UGUAGLIANZA E DIFFERENZA IN ITALIA, TERRA DI IMMIGRATI

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di Antonio Calicchio

“Uguaglianza e differenza” sono due parole che apparentemente hanno dato luogo ad un paradossale contrasto, vivo, da tempo, nei nostri dibattiti, fra la tendenza generale verso l’uguaglianza – come segno dei tempi e principio universale sancito dalle costituzioni nazionali e dai documenti internazionali – e l’esigenza, proveniente da più parti, al diritto alla differenza. Mentre per uguaglianza si intende nel suo significato negativo (non è semplice dire cosa sia l’uguaglianza in senso positivo), come assenza o rifiuto e, quindi, eliminazione di criteri discriminatori ritenuti ingiusti, l’esigenza al diritto alla differenza sembrerebbe andare nel senso opposto.

Dico che il paradosso è apparente, ed è tale, perché? Perché il contrario dell’uguaglianza è la disuguaglianza, non è la differenza. E più precisamente: bisogna distinguere l’uguaglianza come principio, come norma, da quella come fatto; la differenza è il contrario dell’uguaglianza come fatto. Ma rispetto all’uguaglianza come principio, come norma, ad es. per un legislatore, l’opposto dell’uguaglianza non è la differenza, ma è la disuguaglianza.

Mi spiego: il principio, la norma di giustizia recita: “Occorre trattare gli uguali in maniera uguale”. Da ciò scaturisce che: “Occorre trattare i disuguali in maniera disuguale”. Ed infatti, se è vero che è giusto trattare ugualmente gli uguali, è parimenti vero che sarebbe ingiusto trattare in maniera uguale i disuguali. Lo stesso motivo per il quale devono essere condannati alla medesima pena due soggetti che hanno commesso lo stesso reato, fa anche sì che debbano essere condannati ad una pena differente due soggetti che hanno posto in essere un reato differente.

Sin qui ho tentato solo di sciogliere un apparente paradosso, ma il problema sussiste, dal momento che la differenza sorge quando viene sollevato l’interrogativo: “Chi sono gli uguali, chi sono i disuguali?”. Si può prevedere una linea di demarcazione fra uguali e disuguali? Per dare una risposta sarebbe indispensabile stabilire criteri condivisi, in virtù dei quali raggruppare gli individui. Ma tali criteri non soltanto sono difficili da stabilire, in quanto raramente si fondano su dati oggettivi, universalmente riconosciuti. In linea generale, i dati oggettivi – come il colore dei capelli, la statura, il peso, la forza fisica – sono i meno rilevanti per stabilire categorie utili socialmente. I criteri utili per raggruppare gli individui in categorie socialmente rilevanti derivano, solitamente, da giudizi di valore che non sono, di per sé, oggettivi; anzi, quasi sempre discendono da pregiudizi. Sempre, in generale, si può dire: gli uomini e le donne sono, tra loro, sia uguali, che differenti. Ma in cosa siano uguali e in cosa siano differenti varia secondo i tempi, i luoghi, le ideologie, le concezioni del mondo. Ad es., la varietà dei costumi è stato uno dei temi più antichi e più diffusi per chi sia uscito dalla propria cerchia, abbia superato i confini e sia andato alla scoperta di nuove terre e di nuove popolazioni; ma rispetto agli altri prevale il senso della differenza, più che quello dell’uguaglianza. Faccio riferimento a due fenomeni, comuni ai gruppi umani: l’etnocentrismo, per cui è buona la nostra religione e anche il nostro modo di mangiare, ed è cattiva la religione e il modo di mangiare del paese vicino; e la xenofobia, per cui l’altro, principalmente quando entra in casa nostra, è non solamente differente, ma anche cattivo, ci minaccia, ci disturba, rende la nostra vita insicura. Etnocentrismo e xenofobia si integrano vicendevolmente nell’ostacolare la comunicazione fra gente differente: l’etnocentrico si chiude, lo xenofobo difende questa chiusura; il primo, sta bene soltanto a casa sua, il secondo, vorrebbe che anche gli altri stessero a casa loro.

