Tecnica, pensiero e tempo: l’individuo nell’era della tecnica

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di Antonio Calicchio

La conoscenza rappresenta un elemento esistenziale fondamentale.

Se gli individui, anziché essere protesi alla sola ricerca del denaro, scoprissero il piacere della conoscenza, allora tutto cambierebbe; e gli studenti, appunto, non farebbero più una fatica immensa a studiare: mossi dall’amore per il sapere, non subordinerebbero più il loro impegno al miraggio di un titolo di studio e finirebbero per raggiungere risultati migliori e più duraturi. La cultura, quindi, centrale nelle vicende storiche, umane e morali di un popolo, deve essere anche praticata e concretizzata, e non solamente enunciata sul piano accademico; occorre pensare per fare, coltivando nelle coscienze il valore dell’umanesimo, della dignità, della responsabilità e della speranza: “una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”, affermava Socrate. Ovvero, è necessaria l’inquietudine della domanda, dell’interrogazione. E “finché si è inquieti si può stare tranquilli”, scriveva Julien Green: è l’inquietudine agostiniana che non significa essere agitati, frenetici, ma vuol dire incamminarsi lungo una strada. Tuttavia, bisogna distinguere tra intelligenza e sapienza. L’intelligenza può averla anche un criminale! La sapienza – come dice il termine di origine latina – significa avere gusto, sapore, è una qualità più completa e profonda. L’elemento centrale nell’intimo dell’esperienza umana, non solo culturale, è di avere almeno una stilla di sapienza, di sapore.

Ed invece, oggigiorno, prevale, in Occidente, soltanto “l’utile”. Non si sa più cosa è bello, cosa è buono, cosa è giusto, cosa è vero, cosa è sacro, perché si è assunto come unico valore universale, vale a dire come generatore simbolico di tutti i valori, il “denaro”. E il nichilismo ha assalito la nostra epoca e la nostra civiltà. Nietzsche, che chiamava  il nichilismo “il più inquietante fra tutti gli ospiti”, lo differenziava in attivo e passivo, definendolo sulla base di tre fattori: 1) manca lo scopo; 2) manca la risposta al perché; 3) i valori si svalutano. Il nichilismo, poi, nella nostra epoca, si è congiunto alla tecnica che – per effetto di una eterogenesi dei fini – da mezzo è diventata scopo. Ma la tecnica non ha uno scopo, salvo quello di potenziare indefinitamente la realizzazione di scopi. La tecnica “funziona” e basta, deve funzionare e basta. Per questo, noi tutti siamo, ormai, dei “funzionari” di apparati tecnici e non riusciamo a stare con “noi stessi”, da cui fuggiamo come il peggior nemico. Per apparato intendo la scuola, gli uffici, le professioni, ecc. E per tecnica non intendo i telefonini, i computer, i tablet, gli smartphone. No! Intendo una struttura razionale che domina il nostro pensiero: la c.d. ragione strumentale. La tecnica non è subordinata alla politica, alla democrazia, al diritto, al capitalismo, all’arte, alla filosofia, ma subordina a sé tutte queste grandi forze della tradizione occidentale. Avevano già capito questo Martin Heidegger, in un suo saggio, del 1927, Essere e Tempo e Charlie Chaplin, nel suo film Tempi moderni, del 1936. La soggettività si consuma nel “ruolo”, nella “funzione” che svolge. Lo sviluppo tecnico è un processo inevitabile, illimitato e incondizionato della contemporaneità, quale conseguenza della scelta per il “divenire” compiuta dall’Occidente, distanziandosi dalla dottrina di Parmenide, secondo cui solo l’essere è, solo l’essere può essere definito e pensato. E in questa scelta per il divenire, si trovano inscritti gli esiti nichilistici della civiltà occidentale, essendo il divenire quella dimensione visibile dell’apparire degli enti dal nulla e del loro ritornare nel nulla, dopo essere provvisoriamente stati. A fronte dell’angoscia che emerge allo spalancarsi del nulla, del venire e del tornare nel nulla delle cose, la tecnica, mediante la sua capacità di manipolazione e di dominio sulle cose, pare fornire all’uomo un riparo e una difesa.

