Marta Russo, da 21 anni tre colpevoli e tante ombre

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Dal 1997 ad oggi non si è ancora completamente diradata la cortina fumogena attorno all’omicidio della studentessa in un viale dell’università La Sapienzadi Antonio Calicchio

L’omicidio di Marta Russo avvenne in un vialetto della Città Universitaria dell’Università “La Sapienza” di Roma, il 9 maggio 1997, allorché la ragazza, studentessa ventiduenne di Giurisprudenza, fu attinta da un colpo di arma da fuoco, morendo cinque giorni dopo in ospedale; omicidio che, peraltro, fu al centro di una complessa vicenda, soprattutto per effetto dell’enorme copertura mediatica di cui fu oggetto.

I genitori e la sorella decisero di donarne gli organi, tenendo fede ad un desiderio espresso, anni prima, da Marta, dopo aver visto un servizio televisivo sul delitto di Nicholas Green. Alle esequie, svoltesi presso l’Ateneo, parteciparono Romano Prodi, Walter Veltroni, Luciano Violante e Luigi Berlinguer, oltre che una folla numerosa di studenti, amici e persone comuni, mentre Papa Giovanni Paolo II inviò un messaggio di cordoglio.

A Marta Russo venne conferita la laurea alla memoria alla presenza del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro; fu apposta una targa commemorativa e furono intitolate talune aule dell’Ateneo, tornei, parchi, premi.

Nel 2003, fu condannato, in via definitiva, per il delitto, un assistente di Filosofia del Diritto, Giovanni Scattone, per omicidio colposo aggravato; un suo collega, Salvatore Ferraro, fu condannato limitatamente al reato di favoreggiamento personale; ma entrambi si sono sempre professati innocenti. Nella prima sentenza si specifica che Scattone avrebbe esploso un colpo per errore, maneggiando una pistola per motivi ignoti, e Ferraro l’avrebbe coperto, tacendo e portando via l’arma. Il delitto fu definito colposo tanto più perché Scattone non avrebbe potuto, dalla posizione in cui si sarebbe trovato, esplodere un colpo mirato, né avrebbe compiuto un’azione dolosa in presenza di tanti testimoni. Il terzo indagato, l’usciere dell’Istituto, Francesco Liparota, venne assolto dall’accusa di favoreggiamento dalla Cassazione, con annullamento senza rinvio. Tutti gli altri indagati, principalmente per i reati di favoreggiamento, diffamazione o falsa testimonianza, furono assolti con formula piena in primo grado.

Stante la complessità della scena criminis, per ricostruire la dinamica degli eventi, si dovette ricreare virtualmente il cortile dell’Università con una videocamera laser tridimensionale unica in Italia, in possesso della Facoltà di Architettura, dell’Università di Ferrara e in uso ai tecnici del NubLab/ DIAPREM. Gli scanner 3D, utilizzati abitualmente per rilevare l’architettura storica in funzione di restauro, permisero, in questo caso, di realizzare un modello come base per le perizie, sebbene la ricostruzione balistica seguente sia stata criticata da taluni esperti di armi.

La particolarità del locus commissi delicti, insieme alla coincidenza con gli anniversari delle morti di Aldo Moro, assassinato dalle BR, e di Peppino Impastato, assassinato dalla mafia (9 maggio 1978) e di Giorgiana Masi (studentessa vittima di proiettile vagante durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 1977) e di altre personalità legate alla politica degli anni ’70, contemporaneamente alla clamorosa vittoria della destra nelle elezioni delle rappresentanze studentesche tenute nei giorni precedenti, resero plausibile la tesi dell’agguato terroristico-politico, ipotesi abbandonata in quanto né Marta Russo, né Jolanda Ricci appartenevano a movimenti, se si escludeva la teoria dello scambio di persona per un certo periodo tenuta in considerazione.

Una pista vagliata all’inizio fu che l’obiettivo fosse un impiegato delle imprese di pulizia o che fosse un crimine maturato nell’ambiente lavorativo, con la vittima colpita per puro caso; due dipendenti vennero indagati, ma la posizione venne subito archiviata. Le piste delle ditte di pulizia e dello scambio di persona ritorneranno in anni seguenti.

Gli inquirenti cominciarono a raccogliere testimonianze, ma nessuna delle persone nelle stanze superiori venne collegata al terrorismo o alla criminalità. Poi, sul davanzale di un’Aula dell’Istituto di Filosofia del Diritto, la Polizia Scientifica rinviene una presunta particella di “ferro-bario-antimonio”, indirizzando gli inquirenti ad abbandonare le precedenti indagini sulla ditta di pulizie e su altre persone, e ogni pista alternativa. La sentenza di annullamento della Cassazione del 2001 definirà questo fatto come “un errore”.

Dopo numerosi interrogatori, Gabriella Alletto li accusò di aver sparato; Scattone e Ferraro furono arrestati e incriminati per omicidio volontario in concorso, ma si proclamarono innocenti.

Nel processo di primo grado, i pm chiesero la condanna di Scattone e Ferraro a 18 anni di reclusione, per concorso in omicidio volontario, causato da dolo eventuale, ma con la concessione delle attenuanti generiche, e per detenzione illegale di arma da fuoco; chiesero, altresì, la condanna per favoreggiamento e detenzione di arma da fuoco per Francesco Liparota, a cinque anni e 9 mesi, e il solo favoreggiamento per Gabriella Alletto, 1 mese, con richiesta di sospensione condizionale della pena, e Bruno Romano 4 anni; per i restanti imputati, venne richiesta, invece, l’assoluzione.

