Verso un superamento del diritto? Diritto, capitalismo e  “volontà di potenza” della tecnica

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di Antonio Calicchio

Il diritto è l’insieme delle norme che in una società esprimono le forze (economiche, politiche, etico-religiose) vincenti; il diritto esprime le forze vincenti. Nel mondo occidentale, la forza vincente è rappresentata dal capitalismo, a meno di non voler coinvolgere altre forze: l’istanza democratica, l’istanza cristiana, ecc. Ma, oggi, sembra che la forza preponderante sia il mondo capitalistico. Il diritto è espressione della forza vincente, e in Occidente quella preponderante è il capitalismo. Se così è, allora il diritto – che attualmente nel mondo occidentale vige – è quello che esprime le istanze di quella forza vincente che è il capitalismo.

La questione decisiva è il rapporto tra mezzo e scopo, perché, quando si parla di superamento, si deve intendere una situazione in cui il mezzo sovverte lo scopo e diventa esso stesso lo scopo, tanto più in relazione a quella che deve essere considerata una distinzione o, perfino, una opposizione tra capitalismo e tecnica.

Ed infatti, il capitalismo sopravvive in quanto perpetua una scarsità media o relativa delle merci che vengono vendute, nel senso che, se una certa merce è universalmente a disposizione di tutti, allora non c’è intrapresa capitalistica; se manca assolutamente sul mercato, allora, daccapo, non c’è impresa capitalistica. Occorre che la merce abbia un carattere mediano per cui sia parzialmente disponibile. Se si addivenisse ad una situazione in cui ciascuno può provvedere da solo al proprio sostentamento, al proprio benessere, ecc., allora non avrebbe più senso l’intrapresa capitalistica. Il capitalismo, nel perpetuare la scarsità relativa delle merci, si serve di uno strumento per vendere le merci, strumento costituito dalla tecnica. Non da una tecnica generica, ma da quella guidata dalla scienza moderna. La tecnica non ha di per se stessa uno scopo, se non quello di voler aumentare la capacità di realizzare scopi. Ma cosa vuol dire volontà di incrementare all’infinito la capacità di realizzare scopi? Significa aumentare all’infinito la potenza, la quale potenza include, però, l’eliminazione della scarsità. Nel cumulo di possibilità che la tecnica vale a  realizzare, ossia nella propria volontà di potenza, vi è anche quella di eliminare quell’impotenza che è la perpetuazione della scarsità. Ed allora, si ha un capitalismo che mira a perpetuare la scarsità delle merci, il quale capitalismo si serve di uno strumento, la tecnica, la quale, come volontà di incrementare la potenza, è progressiva volontà di riduzione della scarsità. Non si può, quindi, mettere insieme capitalismo e tecnica, poiché il capitalismo si serve di un servo che tende alla distruzione del padrone. E’, questo, un modo in cui resta confermato quel celebre teorema di Hegel, il quale, nel considerare la dialettica tra servo e padrone, rilevava che il padrone si serve di un servo che, evolvendosi, detronizza ed elimina il padrone. Qui si ha il grande servo che è la tecnica, la quale è destinata a sovvertire il padrone che attualmente si illude di poter continuare a servirsi di questo servo.