Se la tecnica è lo scopo della vita umana e sociale di oggi, e il nichilismo ha pervaso la nostra epoca e la nostra civiltà, allora il capitale (il denaro) ha sostituito Dio nel mondo odierno.

Ma la tecnica ha sconvolto anche l’equilibrio fra tempo naturale, tempo umano e kairos. Ed infatti, il tempo naturale, per il pensiero greco, era il tempo ciclico (chiamato, in Nietzsche, “l’eterno ritorno”) in cui ogni accadimento è destinato a ripetersi necessariamente e senza scopo, e all’interno del quale si situava la dimensione dell’uomo, incapace di esercitare un controllo sul cosmo o di imporre i propri fini, poiché nel ciclo, il fine, coincideva con la fine: il seme diventerà frutto (che è il fine della semina) soltanto alla fine del ciclo di maturazione stagionale. Il tempo umano è il tempo scopico (dal greco skopeo che designa un guardare mirato) con cui l’uomo vuole introdurre scopi umani nel tempo ciclico, a sua volta, necessario e privo di scopi. Di qui, l’esigenza umana di pro-gettarsi, cioè di gettarsi-fuori di sé, verso un obiettivo. Il tempo umano è un tempo lineare, progettuale che si fonda sul rapporto tra mezzi e fini, rapporto in cui si colloca un terzo elemento: il kairos, il tempo opportuno, che è anche l’imprevedibilità. E la relazione fra tempo ciclico, tempo scopico e kairos è stata – come detto – stravolta dalla tecnica, il cui obiettivo è quello di ridurre, fino ad annullare, la distanza tra mezzi e scopi, in cui si inseriva il kairos, così da realizzare un dominio sul mondo. Col trionfo del potere della techne sulla necessità (in greco ananke) della natura, trova compimento la paradossale condizione per cui la tecnica non è mezzo nelle mani dell’uomo, ma è l’uomo ad essere ingranaggio, funzionario dell’apparato tecnico.

E, poi, il sentimento: il sentimento è qualcosa che si impara, è un fatto culturale. L’umanità ha sempre imparato il sentimento muovendo da storie. I miti greci erano narrazioni di vita emotiva e l’Olimpo era ricco di ciò che si chiamano “passioni umane”: Zeus il potere, Afrodite l’amore, Apollo la bellezza, Marte la guerra. Esisteva una storia, sulla scorta della quale si imparava quello che veniva nominato. Oggi, soprattutto i ragazzi, percepiscono i sentimenti, ma non li capiscono, non sanno quello che provano, in quanto non hanno storie sopra di loro. E l’unico luogo in cui potrebbero imparare queste cose è l’arte, la letteratura, poiché la letteratura e l’arte insegnano cos’è l’amore, cos’è il dolore, cos’è la tragedia, ecc. Però, si è stabilito che si devono organizzare delle scuole fatte esclusivamente di imprese, inglese ed internet, mentre la letteratura e l’arte vengono emarginate; ma esse sono essenziali come processo emotivo. Si impara per imitazione, per mimesi, diceva Platone. E il giorno in cui si mettono in classe 30/35 persone, si è stabilito scientemente che l’educazione non deve accadere, perché non può accadere; può accadere soltanto la trasmissione culturale.

Ed allora: qual è il rimedio? E’ vero che l’Occidente tramonterà, imploderà, insieme al Cristianesimo, alla democrazia e al capitalismo?

L’ONU, di recente, ha pubblicato un rapporto secondo il quale l’Occidente (cioè Europa ed America settentrionale), composto da quasi un miliardo di persone, consuma, per vivere, l’80% delle risorse planetarie. E gli altri sei miliardi di persone? Ecco perché dalla crisi è difficilissimo uscire; ecco perché l’Occidente è sull’orlo dell’implosione e dell’assorbimento da parte della Cina. La Cina è la vera concorrente dell’Occidente. Per un motivo quantitativo, perché formata da qualche miliardo di persone, e per un motivo qualitativo: in Cina, il sistema scolastico ed universitario è duro, massacrante e selettivo; occorre studiare sette giorni su sette e dodici mesi su dodici, per sedici ore al giorno, bisogna superare un determinato numero di esami all’anno. E se non vengono superati, si è espulsi da tutte le università e non ci si può più laureare: si tratta di una sorta di selezione naturale. Chi arriva all’obiettivo finale, coprirà incarichi apicali, in tutti i settori. Questo significa che i Cinesi sono abituati al sacrificio, alla fatica, all’impegno, assai più degli Occidentali.