Il dibattimento di primo grado, si concluse nel 1999, con la condanna di Giovanni Scattone, per omicidio colposo, con aggravante della colpa cosciente e possesso illegale di arma da fuoco, a 7 anni, e di Salvatore Ferraro, per favoreggiamento personale, a 4 anni.

Ferraro venne prosciolto dall’accusa più grave, concorso in omicidio volontario, derubricandola a favoreggiamento, e il procuratore rinunciò ad impugnare la decisione.

La condanna fu per aver esploso un colpo accidentale, per Scattone, e per averlo coperto, per Ferraro. Il tribunale assolse tutti gli altri imputati. I pm opposero ricorso solo per Scattone, Ferraro e Liparota, invocando, però, pene più severe per Scattone e Ferraro, e aggiungendo, al secondo, anche il porto illegale di arma.

Alla campagna colpevolista, si oppose una controffensiva mediatica innocentista, attraverso la costituzione di un Comitato, cui aderirono numerose personalità, soprattutto del mondo culturale e scientifico. E Nel processo di appello fu, però, confermata la sentenza di primo grado, con un lieve aumento della pena: 8 e 6 anni, perché Ferraro fu accusato anche di detenzione illegale di arma da fuoco, e venne deciso che Scattone poteva sapere che la pistola fosse carica. Francesco Liparota fu condannato per favoreggiamento a 4 anni.

Il 6 dicembre 2001, la Corte Suprema di Cassazione, dietro richiesta anche del Procuratore Generale, annullò la sentenza di appello definendo “illogiche” e “contraddittorie” molte prove, e la sentenza viziata, quindi, da un «verdetto contraddittorio», rinviando il tutto ad un nuovo processo d’appello.

Il secondo processo di appello, in cui il sostituto Procuratore avrebbe voluto una condanna più severa (22 anni per Scattone, 6 per Ferraro, 4 per Liparota), però, confermò le condanne, ribadendo l’impianto precedente e non tenendo conto della sentenza della Cassazione, se non per l’entità della condanna irrogata e la nullità della particella binaria come prova di sparo; ed infatti, la Corte d’Appello di Roma emise pene più miti: sei anni per Scattone, quattro per Ferraro, due per Liparota.

Avendo la Cassazione annullato le perizie, il verdetto non si fondò che sulle testimonianze, principalmente Alletto e Lipari. Il 15 dicembre 2003, la V Sezione Penale della Corte di Cassazione, nell’assolvere l’usciere Francesco Liparota, condannò Giovanni Scattone a 5 anni e quattro mesi, e Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi, eliminando, ad entrambi, il reato di detenzione illegale di arma, per l’impossibilità di determinarne la provenienza. Liparota venne assolto tramite annullamento senza rinvio, perché «non punibile al momento del fatto» e versante in stato di necessità, in quanto “terrorizzato” e poiché il suo favoreggiamento sarebbe stato frutto solamente delle minacce ricevute dagli altri due e della sua personalità fragile e suggestionabile. Sia Salvatore Ferraro, che Giovanni Scattone, annunciarono la volontà di chiedere la revisione del processo, cosa ribadita da Scattone nel 2011. I difensori dei due imputati avevano presentato già, nel 1999, due ricorsi separati alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per varie violazioni, tuttora pendenti. La Cassazione decise anche di non comminare pene accessorie, cancellando l’interdizione all’insegnamento per Scattone. Gli viene, quindi  accordata la riabilitazione penale, a decorrere dal giorno della fine della pena, con revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici.

Nel maggio 2011, la XIII Sezione del Tribunale Civile di Roma, condannò Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro al risarcimento di un milione di euro (più di 900.000 per Scattone e circa 20.000 per Ferraro) ai familiari di Marta Russo e al pagamento delle spese giudiziarie e detentive, stabilendo, inoltre, che “La Sapienza” non può essere ritenuta responsabile della morte della ragazza. Il solo Ferraro fu condannato a versare all’università 28 mila euro come risarcimento dei danni di immagine.

Nell’aprile 2013, la Corte di Cassazione confermò il risarcimento delle spese del giudizio e della detenzione carceraria per € 300 mila, a carico di Ferraro e a favore dello Stato italiano, motivando la sentenza con le circostanze che «il soggetto non si trova in stato di indigenza» e che «l’adempimento non comporta uno squilibrio del suo bilancio tale da precludere il suo recupero e il reinserimento sociale».

Come detto, emersero, da subito, nella vicenda, piste alternative che continuarono a essere proposte in seguito, mettendo in discussione la verità processuale: criminalità, politica locale, scambio di persona, ditta delle pulizie, terrorismo e cecchino solitario. Ma il “caso Marta Russo” non è solo la storia di un crimine atroce che ha spezzato la vita ad una giovane ragazza e colpito, per sempre, i suoi familiari; e neanche di un’indagine e di un processo che hanno tentato di risolverlo. Il contesto dell’accaduto, il ruolo di studentessa della vittima e la figura professionale degli imputati ne hanno fatto un delitto contro tutti: e cioè contro l’Università e la sua popolazione, contro i giovani che studiano e i docenti che insegnano, contro la ragione, la cultura e la convivenza sociale. Il caso, inoltre, non ha mancato di evidenziare l’importanza, da un lato, dell’apparato investigativo e giudiziario in uno Stato di diritto e, dall’altro, del sistema informativo; ma il “caso Marta Russo” è, infine, stato una battaglia dei padri in nome dei figli: anzitutto, il padre della vittima che ha sempre reclamato legittimamente verità e giustizia, il padre di Scattone che protestava l’innocenza del figlio, per salvaguardarne la dignità.