Vi è, al riguardo, un rilievo da muovere agli scienziati, che consiste nel dire che la previsione scientifica non è la forma più radicale che, oggi, si ha a disposizione di profezia. La previsione scientifica è di tipo statistico/probabilistico. Ed allora, daccapo, ci si trova di fronte ad una indicazione di una tendenza, ma è noto che esistono le inversioni di tendenza. Lasciamo, dunque, il punto interrogativo alla domanda del titolo dell’articolo, in quanto, basandosi su questo ambito, in cui la scienza crede che l’unico tipo di previsione sia il suo, cioè quello statistico/probabilistico, è chiaro che il problema rimane irrisolto. Sennonché, le scienze (economiche, fisiche, biologiche, ecc.) trascurano un concetto essenzialmente più radicale che non quello della previsione statistico/probabilistica, che è il concetto di contraddizione. Nel senso che, se si riesce a mostrare che una situazione storica è una contraddizione e che i fattori della contraddizione tirano da parte opposta, ovverosia fanno sì che quella situazione sia fondamentalmente instabile, allora si introduce un tema straordinario, dal momento che il contraddirsi è la condizione in cui si crede in qualche cosa, che, peraltro, si sa, sulla base di altre fonti, che non può esistere. E’ qui, il tipo diverso di previsione, in base alla quale si asserisce: se il capitalismo per perpetuarsi, per vivere, per sopravvivere, deve perpetuare la scarsità, e si serve di qualcosa che, invece, tende alla eliminazione della scarsità, allora il sistema complessivo, formato da capitalismo e tecnica, è una contraddizione, in cui ognuno dei due fattori spinge in direzioni diverse e, conseguentemente, rende instabile la situazione. Ma, ormai, non si ha più a che fare con la semplice instabilità dovuta alla tendenza di tipo statistico/probabilistico; si ha qualche cosa di molto più serio, che invita a togliere il punto interrogativo dal titolo e a pensare che il capitalismo vive non in un vuoto, bensì in una situazione conflittuale: quello che vuole il capitalismo non è quello che vuole la democrazia, quello che vuole la democrazia non è quello che vuole il cristianesimo. Il cristianesimo vuole che il capitalismo abbia come scopo il bene comune. Ma se si suggerisce ad un individuo di cambiare lo scopo, allora gli si dice di non essere più quello che è. Di qui l’importanza del rapporto mezzo/scopo. Se ad una azione si dà uno scopo diverso da quello che la definisce, allora quell’azione non è più quella che era. Pertanto, il capitalismo vive in una situazione conflittuale, dove ciascuna delle forze citate va in direzioni opposte. Se il capitalismo stricto sensu è in conflitto con le altre forze, allora tutte queste forze che cosa devono fare per prevalere le une sulle altre? Devono avere uno strumento che consenta loro di prevalere. E qual è lo strumento, oggi, più potente che consenta ad una forza di prevalere sulle altre? La tecnica. La condizione affinché ognuna delle forze prevalga sulle altre è che potenzi il proprio strumento più di quanto le altre non siano disposte a potenziarlo, al punto che, o una forza rinuncia al potenziamento e allora le altre la eliminano; oppure si impegna a potenziare il proprio strumento e allora può prevalere.

Del resto, quando il capitalismo si propone come scopo non più l’incremento del profitto privato, ma il rafforzamento dello strumento di cui il capitalismo si serve, allora si verifica che lo scopo del capitalismo (che è l’incremento del profitto privato) diventa il rafforzamento dello strumento di cui il capitalismo si serve per poter prevalere sulle forze rispetto ad esso conflittuali. Ed ecco che: o il capitalismo rinuncia a rafforzare il proprio strumento, e le altre forze prevalgono; oppure, potenzia il proprio strumento, e rinuncia a quella purezza definitoria per cui il capitalismo è volontà di incrementare il profitto.

Ma anche democrazia e capitalismo non sono la stessa cosa: la prima è compatibile pure con una economia pianificata e il secondo può convivere col totalitarismo (come accaduto nella Germania nazista). L’avversario della democrazia è il totalitarismo, del capitalismo è la cancellazione del mercato. Da ciò è scaturita una simbiosi tra capitalismo e democrazia che, peraltro, non è identità. Anzi, è conflittuale, giacché mentre la democrazia tenta di limitare il capitalismo a salvaguardia dei principi democratici (come, ad es., le varie libertà, di pensiero, di parola, di stampa, ecc.), il capitalismo impedisce alla democrazia di scegliere (per il tramite di libere elezioni) un’economia pianificata. Durante la guerra fredda, l’unione democrazia e capitalismo ha consentito che la lotta della democrazia contro i suoi nemici si legasse a quella del capitalismo contro la pianificazione economica: il nemico era il medesimo, ma combattuto per ragioni differenti, e personificava sia il totalitarismo, che la negazione del mercato.