E il razzismo quando sorge? Sorge quando l’altro non solo è considerato differente, ma, in quanto tale, è considerato pure inferiore e oggetto, quindi, di dominio: è come dire che il razzismo implica sì una gerarchia delle razze, ma anche una pretesa di dominio da parte di chi si ritiene superiore nei riguardi dell’inferiore. Pure il rapporto fra genitori e figli, fra docenti e discenti è – di fatto e, quasi sempre, anche di diritto – un rapporto fra un superiore ed un inferiore; ma è un rapporto in cui il superiore, anziché pretendere avere il diritto di dominio sull’inferiore, si attribuisce il dovere di aiutarlo, di soccorrerlo, di elevarlo, così da redimerlo dall’inferiorità. Fin dalle epoche antiche, il rapporto di potere paterno (donde le teorie paternalistiche del governo, per cui il potere deve essere utilizzato per il bene del suddito) è stato distinto dal rapporto di potere padronale o dispotico (per cui il potere è utilizzato a vantaggio di chi comanda e i sudditi sono trattati da schiavi).

Pertanto, se gli uomini sono tanto uguali, quanto differenti, allora è un pregiudizio sia affermare che sono tutti uguali, sia affermare la tesi contraria, che sono tutti differenti. Orbene, da questi due pregiudizi derivano effetti diversi, anzi opposti, nel diritto e nella politica dell’emigrazione, in cui è profondamente rilevante l’atteggiamento pro o contro il razzismo.

Il diritto e la politica dell’emigrazione si situano fra questi due estremi. Uno di essi è l’assimilazione, secondo cui chi entra in un Paese deve, a poco a poco, identificarsi coi suoi abitanti, accettarne le regole, i costumi, la lingua, la mentalità, trasformarsi per diventare altro da quello che è, perdere la sua identità, attraverso la graduale acquisizione dei diritti di cittadinanza, civili, sociali e politici. All’altro estremo, è comparsa – con sempre maggior forza in questi ultimi tempi, quale reazione alla politica dell’assimilazione – la richiesta del rispetto delle differenze, relative ai costumi, alla lingua, all’istruzione e, persino, al modo di vestire.

Queste due politiche rappresentano – sotto forma di pregiudizio, cioè di credenza acritica ed assoluta – due visioni opposte: “Gli uomini sono tutti uguali, gli uomini sono tutti differenti”. Se sono tutti uguali, allora perché differenziarli. Se sono tutti differenti, allora perché uguagliarli. Perché considerare la propria differenza come una menomazione da respingere, se siamo tutti uguali; e perché rigettare come menomazione l’uguagliamento, se siamo tutti differenti?

Oggi il contrasto, tra queste due soluzioni estreme, è vivissimo. Ma in quanto soluzioni estreme, sono forse errate entrambe; e sono errate entrambe proprio in forza di quanto fin qui esposto: gli uomini sono uguali e differenti. E qualora si intendesse seguire la norma di giustizia di cui sopra, allora si dovrebbe trattare in maniera uguale gli uguali e in maniera differente i differenti. Ed è ciò che cerchiamo di fare quando ci poniamo il problema di trovare la migliore soluzione alle difficoltà che nascono dall’incontro forzato di genti differenti. In una concezione liberale della convivenza – per cui esistono diritti fondamentali degli individui che lo Stato deve riconoscere – nessuno può essere tanto ugualitario da non riconoscere il diritto alle differenze religiose; e così, nessuno potrà essere tanto differenzialista da disconoscere l’uguaglianza di tutti da qualunque parte provengano, anche da quelle più lontane, geograficamente e culturalmente, rispetto ai diritti dell’uomo, prima fra tutti i diritti personali che precedono i diritti del cittadino, anzi ne sono il presupposto.

