Reddito di cittadinanza, che fine farà?

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reddito di cittadinanza

A quattro anni dalla sua introduzione, il reddito di cittadinanza viene messo in discussione. Le modifiche.

Una misura di contrasto all’indigenza divisoria che ha visto posizioni diverse tra le varie forze politiche, chi ancora oggi ne fa la sua bandiera e chi invece auspica una profonda revisione se non addirittura, l’abolizione del sussidio “che abolisce la povertà” ma che, nel timore delle truffe – tentate o andate a segno – viene criticato. A tal proposito l’INPS ha fornito i dati dell’attività di vigilanza operata finora nel rispetto dei requisiti richiesti: sono circa 1,7 milioni le domande respinte per mancanza di diritto, 214mila i benefici revocati per la perdita degli stessi. L’effetto disincentivante sull’occupazione è il cruccio dell’attuale maggioranza. Per questo uno degli interventi del Governo Meloni riguarda proprio il Reddito di cittadinanza, con il taglio netto delle mensilità e dei requisiti a partire da questo mese fino alla definitiva cancellazione nel 2024. Cosa cambia.

Il criterio della territorialità resterà a prescindere nel 2023, anche se non è ancora chiaro come. Il Governo dispone che il percettore accetti qualsiasi proposta di lavoro indipendentemente dalla natura dell’occupazione e da dove si trovi l’attività, pena la revoca del Reddito di cittadinanza.  Ancora, nel testo della Legge di Bilancio adesso in discussione al Senato, sono state ridotte da tre a una le offerte che l’avente diritto può rifiutare se non vuole perdere il sussidio. Il reddito di cittadinanza rimane invariato per tutto l’anno 2023 soltanto per le famiglie che hanno al loro interno persone con disabilità, minori o persone a carico con almeno 60 anni d’età. Per i percettori tra i 18 e 59 anni in grado di lavorare il reddito di cittadinanza verrà riconosciuto solo per 7 mensilità invece delle attuali 18 rinnovabili.  Come recita il testo della Manovra i beneficiari “occupabili” dovranno poi “essere inseriti, per un periodo di sei mesi, in un corso di formazione o di riqualificazione professionale” senza il quale il diritto a ricevere il Reddito di cittadinanza sarà considerato decaduto. E le regioni sono tenute a trasmettere all’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, gli elenchi dei soggetti che non rispettano l’obbligo di frequenza.
I percettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni potranno ricevere il sussidio solo in caso di iscrizione “e alla frequenza di percorsi di istruzione o comunque funzionali all’adempimento del predetto obbligo di istruzione”. I corsi saranno erogati “dai centri provinciali per l’istruzione degli adulti”, si legge nell’emendamento, e le modalità verranno definite “con apposito protocollo, stipulato dal Ministero dell’istruzione e del merito e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali”. Infine, la quota del reddito di cittadinanza destinata al pagamento dell’affitto dell’abitazione sarà erogata direttamente al locatore dell’immobile. Secondo la proposta, il beneficiario del sussidio deve comunicare all’Inps, i dati del locatore, secondo le modalità che verranno definite con un decreto del ministro del Lavoro, sentito il garante per la Privacy.

Non è facile dire ( se è vero) quanti siano i cittadini che davanti ad una offerta di lavoro hanno preferito continuare a percepire il RdC comodi sul divano, come lamentano gli imprenditori. Una certezza è che l’attuale costo della vita rende la maggior parte delle retribuzioni non adeguate. Che si lavora in nero anziché entrare ufficialmente nel mercato del lavoro. A dispetto delle dichiarazioni dei pentastellati, la misura assistenziale non è stata un incentivo all’occupazione con il fallimento della parte formativa e della figura dei navigator, nati come ponte tra domanda e offerta di lavoro, i centri per l’impiego non funzionavano prima e non hanno iniziato a funzionare con l’introduzione.

La riforma in atto prevede il coinvolgimento dei Comuni, in grado di informare sulle reali situazioni di disagio della popolazione, e supportare così l’INPS nel lavoro di verifica durante l’anno che vede la modifica del beneficio. Un cambiamento che inciderà, secondo la stima del Governo, su un terzo degli attuali percettori, con un risparmio di circa 3 miliardi di euro da destinare ad altri progetti. L’auspicio è che la rivoluzione non colpisca negativamente le tante e reali famiglie in difficoltà economiche.

Fonte: quifinanza.it/ inps.it/