Via le tamerici

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La riqualificazione del lungomare di Ladispoli.

Esiste una figura mitologica, nel moderno panorama amministrativo, che non possiede un volto, non ha un curriculum consultabile e non partecipa ai consigli comunali, eppure detiene un potere di vita o di morte (botanica) assoluto.  È l’agronomo.  Una sorta di oracolo di Delfi in salsa urbana che, quando l’amministrazione cala dall’alto una decisione irrevocabile senza scomporsi minimamente, viene evocato per silenziare ogni possibile obiezione dei cittadini.

Prendiamo il caso del lungomare Regina Elena a Ladispoli. Una mattina i residenti si svegliano e trovano le ruspe. Nessun avviso, nessun dato pubblico, nessuna trasparenza.  Alle timide richieste di spiegazioni della cittadinanza,  l’assessore ai Lavori Pubblicii ha sfoderato il mantra definitivo: “Il 70% delle tamerici era praticamente morto… Lo ha confermato lo studio di un agronomo”.  E il restante 30% sano? Avrebbe concluso il ciclo vitale entro un anno. Sempre nella cartella clinica firmata dallo specialista?

Una nota di luglio 2025 annunciava che “la città si è aggiudicata un importante finanziamento di 1.050.000 euro dalla Regione Lazio, grazie al quale sarà possibile riqualificare tutto il lungomare cittadino”. E nella stessa il sindaco aggiunge “Il progetto interesserà il lungomare Regina Elena, Marco Polo e Marina di Palo, con interventi di riqualificazione sostenibile e inclusiva. Grande attenzione sarà rivolta alle aree verdi, con la sostituzione delle alberature con palme più resistenti e d’impatto, impianti di irrigazione, cura e nuove piantumazioni di grande effetto in tutti gli spazi verdi.”

A scanso di equivoci e per disarmare i professionisti della polarizzazione: la politica non c’entra nulla. Questa non è una critica al partito X o all’assessore Y, né un attacco personale. È una banale questione di civiltà, di metodo e di rispetto delle regole del gioco democratico. Il principio della trasparenza amministrativa e il diritto di accesso alle informazioni non sono optional sacrificabili sull’altare del decoro urbano.  Tagliare prima e spiegare poi (solo via social e dopo le proteste) non è esattamente ciò che il legislatore intendeva per “trasparenza”.

 E poi c’è il merito scientifico della metamorfosi, il passaggio dalle tamarici alla palma.  La prima è una pianta resiliente, tipica della macchia mediterranea.  Ha un’altissima tolleranza alla salinità e ai venti salmastri.  Con le sue fronde leggere dona un’ombra filtrata, ideale per i lungomare, e in primavera regala una fioritura di delicati fiorellini rosa. Trattarla come un palo della luce da svellere significa ignorare il suo ruolo ecologico di barriera naturale. La palma è scenografica ed esotica, ma offre un’ombra geometricamente pari a zero, specialmente nei mesi estivi quando il sole scotta. Richiede manutenzioni costanti e, ironia della sorte, è storicamente vulnerabile a parassiti letali come il punteruolo rosso. Tra le motivazioni postume è emerso che le tamerici “provocavano problemi alla viabilità perché i rami rischiavano di colpire i veicoli”. Un brivido assale: quando furono piantate tra i mattoni del percorso pedonale,  l’amministrazione dell’epoca sperava forse che non crescessero, rimanendo esili per sempre? O si è scoperto solo oggi che gli alberi, se lasciati vivere, tendono a sviluppare rami?

Tutto questo viene spacciato per un progetto di riqualificazione urbana. Ma cosa significa davvero questo termine?  Per definizione, riqualificare un’area significa migliorarne la qualità della vita, la funzionalità, la sostenibilità ambientale e l’integrazione sociale, guardando al contesto nella sua totalità. Sostituire alberi sani (o curabili) con delle palme, lasciando intorno la pavimentazione dissestata, le panchine sporche, le fontanelle fuori uso e gli accessi alle spiagge libere degradati, non è riqualificazione. È, nel migliore dei casi, un’operazione di maquillage . Alla base delle nuove palme troviamo terra e sabbia mescolate ai detriti dei lavori, senza neanche un cordolo di contenimento. Se guardiamo al già “riqualificato” Lungomare Marco Polo,  il sospetto è che l’opera sia considerata finita così. Un giorno, forse, Ladispoli avrà un lungomare moderno e sostenibile. Per adesso, i cittadini conservano le domande e l’amministrazione si tiene le risposte, ben protetta dietro lo scudo dell’innominato agronomo.