La Necropoli Etrusca ai tempi del Duce

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Primi del novecento strada delle tombe - Necropoli Cerveteri

La Necropoli Etrusca ai tempi del Duce
di Angelo Alfani

I viaggi prolungano la vita, afferma Corrado Alvaro, grande scrittore del novecento. Questa epigrafe racchiude il senso del suo viaggiare e dell’urgenza della scrittura per descrivere i luoghi visitati. Nel suo Itinerario italiano (Bompiani 1933), che raccoglie reportage dei primissimi anni trenta, non poteva mancare una visita alla Banditaccia, in quegli anni sugli scudi per la grande opera di scavo diretta dal Mengarelli e per il costante interessamento dello stesso Mussolini.

Primi del novecento Necropoli Cerveteri

L’articolo, dal significativo titolo Gli etruschi e la civiltà popolare, parte da Colle del Campidoglio che ricorda allo scrittore calabrese i luoghi delle città etrusche, percorre poi Veio, racchiusa dalla voce dell’acqua del fiume che sprofonda tra una fitta vegetazione. E tra i fiumi sorgevano le città stato come Cerveteri “oggi un paese con la sua bella fontana in mezzo alla piazza, la vita minuta delle donne e dei ragazzi, l’odore del mosto e del vino dei vicoli; l’osteria per chi scende a caccia, vecchio svago etrusco. Di qui si vede il mare, deserto come la terra che è intorno; è il mare che si vede nel fondo della Maremma: sta nel fondo rattrappito, come se si ritirasse.” La Necropoli si trova ad occidente del paese, la cui parte nuova si confonde col vecchio colore della muraglia di tufo su cui si è innalzato.

È il periodo in cui si sta costruendo la strada che dalla splendida porta medievale, oramai avvilita da cemento, si snoda al campo della Fiera e da lì, con alternanza regolare di pini e cipressi, fino alla biglietteria. “La terra è incredibilmente molle, minuta polvere sulla via di accesso che decine di operai stanno costruendo: affiorano rottami di cocci, un uomo sta lavando certi buccheri di fresco scavati in una tomba. Là sotto si circondava ognuno di questa roba, e gli antiquari ne vendono per raccogliere le ceneri delle sigarette”. Continua Alvaro: “Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti unici e tipici, ecco qui merce d’uso quotidiano”. Insomma traspare il concetto di merce moderna in serie, che rende comprensibile il sentimento della gente normale con le sue abitudini, i suoi costumi, le sue esigenze. Tanto che aggiunge: “Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenissero rare, non le tombe ma i grandi magazzini somiglierebbero più a questi depositi etruschi”.

La descrizione della visita alla Necropoli che si snoda lungo la via degli Inferi “con la traccia delle ruote dei carri”, dalla tomba con le colonne fino alla approfondita riproduzione della Tomba Bella, è ricca di spunti che necessiterebbero molto più spazio. Provo a riassumere i più esclusivi e diversi. I cimiteri etruschi riproducono le loro case, ma a differenza dei romani che con le monumentali tombe lungo le strade danno il senso del lungo cammino, i paesani etruschi, memori dei sepolcri orientali costruirono Necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui potevano correre le invasioni e l’aratro solcare senza disturbarli. Cerveteri ha addirittura la pianta di una città che nei secoli si modifica proprio come una città dei vivi. Ogni tomba è una casa che rispecchia il tempo e lo status del sepolto. Se si scoprissero della terra che li copre come capanne, con le sue zolle erbose, si rivelerebbe una città di case basse con le loro porte, quella umile e quella ampia di grandi e ricche famiglie. Le strade, che si spartiscono, con qualche pianta di rose in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte), “portano alla stessa pace e allo stesso silenzio, solo allora è come se si vacillasse al bivio di un viaggio terreno”.