STRISCIONE CONTRO I CIONTOLI, IL GIUDICE DÀ RAGIONE AL CUGINO DI MARCO

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«Potevate salvarlo: rimarrete sempre degli assassini». Era lo striscione che aveva accompagnato in piazzauno dei tanti cortei per Marco Vannini La Giustizia ha stabilito che non è offensivo se utilizzato sui social contro i Ciontoli, condannati al carcere in Cassazione lo scorso 3 maggio per l’omicidio avvenuto a Ladispoli.

Un caso andato per le lunghe e chiarito nelle aule del tribunale dopo che lo stesso Antonio Ciontoli, il capofamiglia che il 17 maggio del 2015 premette il grilletto della sua pistola ferendo mortalmente il giovane cerveterano, decise di denunciare il cugino della vittima, Alessandro Carlini, anche lui di Cerveteri. Sul suo profilo WhatsApp inserì come profilo proprio l’immagine di quel cartello durante una delle tante fiaccolate in onore di Marco.
In prima battuta il giudice archiviò per «la tenuità del fatto» ma questa motivazione fu contestata sia dai Vannini, perché auspicavano una piena archiviazione, sia da Ciontoli, che pretendeva invece la condanna di Carlini per diffamazione. Entrambi presentarono ricorso e ora si è espresso definitivamente Francesco Filocamo, il giudice di Civitavecchia.

«La frase riportata nel cartello – si legge nella motivazione – esprime un severo giudizio, che a prescindere dalle risultanze delle indagini e dalla qualificazione dei fatti in sede penale, appare del tutto adeguato allo svolgimento della vicenda, secondo quanto in quel momento noto e diffuso dai mezzi di informazione, in particolare con riferimento al ritardo nel richiedere i soccorsi». Sul caso interviene il legale di Carlini. «Finalmente si è chiusa questa vicenda assurda, – spiega Alessandro Gnazi – era giusta secondo il nostro avviso l’assoluzione piena». La sentenza della Cassazione bis ha sancito la pena al carcere per tutti i Ciontoli per omicidio volontario con dolo eventuale. Il capofamiglia a 14 anni e il resto della famiglia, la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, a 9 anni e 4 mesi. Nelle motivazioni uscite il 19 luglio la Suprema Corte sottolinea che la condotta di Ciontoli fu “caratterizzata da pervicacia e spietatezza, anche nel nascondere quanto realmente accaduto”.