Un anno fa ci lasciava il maestro del pensiero giuridico laico

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di Antonio Calicchio

 Stefano Rodotà è stato giurista, intellettuale, docente universitario, politico – dentro e fuori i partiti – maestro di diritto e di libertà, ha insegnato, alla politica e alla società, l’inesauribile garanzia della legge e della Costituzione, l’importanza della privacy, la laicità e il senso della Rete.

Nato in Calabria, nel 1933 e scomparso un anno fa, ha compiuto gli studi universitari a Roma. E’ stato anche candidato, nel 2013, alla carica di Presidente della Repubblica, quando è stato, però, rieletto Napolitano. Rodotà, autore di numerose pubblicazioni, è stato un uomo di legge al futuro, che ha espresso la sua passione di maestro di vita, lasciando una eredità preziosa, a prescindere dalle sue posizioni ideologico-politiche; egli qualificava la Costituzione come una “carta di identità di valori comuni” e fondava il suo pensiero dottrinale sul concetto del “divenire universale dell’autonomia individuale”.

     Nella pubblica opinione, è destinata a rimanere impressa l’eleganza, la sobrietà e la pacatezza delle argomentazioni, l’appello all’esigenza di difesa dei diritti umani fondamentali. Qualità, queste, che legittimano la sua popolarità mediatica, in un panorama spesso caratterizzato da personalità fegatose e grossolane, fredde ed astute. La sua onestà intellettuale significava non solo elaborazione dialettica corretta, e critica, delle idee dei suoi contraddittori, ma anche rispetto di esse; non si sottraeva al confronto con coloro che nutrivano concezioni del mondo diverse dalle sue. Come ricordato, Rodotà è stato un intellettuale, un editorialista e un giurista, in un momento storico in cui il sapere giuridico è appannato, marginalizzato, strumentalizzato e mortificato. Egli non è stato mai un piatto positivista, nel senso che non ha mai ridotto il diritto al complesso delle norme positive; e non ha mai utilizzato la Costituzione come paradigma supremo del diritto. Rodotà è stato un giusnaturalista, non nel senso cattolico, che vede il diritto naturale come radicato nella legge morale divina, universale ed oggettiva, ma nel senso storico-ideologico, per cui la lotta per il diritto andava combattuta quale lotta per la dignità e i diritti umani, al di là degli orientamenti maggioritari della communis opinio, orientamenti da rispettare, ma privi di valore intrinseco. Per lui, quella lotta andava combattuta come battaglia giuridica, prima che politica. Teoricamente era un libertario e considerava che tutti i diritti umani potessero e dovessero essere ricondotti nell’orizzonte delle libertà individuali; ma la libertà cui il diritto si riferisce non è quella psicologica dell’ideologo, è la libertà che sorge e si determina dall’incontro dei diversi interessi morali e sociali dei cittadini. Il giusnaturalismo è un appello all’assoluto; questo punto è la croce dei cattolici giusnaturalisti che vedono naufragare le loro intenzioni di tradurre il diritto naturale in diritto positivo. E questo stesso punto è stata la croce (nascosta) di Rodotà, maestro del pensiero giuridico laico.