Chi ha ammazzato Alceste Campanile?

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Vi raccontiamo un mistero lungo quasi mezzo secolo tra depistaggi, omissioni ed intorbidamento politico delle acquedi Antonio Calicchio

Questa è la storia della morte di Alceste Campanile; una storia che ha inizio come cominciano i romanzi gialli, una storia che inizia vicino a Reggio Emilia, il 12 giugno 1975.

E’ notte e in un casolare vi è un agricoltore che guarda la televisione, mentre, d’improvviso, sente due spari.

E’ trascorsa qualche decina di minuti e vi è una coppia che sta percorrendo quella strada, quando la donna domanda di fermarsi e, appena scende dalla macchina, nota qualcosa: un uomo, poco più che ragazzo, disteso nell’erba. Forse è stato un incidente e, invece, no, perché, nel petto e nella fronte, ha fori di un proiettile.

Chi è quel ragazzo? Privo di documenti, di carta di riconoscimento, di agende, privo, cioè di tutto quanto possa far capire chi è e da dove provenga. Disteso nella camera mortuaria, resta anonimo sino al giorno successivo, quando viene riconosciuto. Si tratta di un ragazzo di ventidue anni, di Reggio Emilia, di nome Alceste Campanile. Militante della Sinistra extraparlamentare, è membro di un gruppo che si chiama Lotta continua, responsabile reggiano del circolo Ottobre, una rete di associazioni culturali promosse proprio da Lotta continua. L’omicidio di un militante della Sinistra extraparlamentare, avvenuto con due colpi di pistola, è un accadimento che induce a pensare ad una precisa ipotesi, ossia alla violenza politica, al terrorismo, per due ordini di ragioni: una, riguarda proprio quei giorni. E’ il 12 giugno 1975 e di lì a poco, il 15, si sarebbero tenute le elezioni amministrative, in quasi tutta Italia, pure a Reggio Emilia. L’altra ragione attiene a quegli anni. Anni di tensione, in cui vi sono le Brigate rosse, gli scontri in piazza fra estremisti di destra e di sinistra. E solo l’anno precedente vi è stata la strage di piazza della Loggia, in Brescia. Vi sono tensioni anche sul piano internazionale, coi Vietcong che stanno per prendere Saigon, il Portogallo che non è più dittatura e Franco che è defunto, in Spagna. E le elezioni amministrative sono un autentico terremoto politico, con la Democrazia cristiana che perde voti e sostituisce Fanfani con Zaccagnini, il Partito comunista, quello socialista e i partiti “laici” che avanzano tutti. Se, in un contesto del genere, un militante della Sinistra extraparlamentare viene assassinato, in quella maniera, allora la notizia fa scalpore e, a un tempo, paura, conducendo a ritenere – essendo essa avvenuta sotto elezione – responsabili i fascisti. Tanto più che vi è una rivendicazione dell’omicidio, cinque giorni dopo, attraverso un volantino, sottoscritto da un gruppo estremista di destra, Legione Europa, che motiva il delitto col tradimento. In che senso tradimento?

Anni prima, Alceste aveva iniziato la militanza politica a destra, cui apparteneva anche il padre, poi, si era spostato gradatamente a sinistra, finché, l’anno prima della morte, era entrato in Lotta continua. E, poco prima di morire, Alceste era stato fatto segno di una campagna molto dura. Qualche giorno dopo, esce un articolo su un quotidiano il quale ipotizza che Campanile sia perfino un infiltrato della destra nella Sinistra extraparlamentare. La polizia e i carabinieri indagano, seguendo la pista della Legione Europa, pervenendo ad individuare l’autore del volantino che aveva rivendicato l’omicidio: è un neofascista parmense. Ma il giudice istruttore non è persuaso di questa pista; il suo successore, invece, fa arrestare il neofascista di Parma, unitamente ad altri due neofascisti. Tuttavia, vi è qualcosa che non torna, nella pista nera. Numerosi testimoni dichiarano che la sera del delitto il neofascista parmense fosse, appunto, a Parma, in un bar, talmente ubriaco che fu accompagnato a casa; il giudice si convince che sia lui, sia i suoi non c’entrano e che si tratta di un mitomane e che il volantino non dice la verità.

A questo punto, capita qualcosa. Nel senso che entra in scena il padre di Campanile il quale, qualche mese dopo l’uccisione del figlio, fa stampare un manifesto in cui ricorda la morte del ragazzo e lancia un appello affinché chi sa qualcosa, la dica. Ma va oltre: indica, citando esclusivamente i nomi di battesimo, coloro che ritiene essere gli assassini del figlio. Si tratta di amici di Alceste, appartenenti alla sinistra e che militano nell’ambito della Sinistra extraparlamentare.

Ebbene, come in un romanzo giallo, la “pista nera” viene abbandonata quasi immediatamente, e i sospetti si indirizzano sulla “pista rossa”, sulla quale il padre di Alceste insiste molto, ma le indagini di polizia e di carabinieri non conducono a nulla. E così, viene abbandonata anche la pista rossa. Dunque, è davvero un giallo quello di Alceste Campanile.

Ma come è morto? Dall’autopsia si desume che a sparargli, con due pistole diverse, sono state forse due persone: una, gli ha sparato alla testa, l’altra, al petto. E come è arrivato sul luogo in cui venne rinvenuto il cadavere? Nessuna lesione, nessun segno di costrizione, nessuna colluttazione. Fino là, è andato in automobile, ma di sua spontanea volontà e con qualcuno di cui si fidava. Perché? Con chi?

Qualcuno aveva correlato l’omicidio di Alceste col sequestro Saronio, qualcun altro con un traffico di opere d’arte commesso da gruppi dell’ultrasinistra.

E’ molto complessa l’istruttoria per l’omicidio di Campanile. Che investe tutti: fascisti della pista nera, varie persone chiamate in causa dalle piste rosse; istruttoria che, poi, viene trasferita ad Ancona e comincia daccapo. Mesi dopo, il giudice istruttore – valutate le ipotesi, le testimonianze, gli indizi e le prove – scagiona tanto i fascisti, quanto i simpatizzanti della Sinistra extraparlamentare, rinviando a giudizio i fascisti, ma solamente per il volantino della Legione Europa.

Caso chiuso, ipotesi annullate, e sulla morte di Campanile cala il silenzio. Per due anni. Poi – come nei gialli – capita un colpo di scena.

Un ex estremista di destra, latitante dal 1976, viene arrestato, nel 1999, si autoaccusa di numerosi omicidi, ivi compreso quello di Alceste Campanile, dichiarando, dapprima, di averlo compiuto per un movente politico e, poi, riducendo il tutto ad un assassinio occasionale, commesso da solo. Per la DDA, vi è qualcosa che non torna: il soggetto ha ricostruito l’omicidio, asserendo di averlo realizzato da solo, ma, ad avviso della perizia balistica del tribunale, a sparare ad Alceste sono state due pistole differenti. La ricostruzione, dunque, non quadra. Ed allora? Qual è la verità?

Pista nera, pista rossa, un’altra pista nera. Il caso inizia a farsi complicato. Chi ha ucciso Alceste?

Altri percorsi, percorsi che hanno condotto fuori da Reggio Emilia, hanno fatto pensare anche alle BR.

“Chi sa, parli”, avevano detto il presidente del Comitato antifascista di Reggio, le pagine di “Lotta Continua”, la madre di Alceste. Ma la verità appare, comunque, assai lontana. Chi ha ammazzato Alceste Campanile?