilità economica e ambientale.  È stato un atteggiamento involontariamente tossico. Credo davvero che la nostra sia stata una generazione egoista e niente affatto lungimirante. Abbiamo sempre fatto una grande fatica nel cercare di capire la solitudine delle nuove generazioni, che è molto più complessa della nostra. Noi avevamo un nemico comune e visibile; i ragazzi di oggi combattono contro fantasmi molto più subdoli, legati all’omologazione e alla mancanza di futuro. E quei fantasmi purtroppo li abbiamo creati proprio noi.

Scuola di ieri, scuola di oggi: chi o cosa butteresti giù dalla torre? Della scuola di ieri butterei giù l’eccesso di ideologizzazione, che a volte toglieva lucidità e creava barriere invalicabili tra le persone, degenerando poi nel terrorismo. Della scuola di oggi butterei giù la burocratizzazione e la perdita di autorevolezza della figura del docente, che spesso viene avvertito non come una guida o un punto di riferimento con cui confrontarsi, ma come un erogatore di servizi. E’ anche vero che trovare Professori che facciano della loro professione una missione è sempre più difficile. Io credo che un vero Professore sia quello che riesce a far emergere nei ragazzi le loro vere passioni. Quando ho avuto la fortuna di vincere il Premio Le Maschere del Teatro Italiano ho dedicato il premio proprio al mio Professore Spadini di Latino e Greco del Liceo Dante Alighieri e al Professor Gnisci di Letteratura comparata della Facoltà di Lettere della Sapienza. Due professori dai quali traspariva la passione per le loro materie. Gli si leggeva negli occhi e io decisi che anch’io avrei voluto nella vita avere quello sguardo così vivo.

La famiglia deve intervenire sulle decisioni dei docenti? Assolutamente no, tranne in casi di palese ingiustizia o lesione della dignità del ragazzo. E debbo confessare che a me è capitato. Quando un Docente abusa della sua professione, sfruttando la sua autorità e per divertirsi bullizza un alunno, allora è davvero necessario intervenire. Ma queste fortunatamente restano situazioni limite.  Oggi invece assistiamo piuttosto frequentemente a uno spettacolo desolante: genitori che fanno ricorso al TAR per un brutto voto o che aggrediscono fisicamente  i professori. È il fallimento del patto educativo. Il ragazzo deve imparare a gestire il fallimento e l’ingiustizia da solo; se la famiglia fa da scudo a ogni frustrazione, creeremo dei Millennials fragilissimi e incapaci di stare al mondo.

Ed i docenti fino a che punto, secondo te, devono intervenire nei rapporti tra alunno e genitore? Il docente deve fare il docente, non lo psicologo familiare. Deve però saper leggere i segnali di disagio. Spesso la scuola è l’unico posto in cui i ragazzi si mostrano per quello che sono davvero, liberi dalle aspettative soffocanti dei genitori. Un buon insegnante deve saper intercettare quel grido d’aiuto nascosto dietro un silenzio o un brutto voto, senza però scavalcare il ruolo della famiglia, ma fungendo da ponte.

Da quando nel 2007 è stata scritta, la commedia “Le belle notti” non ha mai smesso di essere rappresentata. A cosa attribuisci questo successo? Al fatto che parla di cose universali: l’adolescenza, la paura del futuro, il rapporto padri-figli. E poi c’è un fattore squisitamente teatrale: è un testo ad altissima energia. Mette in scena 17 giovani attori contemporaneamente. Questa coralità, questa linfa vitale che esplode sul palco, investe il pubblico come un tir. E poi fa ridere e fa piangere, che è la formula magica del teatro che preferisco.

I ruoli dei tuoi giovanissimi personaggi sono passati di anno in anno, spesso rappresentando il debutto di alcuni attori dell’odierno panorama teatrale. Ne ricordi qualcuno in particolare? Ne ricordo parecchi, ma fare dei nomi sarebbe ingiusto per gli altri, però vedere ragazzi che hanno esordito in questo mio testo e che oggi lavorano stabilmente nel cinema, nelle serie TV o nei grandi teatri nazionali è la mia soddisfazione più grande. “Le belle notti” è sempre stato una sorta di palestra o di vivaio per il teatro italiano, e questo mi rende estremamente orgoglioso.

Claudio Boccaccini è stato il solo regista dello spettacolo: non ti è mai stata proposta una chiave di lettura alternativa? Qualche proposta c’è stata, ma il sodalizio con Claudio su questo testo è ormai ventennale e accettare diverse ipotesi di regia avrebbe il sapore di un tradimento. Lui ha sempre saputo gestire il “branco” di 17 attori giovanissimi nei diversi allestimenti alternatisi negli anni e non è impresa da poco. Quando una macchina funziona, cambiare il pilota, che è anche tuo amico, non mi è mai sembrata una grande idea.

Da alcuni tuoi lavori teatrali sono stati tratti dei film per il cinema. Come mai da uno spettacolo così popolare nessuno ha mai proposto di trarne un film? È una domanda che mi pongo spesso anche io. A dir la verità, anni fa ci fu un interessamento di Rai cinema e sviluppai anche una sceneggiatura insieme a dei colleghi, ma poi, come spesso accade, non se ne fece nulla. Forse perché la forza de Le belle notti risiede proprio nella sua claustrofobia teatrale: quell’unico edificio che diventa il mondo intero per una notte, il sudore degli attori a pochi metri dal pubblico. Al cinema forse rischierebbe di diventare un canonico teen-drama o un film nostalgico, perdendo quell’elettricità del “qui e ora” che solo il palcoscenico sa dare. Ma chissà, mai dire mai.

Una buona ragione per vedere “Le belle notti”? Perché vi specchierete. Se avete cinquant’anni o più, vi ricorderete di quando pensavate di poter spaccare il mondo; se ne avete venti, capirete che i vostri genitori, prima di diventare così noiosi e ansiosi, sono stati esattamente identici a voi. La celebre frase di Pitigrilli “si nasce incendiari e si finisce pompieri”, potrebbe essere il motto dello spettacolo.

E l’unica scusa valida per il non vederlo? Aver dimenticato del tutto cosa significhi avere diciott’anni e avere paura che arrivi la mattina. Perché a 18 anni le notti sono particolarmente belle. Se siete diventati cinici al punto da non emozionarvi più davanti a un primo bacio o a un’utopia, allora restate pure a casa.

Teatro Vittoria, Piazza Santa Maria Liberatrice  n 10, Roma  – telefono 06 5740170

Dal 22 al 27 settembre 2026