In una civiltà democratica, la soluzione del problema risiede nel contemperamento delle due opposte esigenze. Ma la prima soluzione per trovare giuste soluzioni di compromesso è abbandonare, da una parte e dall’altra, i due opposti pregiudizi, che ogni uomo sia uguale all’altro, che ogni uomo sia differente dall’altro.

L’Italia è stata, ormai, da più parti, definita “terra di immigrati”. In Sicilia, ne sbarcano centinaia a settimana: sono tunisini, marocchini, senegalesi, comunque, africani. I più vanno verso Roma e Milano, nelle campagne di Napoli, nelle fabbriche dell’Emilia; ma molti si fermano in Sicilia. Sono quasi tutti uomini fra i venti e i trent’anni. I regolari, ossia quelli provvisti di un normale permesso di soggiorno, sono pochi, in confronto ai clandestini; e, per questo, nell’insieme, quella popolazione è difficilmente valutabile, nel nostro Paese.

Sbarcati in Italia, gli immigrati seguono tappe obbligate. In genere, si dirigono verso Catania e Palermo allo scopo di acquistare merce per i loro mercatini ambulanti, con l’obiettivo di guadagnare quanto basta per spostarsi al Nord.

Tappe successive possono essere le campagne del casertano o dei dintorni di Bari e di Foggia, in cui vi sono delle vere comunità, costituite da braccianti che lavorano per gli agricoltori locali.

Da indagini compiute è emerso che la paga mensile degli emigrati è, in media, di qualche centinaio di euro al mese, lavorando sette giorni su sette, dall’alba al tramonto; vivono spesso in cascine o in capanne, e a loro vengono riservati posti ai quali gli Italiani rinunziano: in campagna a pascolare le pecore e ad irrorare i terreni con gli anticrittogamici o nelle celle frigorifere dei pescherecci. Essi, in Italia, vivono generalmente una condizione di solitudine: senza mogli, senza parenti, con pochi contatti con la popolazione locale, di cui non parlano, spesso, neppure la lingua. E, talvolta, il disagio sfocia in depressione e in alcolismo; ma anche per coloro che sono riusciti a formarsi una famiglia, prevale il senso di nostalgia della terra d’origine.

Se i genitori vogliono tornare in patria, i bambini, nati in Italia, non vogliono cambiare Paese, divisi fra la necessità di identificarsi nella realtà in cui vivono (l’assimilazione), ma anche fra la memoria e la nostalgia dei genitori (la differenza).

Nonostante la legislazione vigente in materia, tuttavia la questione immigrati – come notato – sta esplodendo: ed infatti, è scoppiato il boom dell’associazionismo; a Roma esiste l’associazione degli studenti senegalesi e quella delle colf di Cabo Verde, a Bologna vi sono gli studenti della Nigeria e a Pisa, Firenze, Ferrara, Cosenza stanno fiorendo i circoli “Africa insieme”. E anche il mondo sindacale è in fermento, per il coordinamento nazionale dei lavoratori immigrati. Sempre nella capitale è stata lanciata la piattaforma territoriale unitaria per gli immigrati, che chiama in causa tutte le istituzioni del territorio, con le richieste degli stranieri in materia di Sanità, di casa, di scuola, di lavoro, di diritti civili.

Di rilievo, poi, i corsi di alfabetizzazione per gli adulti e di italiano per i nuovi arrivati.

Gli immigrati del nostro Paese sembrano così destinati a diventare un gruppo provvisto del proprio peso politico, sociale e culturale.

Ci si chiede il motivo dell’espandersi di questo fenomeno in Italia; ebbene, la presenza di numerosi immigrati non discende dal fatto che l’Italia sia divenuto un Paese ricco. Come tanti Paesi industrializzati l’Italia è probabilmente capace di attirare più di altri Paesi a causa della peculiarità della disoccupazione “nostrana”, che è, per lo più, di natura intellettuale.