Luca Barbareschi in “The penitent”

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the penitent

Chi è il mostro: il ragazzo, il medico, la stampa o la giustizia?

Locandina verticale del film

Luca Barbareschi porta sul grande schermo un testo teatrale del premio Pulitzer David Mamet, ispirato a fatti di cronaca, il caso Tarasoff, in cui uno psichiatra rimase vittima di accanimento giudiziario. Il cast si compone di grandi interpreti del teatro inglese, come Catherine McCormack, Adam James e Adrian Lester.

di Barbara Civinini

È la stampa, bellezza! E tu non puoi farci niente!” Con questa frase chiudeva “L’ultima minaccia” uno splendido Humphrey Bogart nel ruolo di eroe positivo dell’allora carta stampata. Ma se dietro la più nota e sempre attuale macchina del fango c’è una certa informazione poco politically correct?

Se lo domanda Luca Barbareschi, in veste di produttore, protagonista e di regista nel suo primo film americano, “The penitent”, ripreso da un testo del drammaturgo, premio Pulitzer, David Mamet, che ha più volte portato in teatro e che è ispirato a fatti reali di cronaca: il caso Tarasoff.

Luca Barbareschi è Carlos David Hirsch – 01 Distribution

Era il 1969 quando lo psichiatra ebreo di New York Carlos David Hirsch, interpretato dallo stesso Barbareschi, è accusato di non aver denunciato per tempo un suo paziente che poi ucciderà diverse persone. Il fatto che il paziente appartenesse alla comunità LGBTQ+ e che il medico fosse ebreo, naturalmente, amplificarono l’intera vicenda.

 

Una situazione particolarmente rischiosa, come ha commentato lo stesso regista che ha detto – si legge su “Il sole 24Ore” che riporta Askanews – La gente non crede più all’informazione, questo è molto pericoloso, perché quello che McLuhan diceva, diventeremo un popolo di scimmie, è quello che sta avvenendo.

La pellicola però non è stata apprezzata da tutti tanto che hanno definito lo script senza dubbio attuale, ma scoraggiato da un cinema probabilmente troppo gracile (e glaciale) per lasciare il segno. Il regista, in sostanza cerca di raccontare al suo pubblico cosa c’è oggi, come allora, dietro la macchina del fango, la gogna mediatica e l’accanimento del sistema giudiziario da cui il protagonista cerca di difendersi trincerandosi dietro il giuramento d’Ippocrate.

Ma allora chi è il mostro: il ragazzo, il medico, la stampa o la giustizia? E Chi può dirsi innocente? Barbareschi cerca di sciogliere la matassa ritrovandosi in piena dramedy. Quando la vita privata di un uomo si scontra con il meccanismo di una comunicazione che non è divulgazione di notizie, ma che invece è diffamazione, cioè provocazione visiva e intuitiva, decisa a dare giudizi piuttosto che a informare, nasce un conflitto, commenta il regista. E se al conflitto partecipa anche un sistema giudiziario che individua una vittima al di fuori delle vittime reali e un colpevole in chi non è il vero colpevole, allora siamo in piena tragedia, dice.

Perché succede questo? Mamet – che cura la sceneggiatura – dice perché la natura umana è crudele. Ancora oggi rimane aperto il dilemma: quando è lecito o necessario rompere il silenzio e scegliere di proteggere piuttosto che rispettare il segreto professionale?

Nel 1985, il legislatore della California ha codificato la regola Tarasoff: la legge californiana stabilisce ora che uno psicoterapeuta ha il dovere di proteggere o avvertire una terza parte solo se il terapeuta ha effettivamente creduto o previsto che il paziente rappresenti un serio rischio di infliggere gravi lesioni fisiche a una persona ragionevolmente identificabile.