Donde il rapporto tra diritto e politica: il diritto esprime le forze vincenti in una società, ma in una società le forze vincenti sono, appunto, le forze politiche, nel senso non di politics, ma di policy. Il capitalismo è una enorme forza politica. Se il capitalismo che si esprime nella legislazione prevalente del mondo occidentale è destinato, a causa della propria contraddizione, ad essere oltrepassato, allora la nostra legislazione, che è una legislazione in difesa delle strutture capitalistiche, unitamente al nostro diritto, è essa stessa sottoposta alla necessità di essere lasciata indietro. Il superamento è questo: che una forza che prima serviva da mezzo diventa scopo e ciò che prima era scopo diventa mezzo, per effetto di una eterogenesi dei fini.

Tuttavia, il legame diritto e politica sorge anche nella prospettiva di un’ulteriore considerazione, concernente la convivenza umana, la quale va guardata sotto due punti di vista che tra loro si integrano: quello delle regole, la cui osservanza è necessaria perché la società sia ben ordinata, e quello del potere, perché le regole siano imposte ed osservate. Diritto e potere sono due facce della stessa medaglia: dove il diritto è impotente, lì la società rischia di precipitare nell’anarchia; dove il potere è incontrollato, lì rischia il dispotismo. Il diritto ha bisogno del potere per diventare effettivo e il potere ha bisogno del diritto per diventare legittimo. Secondo Kelsen, solo il potere legittimo è effettivo; secondo Weber, il potere è legittimo se è anche effettivo. Diritto e potere si rincorrono, tanto che qualora l’uno e l’altro si dividano, allora si verifica il caso del diritto impotente e del potere arbitrario. Pure Pascal assumeva che “la giustizia senza forza è inerme, la forza senza giustizia è tirannica”. Il diritto, dunque, è potere, altrimenti si ridurrebbe ad aspirazione, desiderio, speranza, velleità. Non c’è diritto senza potere, non c’è diritto neppure se il suo potere è infinito, cioè tale da rendere impossibile la trasgressione: il diritto riguarda solamente ciò che non è evidente e necessario. E’ evidente che, ad es., la luna non può afferrarsi con la mano, e appunto per questo non è mai esistita una norma che vietasse di toccarla. Il diritto attiene a ciò che può essere trasgredito, e l’intoccabilità della luna non è una norma trasgredibile; l’intoccabilità è evidente. Se qualcosa è evidente, allora non può essere oggetto di regole. Se qualcosa è oggetto di regole, allora non può essere evidente. Perciò, il diritto è potere, perché non solo impone l’inevidente, ma rende inoltrepassabile ciò che può essere oltrepassato.

