CREARE UN PONTE TRA NATIVI DIGITALI E IMPRESE

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La popolazione aziendale cambia. E cambierà ancora. Sono ormai anni che in Italia (e non solo) assistiamo alla mancanza di forza lavoro. Non soltanto le aziende private fanno fatica ad attirare risorse umane; i più giovani “snobbano” anche i concorsi pubblici, i quali non sembrano più avere l’attrattiva di un tempo.

Questo disincanto non è legato soltanto alla questione degli stipendi inadeguati e ai nuovi trend professionali, orientati ai settori informatico, finanziario, e dell’intrattenimento. Le ultime tre generazioni sono radicalmente diverse da quelle che le hanno precedute: la generazione Z (i primi nativi digitali) la generazione Alfa (la generazione degli schermi, che li ha succeduti) e l’ultima, la generazione Beta, quella di quei giovani la cui infanzia coincide con la nostra attualità tecnologica dell’intelligenza artificiale. Sono con queste tre classi generazionali che le aziende devono cominciare a fare i conti. Questi ragazzi e ragazze, oggi hanno poco meno di trent’anni, nel primo caso, e quasi diciotto, nel secondo caso. Tralasciando per ora la Gen-Beta nata canonicamente nel 2025, le altre generazioni digitali cercano il loro posto nel mondo.

Con l’avvento delle nuove tecnologie, la famiglia ha velocemente e inconsapevolmente demandato l’intrattenimento dei figli agli apparecchi tecnologici. Abbiamo assistito  prima al passaggio dell’infanzia basata sul gioco a quella sul giocattolo, infine a quella basata prima sul televisore, poi sul computer e infine sullo smartphone. Il risultato è che queste nuove generazioni, non più abituate come un tempo a socializzare, collaborare, stare insieme, ad amici in carne ed ossa, hanno ed avranno non pochi problemi nell’adattarsi al mondo del lavoro per come è inteso, ancora troppo gerarchico, piramidale, rigido. Quando le più mature generazioni di lavoratori verranno meno, spetterà a queste ultime generazioni prenderne in posto; sempre che ci sia ancora un posto per loro.

Spetta alle aziende costruire fin d’ora un modello produttivo che possa accogliere i giovani lavoratori non soltanto dal punto di vista tecnico e sociale ma anche psicologico: alle nuove generazioni, infatti, interessa sempre meno una carriera basata sul sacrificio della vita privata. La popolazione lavoratrice, sempre più eterogenea, necessita già da ora di corsi di formazione che siano all’avanguardia, in modo da mettere in relazione le giovani risorse con quelle più anziane composte dai loro colleghi, operai, funzionari e manager, appartenenti a generazioni differenti, creando un ponte che possa facilitare l’inevitabile transizione verso un mondo del lavoro in cui la produttività e la flessibilità possano trovare un’equilibrata mediazione. Ma questo progetto-ponte deve essere pensato ora. Domani sarà troppo tardi.

Dottor  Danilo Campanella 
Psicologo aziendale.
Di formazione comportamentale e cognitiva applicata, si è specializzato in tematiche riguardanti la psicologia aziendale e del lavoro.