QUEL DIFFICILE RAPPORTO MEDICO/PAZIENTE

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A cura del Dottor Professor Aldo Ercoli

Dottor Professor Aldo Ercoli
Dottor Professor
Aldo Ercoli

Chiamasi atto medico la ripetizione di una ricetta o la compilazione di un certificato. La visita medica (storia anamnestica del paziente, la semeiotica, l’orientamento diagnostico, la diagnosi differenziale, le analisi di laboratorio o strumentali da prescrivere, ed infine la terapia) è ben altra cosa.

È certo un cammino impervio quello del sanitario, irto di ostacoli, pieno di insidie ma comunque doveroso e necessario perché, molte volte, quello che è un gioco è proprio la vita umana. In questo delicato percorso non basta, non è sufficiente essere laureati o anche specialisti perché l’aggiornamento deve essere continuo, perenne, completo.

Cosi come un atleta si allena per gareggiare e dare il meglio di se allo stesso modo il medico ha il dovere di essere informato su ogni argomento di sua pertinenza, di leggere, di studiare, di confrontarsi. Se non vi è “passione” non può esserci “l’ars medica”. Lo stesso di casi per quanto concerne la preparazione che deve essere globale e non spezzettata nelle tante “sfaccettature” specialistiche, altrimenti si perde la “visione del tutto”.

L’organismo umano è un “unicum”, inscindibile, in cui i vari organi ed apparati sono saldamenti tenuti insieme da un principio vitale che si chiama P.N.E.I.  (Psico – Neuro – Endocrino – immunologico). Se si spezza questo equilibrio vitale il male (ossia la malattia) viene spesso interpretata da tanti specialisti del settore (dal neurologo allo psichiatra, dall’immunologo all’endocrinologo, dall’ortopedico al reumatologo etc…) talora in modo completamente differente con lo sconsolante risultato di disorientare il paziente.

Quest’ultimo è a sua volta, l’altra faccia erronea della medaglia. Sono del parere (e oltre 40 anni di professione diuturna attiva me lo consentono) che molto, direi troppo spesso, il paziente usi proprio lui a non farsi visitare, a non andare dal medico. Purtroppo è in voga una sorta di “fatalismo della salute” in cui si crede che indipendentemente dal sanitario, se ti deve capitare qualche cosa di brutto ti succedono egualmente, senza poterci fare niente. Meglio non saperlo.

Vi è poi tutta una vasta categoria di soggetti che, “sentendosi bene”, non solo vanno a visitarsi ma nemmeno effettuano le analisi del sangue né altre indagini cliniche. Negli anni 70, ai tempi di studenti universitari, l’individuo che stava bene veniva etichettato, sulla cartella clinica, ospedaliera, come “apparentemente sano”. Ed era giusto cosi. Sapete, quante malattie, anche importanti, non danno sintomi o sono asintomatiche? Una miriade.

Dall’ipertensione arteriosa; chiamata anche “l’omicida silenzioso” all’insufficienza renale cronica, dalle epatopatie croniche alle pneumopatie neoplastiche. È in voga un certo “modus facendi” di meglio non sapere. “Dottò io, in tanti anni, non l’ho mai disturbata, non gli ho mai dato fastidio!” Un concetto orrendo, sconcertante che gratifica l’insipienza del “medico buonista”, di quello che dice, in modo rassicurante che tutto va bene.

Io non ho piacere di trovare il male voglio solo prevenirlo e combatterlo prima. È per questo motivo che pretendo (poi ognuno fa come gli pare e va da chi gli pare) di eseguire periodicamente delle analisi di “routine” ematologiche, Rx del torace, un esame elettrocardiografico, una visita generale.

Meglio essere antipatico che “fare a cazzotti” con la propria coscienza. Ippocrate non era un “medico buonista” ma un professore serio e preparato, pur in quei lontani secoli prima di Cristo.