Ridare il giusto valore al cibo

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La situazione agricola è drammatica. Il consumatore ha il potere Di invertire la rotta.
Di Alfonso Lustrino

Negli ultimi tempi in televisione imperversano le trasmissioni di enogastronomia. Gli chef sono ormai celebrità che dettano mode e abitudini alimentari, però senza mai porre l’accento sulla qualità delle materie prime.

Ascoltando le parole di Carlo Petrini, sociologo e gastronomo fondatore di “Slow food” (movimento culturale internazionale che si occupa di cibo) viene da pensare che forse stiamo andando nella direzione sbagliata. Petrini è una personalità di grande rilievo, impegnata nel sociale e da sempre attivo nel contrasto alle diverse forme di disagio ed emarginazione, oltre che grande esempio di spirito imprenditoriale eticamente orientato. Unico italiano inserito dal quotidiano inglese Guardian tra le 50 persone che «potrebbero salvare il pianeta».

Di seguito riportiamo la trascrizione di stralci presi da un suo convegno (“Alimentazione: produzioni tradizionali e cultura del territorio”): “La situazione agricola nel nostro Paese, e più in generale in Europa e nel mondo, è drammatica. Il sistema è gestito in maniera criminale. L’iperproduttività comincia a dare segni di sofferenza non solo in campo alimentare, ma anche ambientale e sociale. I terreni perdono la loro naturale fertilità, l’aria in alcune regioni è inquinata, la richiesta di acqua è sempre maggiore (e l’agricoltura intensiva ha un consumo smodato di acqua), per non parlare della qualità delle acque.

Ai produttori le mele vengono pagate 30 centesimi al chilo, 9 centesimi le carote, 27 centesimi al litro il latte. Il latte viene preso, portato nelle industrie, scremato, confezionato e venduto ad 1 euro o poco più, ma non è difficile nemmeno trovarlo in qualche discount a 37 centesimi.  Le aziende agricole davanti a tale sistema evidentemente chiudono una dopo l’altra. Siamo 7 miliardi sulla Terra, produciamo cibo per 12 miliardi di persone, 1 miliardo di persone sono malnutrite, 1 miliardo e 700 milioni di persone soffre di malattie legate ad iperalimentazione. Una percentuale altissima (si parla del 40%) del cibo edibile viene sprecato. Solo questi dati basterebbero a farci capire l’economia schizofrenica che stiamo avallando con i nostri acquisti. 

Il cibo ha perso valore. Solo pochi decenni fa il pane se cadeva per terra si baciava: dov’è finita questa sacralità? In Italia alla fine degli anni 50 quasi la metà della popolazione era contadina, oggi è il 3% e la metà ha più di 65 anni.

In campo alimentare i nuovi paradigmi sono due: il rispetto per chi lavora e il rispetto per la terra.

Il ritorno alla terra non è un’utopia: in questo momento la più grande sfida che ha davanti l’Umanità è proprio il ritorno alla terra.

Chiudiamo con le parole del più povero tra i poveri, si chiamava Francesco (1250): ‘Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile’.”

Come restare indifferenti davanti a queste parole? Ma come agire per invertire una simile condizione suicida?

Riconoscere agli agricoltori un giusto prezzo per il frutto del loro lavoro nei campi è una battaglia di equità che contribuisce a un’agricoltura economicamente sostenibile, meno dannosa per il clima e rispettosa dei diritti di chi coltiva. Acquistare, invece, prodotti a bassissimo costo spesso va a favorire un sistema di sfruttamento dei lavoratori e dei terreni. D’altronde come può essere possibile acquistare al dettaglio arance o mele a 50 centesimi al chilo? Considerando il guadagno del rivenditore e del trasportatore, quanto sarà stato destinato al coltivatore?
Con il prezzo che viene riconosciuto all’agricoltura convenzionale è difficile pensare che si possa ripagare adeguatamente un’attività di cura dei suoli e dell’ambiente nonché il costo del lavoro. Legambiente e EcorNaturaSì affermano che il prezzo «non è giusto per gli agricoltori e neanche per i consumatori, i quali pagano meno nell’immediato, ma rischiano di perdere in termini di qualità del cibodell’ambiente e della salute». In effetti a trarre il maggior beneficio da una compravendita dovrebbero essere il produttore e il consumatore finale, invece nel nostro sistema economico a guadagnarci di più sono tutti gli intermediari. Altro aspetto assurdo da considerare è che la stragrande maggioranza degli incentivi statali vengono elargiti all’agricoltura convenzionale (che ricordiamo fa largo uso di pesticidi, concimi chimici e diserbanti), concedendo solo pochi spiccioli all’agricoltura biologica. Quindi un sistema virtuoso viene disincentivato dallo Stato a favore di uno ad alto impatto ambientale e sociale. Importante sottolineare che l’Italia è il secondo paese in Europa per utilizzo di pesticidi (altro che made in Italy!).

I consumatori sono gli unici attori in grado di modificare l’attuale stato delle cose. I discount sono nati per strozzare i prezzi: questa è la loro forza e la loro mission. Il loro sistema si basa sull’asta al ribasso, pratica tutt’altro che sostenibile per i produttori. Ma il problema vero non è la distribuzione, è il consumatore. Se il consumatore non compra, la distribuzione deve orientarsi verso un’altra tipologia di prodotti. Non ci si rende conto che l’acquisto è una arma a nostra disposizione ben più potente della crocetta che mettiamo in cabina elettorale. Servono consumatori più consapevoli: siamo “noi” acquirenti che abbiamo il potere, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Le vere rivoluzioni iniziano con i piccoli gesti quotidiani.