Ciononostante, va ricordato che la cultura occidentale e il suo pensiero nascono in Italia, precisamente nel Cilento, cioè a Velia (per i Romani) o Elea (per i Greci). Perché? La corrente manualistica storiografica della filosofia antica, indica, come primi filosofi: Talete, Anassimandro, Anassimene, ecc., ma costoro furono dei “fisici” (phisis, in greco, vuol dire “natura”). Essi furono degli “osservatori” della natura: per Talete, il principio primo è l’acqua, per Anassimandro è la materia, per Anassimene è l’aria, cioè fenomeni naturali o naturalistici. Anche Aristotele cadde  nell’equivoco di scrivere che “i primi filosofi furono fisici”. Appunto, fisici, non filosofi. Il primo vero filosofo, ovverosia il fondatore del pensiero filosofico occidentale, fu Parmenide, della scuola eleatica. Per quale motivo? A questo punto, si deve chiarire “cosa è la filosofia?”. Un saggio di Gilles Deleuze “Qu’est-ce que la philosophie?” ci comunica, richiamandosi a Nietzsche, che la filosofia svolge una funzione creativa. E cosa crea la filosofia? La filosofia “crea” concetti (giustizia, libertà, monade, ecc.). Da ciò discende il motivo per cui Parmenide fu il primo filosofo: egli ha creato il concetto dell’ “Essere”, e del “non-essere”, su sui, ancor oggi, si dibatte. I suoi predecessori non crearono concetti, ma osservavano la natura e i suoi fenomeni. Si è arrivato a sostenere, da parte del filosofo inglese Jonathan Barnes, che Velia/Elea è, perfino, più importante di Roma, da questo punto di vista. Egli ha asserito testualmente, nel 2010, che “la piccola cittadina di Elea ha dato alla filosofia un contributo maggiore di quanto abbia fatto la grande metropoli Roma”. Ed infatti, Roma ha eccelso nel diritto, nell’amministrazione dello Stato, nelle strategie militari, e basta. Non esiste una “cultura” romana, se non come mimesi di quella greca (si vedano le opere di Cicerone, il quale non ha elaborato nulla di nuovo, ma ha riprodotto il pensiero greco). L’Eleatismo ha gettato le fondamenta di tutta, dico tutta, la cultura e la civiltà del pensiero occidentale.

L’Italia, quindi, è la culla non solo del diritto e della giustizia, ma anche del pensiero filosofico.

Nei miei lavori, cerco di praticare una filosofia che non si pratica più tanto, e cioè la filosofia che tenta di dare consigli per l’esistenza. I filosofi, oggi, spesso parlano per se stessi o per i loro colleghi, fanno della filosofia, una filosofia filosofante, come i politici fanno della politica, una politica politicante, nel senso di trattare di problemi di tecnica filosofica, di tecnica politica. No, io no!

La filosofia è un modo di pensare, quando non, perfino, di vivere, che si pone nel medio tra la scienza e la religione. Nel mondo esistono cose che si sanno e cose che non si sanno, ma che si credono. Le prime fanno parte della scienza (come l’acqua che bolle a cento gradi) e le seconde della religione (come l’Aldilà). Poi, ci sono cose che non si sanno e non si credono, come l’Essere, sui cui si discute dai tempi di Parmenide e che costituiscono la filosofia. Diceva Averroè, che chiunque scrive un’opera filosofica, dovrebbe scriverla almeno tre volte: una per i colleghi, una per gli allievi e una per il popolo.

Ed allora: può soccorrerci la cultura per mettere alla porta l’ospite inquietante? Io ritengo di sì, a condizione che essa faccia acquisire quella che i Greci chiamavano “l’arte del vivere”, che consiste nel riconoscere le proprie capacità, le proprie virtù e nel vederle fiorire secondo misura. Se, attraverso il nichilismo, si riesce a compiere questo passo, cioè di prendere coscienza, incuriosirsi e innamorarsi di sé, di realizzare il proprio daimon, come diceva Aristotele, allora l’ospite inquietante non è passato invano.