E’ da precisare, comunque, che l’affermazione della tecnica nel mondo odierno non coincide con la soppressione delle banche, delle istituzioni, ma con la subordinazione delle istituzioni sociali ed economiche alla volontà di incrementare all’infinito la potenza. Oggi, il capitale, il diritto credono di servirsi della tecnica; ma si va verso un tempo – non in virtù di previsione col punto interrogativo – in cui sarà la tecnica a servirsi del capitale e del diritto. Questo vuol dire non l’eliminazione della produzione della ricchezza, delle strutture collegate a questa produzione, ma l’inversione di ruolo, il loro diventare mezzo, anziché scopo. Non vi è bisogno di dire che tale tecnica non è quella tecnicisticamente e scientisticamente intesa. E neppure è necessario un codicillo ulteriore per affermare che ciò non ha niente a che vedere non solo coi telefonini, i computer, i tablet, gli smartphone, ma anche coi governi tecnici, che sono forme tipiche della politica, nel senso che essi sopravvivono dato che la politica, sia pure per proprio vantaggio, li lascia sopravvivere. La tecnica, invece, è quella struttura razionale, la c.d. “ragione strumentale”, che non è subordinata alla politica, ma subordina a sé la democrazia, il diritto, il capitalismo, il cristianesimo, l’arte, la filosofia, cioè le grandi forze della tradizione occidentale. Ma la tecnica non ha uno scopo, se non quello di potenziare indefinitamente la realizzazione di scopi. La tecnica “funziona” e basta, deve funzionare e basta. Per questo, noi tutti siamo, ormai, dei “funzionari” di apparati tecnici e non riusciamo a stare con “noi stessi”, da cui fuggiamo come il peggior nemico. Per apparato intendo la scuola, gli uffici, le professioni, ecc. Avevano già intuito questo Martin Heidegger, in un suo saggio, del 1927, Essere e Tempo, e Charlie Chaplin, nel suo film Tempi moderni, del 1936. La soggettività si consuma nel “ruolo”, nella “funzione” che svolge. Lo sviluppo tecnico è un processo inevitabile, illimitato e incondizionato del mondo contemporaneo, quale conseguenza della scelta per il “divenire” compiuta dall’Occidente, allontanandosi dalla dottrina di Parmenide, secondo cui solo l’essere è, solo l’essere può essere definito e pensato. E in questa scelta per il divenire, si trovano inscritti gli esiti nichilistici della civiltà occidentale, essendo il divenire quella dimensione visibile dell’apparire degli enti dal nulla e del loro ritornare nel nulla, dopo essere provvisoriamente stati. A fronte dell’angoscia che emerge allo spalancarsi del nulla, del venire e del tornare nel nulla delle cose, la tecnica, attraverso la sua capacità di manipolazione e di dominio sulle cose, pare fornire all’uomo un riparo e una difesa.

Ma se la tecnica è lo scopo della vita umana e sociale di oggi, e il nichilismo ha aggredito la nostra epoca e la nostra civiltà, allora il capitale/denaro ha sostituito Dio nel mondo odierno. Ed infatti, Nietzsche, nella seconda metà del XIX sec., comunicando la mors Dei, sostiene che questa si compie mediante l’affermarsi del nichilismo, “il più inquietante fra tutti gli ospiti”. Egli, differenziando il nichilismo attivo da quello passivo, lo definiva in forza di tre elementi: 1) manca lo scopo; 2) manca la risposta al perché; 3) i valori si svalutano. I valori, dunque, hanno perso il loro valore e, adesso, non si sa più cosa è bello, cosa è buono, cosa è giusto, cosa è vero, cosa è sacro. Si sa unicamente cosa è utile, perché si è assunto come generatore simbolico di tutti i valori, come valore universale, il denaro. E, poi, il sentimento: il sentimento è qualcosa che si impara, è un fatto culturale. L’umanità ha sempre imparato il sentimento muovendo da storie. I miti greci erano narrazioni di vita emotiva, e l’Olimpo era ricco di ciò che si chiamano “passioni umane”: Zeus il potere, Afrodite l’amore, Apollo la bellezza, Marte la guerra. Esisteva una storia, sulla scorta della quale si imparava quello che veniva nominato. Oggi, soprattutto i ragazzi, percepiscono i sentimenti, ma non li capiscono, non sanno quello che provano, perché non hanno storie sopra di loro. E l’unico luogo in cui potrebbero imparare queste cose è l’arte, la letteratura, poiché la letteratura e l’arte insegnano cos’è l’amore, cos’è il dolore, cos’è la tragedia, ecc. Però, si è stabilito che si devono organizzare delle scuole fatte esclusivamente di imprese, inglese ed internet, mentre la letteratura e l’arte vengono emarginate; ma esse sono fondamentali come processo emotivo. Si impara per imitazione, per mimesi, diceva Platone. E il giorno in cui si mettono in classe 30/35 persone, si è stabilito scientemente che l’educazione non deve accadere, perché non può accadere; può accadere soltanto la trasmissione culturale.