I movimenti di protesta, anche violenta, di questo “ottobre caldo” nelle strade francesi e italiane, hanno visto riaffiorare la domanda: cosa succede ai nostri ragazzi? Una domanda che inizia a invecchiare, come invecchiate sono le idee di chi non riflette sulla rabbia che i ragazzi e le ragazze stanno portando in piazza.
Un malcontento che si pensava fosse ormai placato, silenziato, dagli smartphone e dall’utilizzo di Internet. Invece, le menti dei più giovani sono vive e trovano nei social uno strumento per organizzarsi e per agire. Uno strumento proteiforme, difficile da codificare, anche per gli apparati di intelligence.
I social permettono il passaggio da un punto d’incontro virtuale a punti reali; ma anche la reazione di alcuni gruppi che portano in piazza le istanze di protesta e le speranze dei cambiamento. Assistiamo a un punto di rottura. Abbiamo avuto in passato un 1789, in Francia, un 1917 (Rivoluzione russa), un 1922 con la minaccia su Roma dei manipoli del “fascio”, un 1949 in Cina, eppure non impariamo mai a riconoscere i segni dei tempi.
Quel clima sereno e accogliente che volevamo costruire per le nuove generazioni si è trasformato in un ambiente competitivo, in cui ieri i genitori spingevano non a lavorare (per cui serve un indirizzo psicologico, educativo, anche da bambini) ma a studiare. Si credeva forse che avremmo ottenuto un paese di pesi massimi, tutti professionisti, alti dirigenti, calciatori, primi attori. Chi è che aspirava, per suo figlio o sua figlia, a un futuro come operaio? Chi come agricoltore? Chi come badante?
Si è costruito il mito del lavoro intellettuale per tutti, e la vergogna sottaciuta di quello manuale. Il risultato è che adesso possono ottenere massimalmente lavori precari o malpagati.
Cosa succederà quando le case dei nonni verranno vendute e il denaro finirà?
Cosa succederà quando le pensioni dei genitori non potranno più sostenere i figli e i nipoti?
E cosa si dovrebbe dire, ora, alle nuove generazioni?
“Ci siano sbagliati, ora questo c’è, state buoni!”. E loro non vogliono sentirselo dire. Non vogliono stare buoni. Viene da sé che qualsiasi tipo di manifestazione con connotati violenti è di per sé da reprimere; non faremo giustizia alla nostra intelligenza se non pensassimo anche a come lo Stato possa reagire, oltre che con la opportuna repressione, per cercare di comprendere quelle che sono le ragioni delle proteste – non delle violenze – mosse dall’angoscia per un futuro in cui il carovita è sempre più insopportabile.
La soluzione per questi ragazzi non è rappresentata dalla schiavitù o dall’emigrazione. Si organizzano, manifestano, urlano. Inoltre, chi si stupisce del fatto che alcuni di questi ragazzi siano giovani professionisti, giovani ricercatori, professori e, in genere, persone di una certa cultura, deve ricordarsi che i rivoluzionari sono di norma persone che hanno studiato. La rivoluzione in Francia venne promossa da avvocati, medici, editori, giornalisti, artisti. Durante la fase preparatoria della Rivoluzione francese, i figli colti della piccola e media borghesia hanno portato avanti le istanze di un ceto medio sempre più indebolito dalle tasse, alimentando il malcontento e la rabbia popolare. Le folle non si riversarono soltanto sui luoghi del potere ma anche su poveri, semplici negozi, che nulla avevano a che fare con le politiche di governo.
Riflettiamo quindi su quelle che sono le nuove istanze del movimento giovanile, politico, studentesco, affinché lo Stato possa dare una risposta, prima che, invece, sia chiamato a rispondere davanti ai figli della sottovalutazione.

Dottor Danilo Campanella
Psicologo aziendale
Di formazione comportamentale e cognitiva applicata,
si è specializzato in tematiche riguardanti la psicologia aziendale
e del lavoro, clinica, e le scienze criminologiche































































